All’Ospedale Umberto I di Roma
IL DRAMMA DEL DOLORE PUO’
DIVENIRE EPIFANIA DI RISURREZIONE
QUANDO E’ VISSUTO NELL’ATTENZIONE CARITATEVOLE VERSO GLI ALTRI
19 dicembre 1993
Signor Rettore,
Carissimi Fratelli e Sorelle
dell’Ospedale Policlinico “Umberto I” di Roma,
1. Sono particolarmente contento di potermi
incontrare con voi a pochi giorni ormai
dalla celebrazione del Mistero
natalizio. Vorrei anzitutto porgervi con affetto gli auguri più sentiti per le
prossime Feste ed assicurarvi del mio costante ricordo nella preghiera.
Pregherò per voi soprattutto nella santa Notte, nella quale rinnoviamo nella
fede il mistero della nascita di Gesù.
Ringrazio
di cuore il Professor Tecce, Rettore di questa vostra Università, per le
cortesi parole di benvenuto e di accoglienza che, a nome dei Dirigenti,
Amministratori, Medici, Infermieri, Ausiliari, Collaboratori sanitari,
Cappellani e Religiose e anche a nome della Facoltà di Medicina della grande
Università di Roma, mi ha poc’anzi gentilmente rivolto. Lo ringrazio
cordialmente.
Nel
ricambiare cordialmente i sentimenti da lui manifestati, desidero sottolineare
che ho ascoltato con viva attenzione l’illustrazione dei propositi e delle
speranze da cui è animata la vita di questo vostro Centro Ospedaliero universitario, che celebra
quest’anno il centenario della sua istituzione. Cent’anni sono molti ed è
doveroso concedersi una sosta di riflessione per riandare col pensiero alle
illustri personalità che in questo Centro hanno svolto la loro attività,
rendendone il nome famoso non solo in Italia, ma anche oltre i confini della
Nazione. La loro testimonianza resta come stimolante punto di riferimento per
quanti si assumono oggi il compito di rilevarne la missione a servizio della
vita insidiata dalla malattia. Esprimo l’auspicio che, grazie al contributo di
tutti, l’opera di questa grande struttura sanitaria, luogo di sofferenza ma
anche di enorme esperienza umana e spirituale, possa essere sempre più segnata
dalla solidarietà e da un fattiva, concreta attenzione alla persona malata.
A
voi, cari degenti, rivolgo un pensiero particolarmente affettuoso. Mi unisco
alla vostra attesa di guarigione, condividendo spiritualmente la vostra prova
ed augurando che essa possa presto concludersi, così che ciascuno possa quanto
prima far ritorno alla propria casa ed alla propria famiglia.
2.La
liturgia dell’odierna quarta domenica di Avvento ci ripropone il racconto
evangelico dell’Annunciazione. Maria, la Vergine di Nazareth, accoglie con
totale docilità la volontà divina recatale dall’Angelo e si appresta, per
grazia incommensurabile, a diventare la Madre del Salvatore: “Ecco, concepirai
un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”.
Proprio
in forza dell’Incarnazione dell’Unigenito Figlio, Dio si manifesta al mondo non
come un essere supremo lontano e indifferente, bensì come il Padre che ben
comprende il tormento dell’umanità e se ne fa carico soffrendo con l’uomo e per
l’uomo. Il mistero dell’Incarnazione, mistero di salvezza orientato alla
passione, morte e risurrezione di Cristo rivela pertanto l’amore infinito del
Creatore che si fa tutt’uno con la sua creatura. Egli va incontro a quanti
penano e sono segnati dalle tribolazioni della vita, si pone al loro fianco, li
sostiene e li conforta, offrendo a ciascuno misericordia, compassione e
autentica consolazione.
Nella
passione di Cristo l’umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine.
Contemporaneamente “essa è entrata in una dimensione completamente nuova e in
un nuovo ordine è stata legata all’amore” (Salvifici doloris, 18). Prendendolo
su di sé, il Crocifisso ha aperto per tutto il dolore del mondo la prospettiva
della vera speranza. La croce resta così trasformata, diventa strumento di salvezza. Qui si rivela l’autentica
onnipotenza di Dio: non un’onnipotenza “miracolosa” e folgorante, bensì quella
della croce, un’onnipotenza crocifissa, che dalla morte fa scaturire la vita.
3.Carissimi Fratelli e Sorelle! Sullo sfondo della
croce e nell’atmosfera spirituale del Santo Natale, siamo invitati a prendere
coscienza che anche la dura esperienza della sofferenza contiene valori di
enorme significato per la nostra esistenza.
L’esperienza
del dolore può aiutarci, in effetti, a rafforzare e vivificare la speranza.
Dinanzi al mistero dell’umana fragilità, la fede suscita il desiderio di un
benessere più completo e più alto, che inglobi la salute del corpo e
dell’anima, il desiderio di una salvezza più grande e definitiva, preparata da
Dio per gli uomini di ogni epoca.
La
prova del dolore può accrescere e dilatare l’attenzione caritatevole verso gli
altri. La sofferenza evidenzia, infatti, la precarietà della vita e le sue
debolezze: scoprire i nostri propri limiti ci aiuta a comprendere quelli del
prossimo e mette in luce la necessità di andare loro incontro con pronta e
solidale disponibilità.
Tutto ciò indubbiamente non svuota il dramma del
dolore umano ma può aumentare la fiducia che esso diventi epifania di
risurrezione ed emergenza della dimensione divina nella fragile condizione
umana.
Leviamo,
allora, carissimi, lo sguardo verso il Redentore che, come Egli stesso
assicura, tergerà ogni lacrima dai nostri occhi e ci accoglierà nel mondo nuovo
in cui non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno (cf. Ap.
21:4).
Carissimi
Fratelli e Sorelle! Con questi sentimenti, fissiamo lo sguardo carico di fede
sul Bambino di Betlemme.
Possa
la celebrazione del prossimo Natale costituire anche per ciascuno di voi
occasione di rinnovato coraggio spirituale; la luce, che rifulse su coloro che
abitavano in terra tenebrosa (cf. Is. 9,11) illumini le vostre esistenze
riempiendole di consolazione.
E’
questo il mio augurio, che rinnovo all’intera famiglia dell’Ospedale “Umberto I”,
ai responsabili accademici, ai medici, al personale e ai degenti e loro
familiari, agli studenti che qui fanno anche la loro pratica, invocando per
ciascuno la protezione di Dio per l’intercessione di Maria, Madre del Signore e
Madre di ogni uomo.
Di cuore tutti vi benedico.