Agli ammalati e agli operatori sanitari di Lione

 

ESSERE SOLIDALI NELLA PROVA

 

5 ottobre 1986

 

Nel suo viaggio in Francia, il Santo Padre ha incontrato gli ammalati, rivolgendo loro il seguente discorso.

 

3 (...) Il personale curante non ha solo la tecnica da offrire, ma una calorosa devozione che viene dal cuore, un’attenzione alla dignità delle persone. Cercate di non ridurre il malato ad un oggetto di cure, ma di farne il primo compagno in una guerra che è la sua guerra. E, di fronte ai gravi problemi etici che si presentano alla vostra professione, vi incoraggio a trovare le risposte esigenti che siano conformi alla dignità della vita del malato, alla sua natura di persona.

La vostra professione, cari amici, richiede spesso un lavoro sfibrante da parte vostra. Vi sentite talvolta impotenti di fronte a tante sofferenze, di fronte ai vostri limiti, di fronte alla precarietà della vita. Ma quale nobile servizio rendete all’umanità! Voi siete come i buoni samaritani del Vangelo. E questo servizio non ha frontiere, poiché le esigenze sanitarie sono immense e urenti nel Terzo Mondo. I vostri malati, dicevo, hanno bisogno di un’assistenza più umana possibile. Hanno bisogno di un’assistenza spirituale: voi vi sentite sulla soglia di un mistero che è il dono.

 

4. E voi, cari malati o handicappati, come comprendiamo la vostra speranza di miglioramento, di guarigione, la vostra sete di una vita migliore, di una vita piena per il vostro organismo umano! Gli infermi si avvicinano a Gesù con la stessa speranza. Ma oltre che di cure, voi desiderate essere circondati d’attenzione, d’amore, di tenerezza.

Ma, soffrendo spesso di una inevitabile dipendenza, voi vorreste anche, per quanto la vostra salute lo consente, svolgere una qualche attività, sentirvi utili nella società, nella Chiesa. Voi desiderate avere una vostra collocazione, accedere alla rete di solidarietà con gli altri malati, ma anche con chi sta bene. Vi auguriamo ardentemente di trovare questa integrazione nelle famiglie, nelle associazioni per handicappati, nelle comunità cristiane.

Voi fate ancora, cari amici, una esperienza più profonda, personale, che potete in parte condividere, ma che resta il segreto del vostro progredire nella prova della sofferenza e, ve lo auguro, nella speranza della fede. Talvolta i vostri accompagnatori, le persone a voi vicine, i vostri sacerdoti ricevono la confidenza di questa esperienza difficile da comunicare. Può essere un sentimento d’angoscia, perfino una rivolta: perché questa prova a me, in queste circostanze? Può anche essere una riflessione maturata nella pazienza, un conforto, perfino una gioia interiore che deriva dalla consapevolezza dell’essere solidali con altre persone nella prova, dalla certezza di essere amati da Dio, dall’unirsi a Cristo in Croce.

 

5. Utili? Voi lo siete certamente, con la vostra semplice presenza. In un mondo segnato dall’anonimato, dalla tecnica, dalla fretta febbrile, dalla preoccupazione del rendimento, dalla sete di piaceri sensibili immediati, voi siete là semplicemente con il valore della vostra persona, con la vostra interiorità, con il vostro bisogno di relazioni umane autentiche. Allora, dinanzi a voi, il mondo si ferma, riflette, riprende a considerare l’essenziale: il senso della vita, l’amore disinteressato, il dono di sé.