Ai partecipanti all’81°
Congresso della Società Italiana di Medicina Interna
e all’82° Congresso della
Società Italiana di Chirurgia Generale
LA PERSONA, NON LA SCIENZA,
È MISURA E CRITERIO DI OGNI
MANIFESTAZIONE UMANA
27 ottobre 1980
Il Santo Padre ha ricevuto nella tarda mattinata, nell’Aula
Paolo VI, circa tremila partecipanti a due congressi medici, l’81° Congresso
della Società italiana di medicina interna e l’82° Congresso della Società
italiana di chirurgia generale. I medici, molti dei quali accompagnati dai
familiari, erano guidati all’udienza dai presidenti delle due Associazioni, il
Prof. Alessandro Beretta Anguissola e il Dott. Giuseppe Zannini. All’udienza
era anche presente Mons. Fiorenzo Angelini, Vescovo titolare di Messene e
Ausiliare del Cardinale Vicario per Roma e Delegato per la pastorale negli
ospedali e nelle case di cure.
1. Con viva soddisfazione porgo il mio benvenuto a voi,
illustri rappresentanti della Società Italiana di Medicina Interna e della
Società Italiana di Chirurgia Generale, che, in occasione della celebrazione
dei rispettivi Congressi Nazionali, avete voluto con pensiero gentile rendermi
visita. Considero, infatti, la vostra presenza particolarmente significativa
non solo per la qualificata attività medico-scientifica, alla quale ciascuno di
voi attende, ma anche per l’implicita e pur chiara testimonianza, che essa
esprime in favore dei valori morali ed umani. Che così vi ha indotto, infatti,
a sollecitare questa Udienza, se non la coscienza vigile ed attenta alle
ragioni più alte del vivere e dell’agire, ragioni che sapete far parte della quotidiana
sollecitudine del Successore di Pietro?
A voi tutti, dunque, con l’attestazione della mia
riconoscenza, il saluto più deferente e cordiale, con speciale grato pensiero
ai Presidenti delle vostre due Società, il Prof. Alessandro Beretta Anguissola,
e il Prof. Giuseppe Zannini. Desidero poi salutare i collaboratori, i discepoli
ed i familiari che vi hanno qui accompagnati, unitamente allo zelante e
benemerito Vescovo Monsignor Fiorenzo Angelini.
2. Voi siete convenuti a roma, illustri signori, per discutere
alcuni aspetti particolarmente attuali delle discipline di vostra competenza.
L’arte medica ha realizzato in questi anni significative conquiste, che ne
hanno accresciuto in misura notevole le possibilità di intervento terapeutico.
Ciò ha favorito una lenta modificazione del concetto stesso di medicina,
estendendone il ruolo dalla primitiva funzione contro la malattia a quella di
promozione globale della salute dell’essere umano. Conseguenza di tale nuova
impostazione è stata la progressiva evoluzione del rapporto tra medico e malato
verso forme organizzate sempre più complesse, volte a tutelare la salute del
cittadino dalla nascita alla vecchiaia.
Tutela dell’infanzia e della vecchiaia, medicina scolastica,
medicina di fabbrica, prevenzione delle malattie professionali e degli
infortuni sul lavoro, igiene mentale, tutela degli handicappati e dei
tossico-dipendenti, dei malati mentali, profilassi delle malattie da
inquinamento, controllo del territorio ecc., costituiscono altrettanti capitoli
dell’attuale modo di concepire il “servizio all’uomo”, a cui è chiamata la
vostra arte.
Non v’è motivo per non rallegrarsene, giacché può ben dirsi
che, sotto questo aspetto, il diritto dell’uomo sulla sua vita non ha mai avuto
riconoscimento più ampio. È uno dei tratti qualificanti della singolare
accelerazione della storia, che caratterizza la nostra epoca. Per questo suo
straordinario sviluppo, la medicina svolge un ruolo di prim’ordine nel
configurare il volto della società odierna.
