Ai partecipanti alla
2° assemblea mondiale sull’ invecchiamento
CONSIDERARE L'ANZIANO
NELLA SUA DIGNITÀ DI PERSONA
3 Aprile 2002
Eccellentissimo Signore,
Sono lieto di porgere a Lei e, attraverso di
Lei, a tutti i partecipanti alla II Assemblea Mondiale sull'Invecchiamento, un
cordiale saluto, con i migliori auspici di successo nei vostri lavori.
Venti anni dopo la I Assemblea Mondiale,
tenutasi a Vienna nel 1982, la presente riunione è una meta significativa e
soprattutto un impulso verso il futuro, dal momento che l'invecchiamento della
popolazione mondiale sarà certamente uno dei fenomeni più rilevanti del XXI
secolo.
Negli ultimi due decenni, l'Organizzazione
delle Nazioni Unite si è fatta promotrice di numerose iniziative volte a
comprendere e a risolvere i problemi posti dal crescente aumento del numero
delle persone entrate nella fase dell'anzianità.
Di tali iniziative, una delle più lodevoli è
stata l'Anno internazionale delle Persone Anziane, celebrato nel 1999,
un'occasione efficace per richiamare l'attenzione di tutta l'umanità sulla
necessità di affrontare responsabilmente la sfida di costruire "una
società per tutte le età".
Ho espresso la mia partecipazione a tale
evento con una Lettera rivolta agli anziani, ai quali mi sento vicino non solo
per sollecitudine pastorale, ma anche perché condivido personalmente la loro
condizione. D'altro canto, il Pontificio Consiglio per i Laici ha pubblicato un
documento intitolato "La dignità dell'anziano e la sua missione nella
Chiesa e nel mondo". In tale occasione, la Chiesa cattolica ha rinnovato
l'attenzione che ha sempre dimostrato per questa categoria di persone,
promuovendo iniziative proprie e collaborando con le autorità pubbliche e la
società civile.
Ora voi vi siete riuniti per una valutazione
d'insieme dell'applicazione del piano di azione internazionale del 1982 e per
delineare strategie per il futuro. Venendo da ogni parte del mondo, rendete
testimonianza del fatto che la questione dell'invecchiamento riguarda tutta
l'umanità e deve essere affrontata in modo globale, e più in particolare, deve
essere inserita nella complessa problematica dello sviluppo.
In effetti, si sta producendo ovunque un
cambiamento profondo della struttura della popolazione, che porta a riesaminare
i progetti sociali e a discutere nuovamente non solo sulla loro struttura
economica, ma anche sulla visione del ciclo vitale e i rapporti fra
generazioni. Si può dire che una società si mostra giusta nella misura in cui
risponde ai bisogni assistenziali di tutti i suoi membri e il suo livello di
civiltà si misura in base alla protezione offerta ai membri più deboli del
tessuto sociale.
Come garantire la durata di una società che
sta invecchiando, consolidando la sicurezza sociale delle persone anziane e la
qualità della loro vita? Per rispondere a questa domanda è necessario non
lasciarsi guidare soprattutto da criteri economici, ma ispirarsi piuttosto a
saldi principi morali.
Occorre, in primo luogo, considerare l'anziano
nella sua dignità di persona, dignità che non diminuisce con il passare degli
anni e con il deterioramento della salute fisica e psichica. È evidente che
questa considerazione positiva può trovare un terreno fecondo solo in una
cultura capace di superare gli stereotipi sociali, che fanno consistere il
valore della persona nella giovinezza, nell'efficacia, nella vitalità fisica e
nella piena salute.
L'esperienza dice che, quando manca questa
visione positiva, è facile che si emargini l'anziano e lo si releghi a una
solitudine paragonabile a una vera morte sociale. E la stima che l'anziano ha
di se stesso non dipende forse in buona parte dall'attenzione che riceve in
famiglia e nella società?
Per essere credibile ed effettiva,
l'affermazione della dignità della persona anziana è chiamata a esprimersi in politiche
volte a una distribuzione equa delle risorse, di modo che tutti i cittadini, e
anche gli anziani, possano beneficiarne.
