A un Congresso medico
internazionale promosso dal Movimento Italiano per la Vita
TUTELA DELLA SALUTE DELLA
GESTANTE E DEL CONCEPITO
12 ottobre 1985
Promosso dal Movimento per la vita, in collaborazione
con alcuni rappresentanti del Secondo istituto di clinica ostetrica e
ginecologica dell’Università "La Sapienza" di Roma e dell’Università
Cattolica, il Congresso aveva studiato il tema: "Tutela della salute della
gestante e del concepito" .
1. (...) Vi sono grato anche per l’occasione
che mi offrite di rivolgervi, senza entrare nel merito specifico delle
questioni da voi affrontate, una parola su un argomento che è al centro delle
attenzioni e preoccupazioni della Chiesa, qual è quello della difesa della vita
umana. Ho preso conoscenza con interesse del dettagliato programma che mi è
stato fatto pervenire dagli organizzatori con gentile premura. Avete toccato
aspetti della vita della donna e del nascituro che meritano ogni
considerazione, anche perché al di là della ricerca scientifica, la vicenda di
una gravidanza, o meglio la storia di una vita che si accende, trova la sua
ragion d’essere nel misterioso progetto di Dio, il "Vivente" per eccellenza (cfr. Dt 5, 23; 1Re 17, 1).
2. È di buon auspicio vedere riuniti nella
promozione dei sacrosanti diritti della madre e del bambino non solo
professionisti che si ispirano agli ideali proclamati dalla Rivelazione divina
e da sempre propugnati dalla Chiesa, ma anche quelli di diverso orientamento culturale
e ideologico. Questo dice quanto sia alto, anzi unico ed irripetibile, il
valore della vita. Tutti gli uomini infatti, a qualunque estrazione culturale
appartengano, sentono che questo valore è fondamentale, e che nessuno vi può
rinunciare, senza tradire la causa stessa dell’uomo.
Ma questa riflessione diventa ancor più
esigente ed impegnativa per l’uomo biblico, per colui cioè che accoglie la
Parola di Dio come norma di vita, alla luce del Magistero della Chiesa. Secondo
la Rivelazione cristiana, infatti, l’uomo non è padrone della propria vita, ma
la riceve in usufrutto; non ne è proprietario, ma amministratore, perché Dio
solo è il Signore della vita. A questo proposito l’Antico Testamento si esprime
in termini perentori: "Del vostro sangue, ossia della vostra vita, io
domanderò conto" – dice il Signore –. "Domanderò conto della vita
dell'uomo alla mano dell'uomo, alla mano di ogni suo fratello. Se uno sparge il
sangue di un uomo, il suo sangue sarà sparso dall'uomo. Infatti ad immagine di
Dio, Dio ha fatto l'uomo" (Gn 9, 5-6). Una conseguenza diretta della
provenienza divina della vita è la sua indisponibilità, la sua intoccabilità,
cioè la sua sacertà: "Io, io solo sono Dio e nessun altro è Dio come me.
Sono io che faccio morire e risano e non c'è chi possa liberare dal mio
potere" (Dt 32, 39; Gb 12, 10; 34, 14). L’uomo tutto intero, anima e
corpo, appartiene a Dio; per questo egli si erge a vindice di ogni vita
innocente stroncata: "Non far morire l'innocente e il giusto, poiché io non
assolverò il malvagio" (Es 20, 13).
Tale sacertà della vita umana viene
chiaramente riproposta, sempre con accenti diversi, nel Nuovo Testamento. Al
giovane ricco che chiede quali siano i principali comandamenti per
"entrare nella vita" Gesù risponde indicando come primo dovere:
"Non ucciderai" (Mt 19, 18). La tradizione apostolica, in ossequio a
questa norma perentoria, propone il divieto dell’omicidio nel più ampio
contesto del comandamento dell’amore: “Non siate debitori di nulla con nessuno,
se non di amore vicendevole, perché chi ama il prossimo ha adempiuto la Legge.
Infatti il non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non
desidererai e qualsiasi altro precetto si riassume in questa parola: "amerai il tuo prossimo come te stesso.
L'amore non fa alcun male al prossimo" (Rm 13, 8, 10).
3. La Chiesa, fedele a questa tradizione
biblica, non ha cessato attraverso i secoli di adoperarsi con tutti i mezzi a
sua disposizione per difendere la vita umana, in qualunque momento della
esistenza di un uomo e di una donna, in qualunque situazione essi siano venuti
a trovarsi. Il Concilio Vaticano Secondo, a questo proposito, si è pronunciato
con particolare vigore: "Dio, Signore della vita, ha affidato agli uomini
l'altissima missione di proteggere la vita: missione che deve essere adempiuta
in modo umano. Perciò la vita umana dal momento del concepimento deve essere
protetta con la massima cura" (Gaudium et spes, n. 51).
4. Cari fratelli e sorelle, nel ribadire
questi princìpi cristiani, mi è di conforto sapere che l’opera di voi medici e
studiosi di problemi morali, connessi con la vostra professione, si svolge in
questo contesto ideale. Ne è prova anche il Convegno che avete appena concluso,
diretto a portare un contributo qualificato alla causa di un sempre migliore
servizio umano e cristiano alle donne ed ai nascituri in un momento così
delicato della loro esistenza. Mi auguro che i vostri incontri siano anche
serviti per aggiornare gli aspetti più qualificanti della vostra professione
medica e per illuminare sempre meglio le vostre responsabilità di fronte al
mistero della vita, che siete chiamati a difendere da qualunque minaccia e a
promuovere nella sua qualità. Voglio pure sperare che il Convegno vi sia
giovato anche per reagire a certe correnti di opinioni che cercano di
influenzare le coscienze dei medici “per indurli – come dicevo in altra
circostanza – a prestare la loro opera in pratiche contrarie all’etica non solo
cristiana, ma anche semplicemente naturale, in aperta contraddizione con la
deontologia professionale, espressa nel celeberrimo giuramento dell’antico
medico pagano” (Insegnamenti, I, 1978, p. 437).
5. Non vi scoraggino in questo vostro impegno le difficoltà che indubbiamente incontrerete in un modo o nell’altro. Trattandosi della causa dell’uomo nessun sacrificio deve essere risparmiato, nulla dev’essere lasciato intentato. Voi che siete gli specialisti della vita, fate sì che essa fiorisca o rifiorisca in ogni persona. Ridarete così il sorriso a coloro che si affidano alle vostre cure, e darete anche gloria a Dio perché, come dice sant’Ireneo: "L'uomo vivente è gloria di Dio" (Adv. Haereses, IV, 20, 7).