Un esame sereno ed attento della situazione attuale nel suo
insieme deve, tuttavia, indurre a riconoscere che non sono affatto scomparse
forme insidiose di violazione del diritto a vivere in modo degno, proprio di
ogni essere umano. Per certi versi si potrebbe, anzi, dire che sono emersi
aspetti negativi, come ho scritto nell’Enciclica Redemptor Hominis: “Se il
nostro tempo... si rivela a noi come il tempo di grande progresso, esso appare
altresì come tempo di multiforme minaccia per l’uomo... È per questo che
bisogna seguire attentamente tutte le fasi del progresso odierno: bisogna, per
così dire, fare la radiografia delle sue singole tappe... Infatti esiste già un
reale e percettibile pericolo che, mentre progredisce enormemente il dominio da
parte dell’uomo sul mondo delle cose, di questo suo dominio egli perda i fili
essenziali e in vari modi la sua umanità sia sottomessa a quel mondo ed egli
stesso divenga oggetto di multiforme, anche se spesso non direttamente
percettibile, manipolazione” (n. 16).
3. La verità è che lo sviluppo tecnologico, caratteristico
del nostro tempo, soffre di un’ambivalenza di fondo: mentre, da una parte,
consente all’uomo di prendere in mano il proprio destino, lo espone,
dall’altra, alla tentazione di andare oltre i limiti di un ragionevole dominio
sulla natura, mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza e l’integrità
della persona umana.
Si consideri, per restare nell’ambito della biologia e della
medicina, l’implicita pericolosità che al diritto dell’uomo alla vita deriva dalle
stesse scoperte nel campo della inseminazione artificiale, del controllo delle
nascite e della fertilità, della ibernazione e della “morte ritardata”,
dell’ingegneria genetica, dei farmaci della psiche, dei trapianti d’organo ecc.
Certo, la conoscenza scientifica ha proprie leggi, alle quali attenersi. Essa
tuttavia deve pure riconoscere, soprattutto in medicina, un limite invalicabile
nel rispetto della persona e nella tutela del suo diritto a vivere in modo
degno di un essere umano.
Se un nuovo metodo di indagine, ad esempio, lede o rischia
di ledere questo diritto, non è da considerare lecito solo perché accresce le
nostre conoscenze. La scienza, infatti, non è il valore più alto, al quale
tutti gli altri debbano essere subordinati. Più in alto, nella graduatoria dei
valori, sta appunto il diritto personale dell’individuo alla vita fisica e
spirituale, alla sua integrità psichica e funzionale. La persona, infatti, è
misura e criterio di bontà o di colpa in ogni manifestazione umana. Il
progresso scientifico, pertanto, non può pretendere di situarsi in una sorta di
terreno neutro. La norma etica, fondata nel rispetto della dignità della
persona, deve illuminare e disciplinare tanto la fase della ricerca quanto
quella dell’applicazione dei risultati, in essa raggiunti.
4. Da qualche tempo si levano nel vostro campo voci
allarmate, che denunciano le conseguenze dannose derivanti da una medicina
preoccupata più di se stessa che dell’uomo, a cui dovrebbe servire. Penso, ad
esempio, al campo farmacologico. È indubbio che alla base dei prodigiosi
successi della moderna terapia stiano la ricchezza e l’efficacia dei farmaci,
di cui disponiamo. È un fatto, tuttavia, che fra i capitoli della patologia
d’oggi se n’è aggiunto uno nuovo, quello iatrogenico. Sempre più frequenti sono
le manifestazioni morbose imputabili all’impiego indiscriminato di farmaci:
malattie della pelle, del sistema nervoso, dell’apparato digerente, soprattutto
malattie del sangue. Non è questione soltanto di un uso incongruo dei farmaci,
e neppure di un loro abuso. Spesso si tratta di vera e propria intolleranza
dell’organismo.
Il pericolo non è da trascurare, perché anche la più
accurata e coscienziosa ricerca farmacologica non esclude totalmente un rischio
potenziale: l’esempio tragico della talidomide fa testo. Perfino nell’intento
di giovare, il medico può dunque involontariamente ledere il diritto
dell’individuo sulla propria vita. La ricerca farmacologica e l’applicazione
terapeutica devono quindi essere sommamente attente alle norme etiche, preposte
alla tutela di tale diritto.
5. Il discorso ci ha portato a toccare un argomento oggi
molto discusso, quello della sperimentazione. Anche qui il riconoscimento della
dignità della persona, e della norma etica che ne deriva, come valore superiore
a cui deve ispirarsi la ricerca scientifica, ha precise conseguenze a livello
deontologico. La sperimentazione farmacologico-clinica non può essere iniziata
senza che tutte le cautele siano state prese per garantire l’innocuità
dell’intervento. La fase pre-clinica della ricerca deve, pertanto, fornire la
più ampia documentazione farmaco-tossicologica.