Si tratta di un compito arduo che si può
realizzare solo applicando il principio della solidarietà, dello scambio fra
generazioni, dell'aiuto reciproco. Questa solidarietà deve manifestarsi non
solo nel contesto di ogni nazione, ma anche fra i popoli, mediante un impegno
che porti a tener conto delle profonde disuguaglianze economiche e sociali fra
il nord e il sud del pianeta. Di fatto, la pressione della povertà può mettere
in dubbio molti principi di solidarietà, causando vittime nei settori più
fragili della popolazione, fra i quali quello degli anziani.
Un aiuto per la soluzione dei problemi legati
all'invecchiamento della popolazione proviene certamente dall'inserimento
effettivo dell'anziano nel tessuto sociale, utilizzando il contributo di
esperienza, conoscenza e saggezza che può offrire. Gli anziani, in effetti, non
devono essere considerati un peso per la società, ma una risorsa che può
contribuire al suo benessere. Non solo possono rendere testimonianza del fatto
che vi sono aspetti della vita, come i valori umani e culturali, morali e
sociali, che non si misurano in termini economici o di funzionalità, ma offrire
anche un contributo efficace nell'ambito lavorativo e in quello della
responsabilità. Si tratta, infine, non solo di fare qualcosa per gli anziani,
ma anche di accettare queste persone come collaboratori responsabili, con
modalità che rendano ciò veramente possibile, come agenti di progetti
condivisi, in fase sia di programmazione, sia di dialogo o di attuazione.
Occorre parimenti che tali politiche si
completino con programmi formativi volti a preparare le persone all'anzianità
durante tutta la loro esistenza, rendendole capaci di adattarsi ai cambiamenti,
sempre più rapidi, nello stile di vita e di lavoro. Una formazione incentrata
non solo sul fare ma anche e soprattutto sull'essere, attenta ai valori che
fanno apprezzare la vita in tutte le sue fasi, e sull'accettazione sia delle
possibilità sia dei limiti che la vita ha.
Anche se si deve considerare l'anzianità in
modo positivo e con il proposito di sviluppare tutte le sue possibilità, non si
devono eludere né occultare le difficoltà e il termine inevitabile della vita
umana. Sebbene sia certo che, come dice la Bibbia, le persone "nella
vecchiaia daranno ancora frutti" (Sal 92, 15), è pure vero che la terza
età è una fase della vita in cui la persona è particolarmente vulnerabile,
vittima della fragilità umana. Molto spesso la comparsa di malattie croniche
riduce l'anziano all'invalidità e ricorda, inevitabilmente, il momento del
termine della vita. In questi momenti particolari di sofferenza e di
dipendenza, le persone anziane non solo hanno bisogno di essere assistite con i
mezzi che la scienza e la tecnica offrono, ma anche di essere seguite con
competenza e amore, affinché non si sentano un peso inutile e, il che è ancor
peggio, giungano a desiderare e a sollecitare la morte.
La nostra civiltà deve assicurare agli anziani
un'assistenza ricca in umanità e permeata di valori autentici. A tale
proposito, possono svolgere un ruolo determinante lo sviluppo della medicina
palliativa, la collaborazione dei volontari, il coinvolgimento delle famiglie -
che perciò devono essere aiutate ad affrontare la loro responsabilità - e
l'umanizzazione delle istituzioni sociali e sanitarie che accolgono gli
anziani. Un vasto campo in cui la Chiesa cattolica, in particolare, ha offerto
- e continua ad offrire - un contributo importante e permanente.
Riflettere sull'anzianità significa pertanto
prendere in considerazione la persona umana che, dalla nascita fino al suo
tramonto, è dono di Dio, a sua immagine e somiglianza, e sforzarsi affinché
ogni momento dell'esistenza sia vissuto con dignità e pienezza.
Su di Lei, Signore Presidente, e su tutti i partecipanti alla II Assemblea Mondiale sull'Invecchiamento, invoco la protezione del Dio della vita.