È ovvio, d’altra parte, che il paziente debba essere
informato della sperimentazione, del suo scopo e degli eventuali suoi rischi,
in modo che egli possa dare o rifiutare il proprio consenso in piena
consapevolezza e libertà. Il medico, infatti, ha sul paziente solo quel potere
e quei diritti, che il paziente stesso gli conferisce.
Il consenso da parte del malato non è, poi, senza limite
alcuno. Migliorare le proprie condizioni di salute rimane, salvo casi
particolari, la finalità essenziale della collaborazione da parte del malato.
La sperimentazione, infatti, si giustifica “in primis” con l’interesse del
singolo, non con quello della collettività. Ciò non esclude tuttavia che, fatta
salva la propria integrità sostanziale, il paziente possa legittimamente
assumersi una quota parte di rischio, per contribuire con la sua iniziativa al
progresso della medicina e, in tal modo, al bene della comunità. La scienza
medica si pone, infatti, nella comunità come forza di affrancamento dell’uomo
dalle infermità, che lo inceppano, e dalle fragilità psico-somatiche, che lo
umiliano. Donare qualcosa di se stessi, entro i limiti tracciati dalla norma
morale, può costituire una testimonianza di carità altamente meritevole ed
un’occasione di crescita spirituale così significativa, da poter compensare il
rischio di un’eventuale minorazione fisica non sostanziale.
6. Le considerazioni svolte in tema di ricerca farmacologica
e di terapia medica possono estendersi ad altri campi della medicina. Più
spesso di quanto non si creda, nell’ambito stesso dell’assistenza al malato, si
può ledere il suo personale diritto alla integrità psico-fisica, esercitando di
fatto la violenza: nella indagine diagnostica mediante procedure complesse e
non di rado traumatizzanti, nel trattamento chirurgico, che si spinge ormai ad
attuare i più ardui interventi di demolizione e di ricostruzione, nel caso dei
trapianti d’organo, nella ricerca medica applicata, nella stessa organizzazione
ospedaliera.
Non è possibile affrontare ora compiutamente una simile
tematica, il cui esame ci porterebbe lontano, imponendoci di interrogarci sul
tipo di medicina verso il quale ci si vuole orientare: se quello di una medicina
a misura d’uomo o se, invece, di una medicina all’insegna della pura tecnologia
e dell’efficientismo organizzativo.
È necessario impegnarsi in una ”ri-personalizzazione” della
medicina che, portando nuovamente ad una considerazione più unitaria del malato,
favorisca l’instaurarsi con lui di un rapporto più umanizzato, tale cioè da non
lacerare il legame tra la sfera psico-affettiva ed il suo corpo sofferente. Il
rapporto malato-medico deve tornare a basarsi su di un dialogo fatto di
ascolto, di rispetto, di interesse; deve tornare ad essere un autentico
incontro tra due uomini liberi o, com’è stato detto, tra una “fiducia” e una
“coscienza”.
Ciò consentirà al malato di sentirsi capito per quello che
egli veramente è: un individuo che ha delle difficoltà nell’uso del proprio
corpo o nell’esplicazione delle proprie facoltà; ma che conserva intatta
l’intima essenza della sua umanità, i cui diritti alla verità e al bene, tanto
sul piano umano che su quello religioso, attende di veder rispettati.
7. Illustri Signori, nel proporvi queste riflessioni, mi è
spontaneo andare col pensiero alle parole di Cristo: “Ero malato e mi avete
visitato” (Mt 25, 36). Quale stimolo all’auspicata della medicina può venire dalla carità cristiana, che fa scoprire
nei lineamenti di ogni infermo il volto adorabile del grande, misterioso
Paziente, che continua a soffrire in coloro sui quali si curva, sapiente e
provvida, la vostra professione!
A Lui va in questo momento la mia preghiera, per invocare su
di voi, sui vostri cari e su tutti i vostri malati l’abbondanza dei celesti
favori, in pegno dei quali di cuore vi imparto la propiziatrice Benedizione
Apostolica.