Ai partecipanti ad un
convegno medico sulla terapia dei tumori
UMANIZZATE LA MEDICINA
AMANDO I MALATI
25 febbraio 1991
Il Santo Padre ha ricevuto in udienza, nella
Sala Clementina, i partecipanti al II Corso-convegno internazionale su
"radiodiagnostica e terapie integrate in oncologia", indetto a Roma
dalla Facoltà di medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro
Cuore. L’incontro di studio, oltre ad essere occasione per la conoscenza dei
più moderni strumenti e delle nuove metodologie per la diagnosi e la terapia
dei tumori, ha offerto l’opportunità di trattare il delicato e fondamentale
problema dell’umanizzazione della medicina e cioè del rapporto fra medico e
malato. Alla guida del gruppo, del quale facevano parte eminenti clinici
provenienti da diversi Paesi del mondo, era il prof. Attilio Romanini,
Direttore del Corso.
1. Sono veramente lieto di porgere il mio
più cordiale saluto a tutti voi, che partecipate in questi giorni al secondo
corso convegno internazionale sul tema "radiodiagnostica e terapie
integrate in oncologia", indetto dalla facoltà di medicina e chirurgia
dell’università cattolica del sacro cuore qui a Roma. Scorrendo il programma
del corso ho notato che gli illustri relatori provengono, oltre che
dall’Italia, anche dalla Jugoslavia, dalla Germania, dalla Francia,
dall’Inghilterra, dal Canada, dagli Stati Uniti d’America e dal Giappone. Si tratta
di una rappresentanza veramente estesa e soprattutto qualificata nel settore,
in cui la vostra competenza è ampiamente riconosciuta. Ebbene, a tutti voi, e
in primo luogo al direttore del corso, il Professore Attilio Romanini rinnovo
il mio saluto che esprime anche la gioia sincera di potervi incontrare: anzi,
vi ringrazio per l’occasione che mi è data di indirizzarvi la mia parola
sull’importante tema da voi dibattuto, nel campo in cui voi mi siete maestri.
Mi piace unicamente aprirvi il mio animo sul problema umano posto dal malato di
tumore, ed assicurarvi il mio incoraggiamento nella vostra preziosa attività.
2. Al di là degli aspetti strettamente
tecnici, propri dell’oncologia, si propone sempre, non solo ai parenti ma
soprattutto al medico, la questione del rapporto migliore da instaurare col
malato. La malattia del cancro, infatti, resta ancora in gran parte davanti a
tutti, ed anche davanti a voi che pur siete specialisti in materia, un enigma:
sia nella sua origine che nella sua terapia. Sapete bene che è molto facile un
collasso psicologico del malato, in particolare per le terribili o incerte
prospettive che esso gli riserva. terapie costose o addirittura mutilanti,
isolamento e discriminazione da parte dei sani, angosciosa preoccupazione per l’esito
del male: sono tutti motivi che, oltre al dolore fisico, fanno della malattia
una delle più tremende forme di sofferenza. Ma nel contempo, e da un altro
punto di vista, questi sono anche motivi perché non si lasci solo il malato, ma
se ne prenda a cuore la sorte, gli si dia fiducia e lo si accompagni, direi con
partecipazione fraterna, nel cammino del suo dolore sia fisico che psicologico.
E tutto questo si richiede non solo ai familiari, che più da vicino ne
condividono le pene, ma anche e in modo speciale a voi, medici curanti, oltre
che agli infermieri ed a tutta l’équipe terapeutica.
3. Poiché appartiene alla tradizione della
Chiesa considerare cristiano tutto ciò che è autenticamente umano, mi sento in
dovere di invitarvi pressantemente ad umanizzare sempre di più la medicina che
coltivate, e ad instaurare un vincolo di schietta solidarietà umana con i
vostri pazienti, che vada al di là di un puro rapporto professionale.
Segretamente il malato aspetta anche questo da Voi. Del resto, egli Vi sia di
fronte in tutta la sua nobiltà di persona umana che, pur essendo bisognosa,
dolorante e forse anche menomata, non per questo va considerata un oggetto
passivo, fosse pure un oggetto di cure più o meno sperimentali. Al contrario,
una persona è sempre un soggetto e come tale va accostata. Questa è la dignità
originaria dell’uomo. E proprio nel rapporto con l’uomo sofferente – tanto più
se è sofferente di tumore – ci si trova di fronte ad un test che saggia e mette
alla prova l’esistenza e la genuinità delle nostre convinzioni in materia. Una
persona esige per natura sua un rapporto personale. Anche l’ammalato non è mai
soltanto un caso clinico, ma sempre un "uomo ammalato"; egli si
aspetta cure competenti ed efficaci, ma anche la capacità è l’arte di infondere
fiducia, magari al punto da discutere onestamente con lui la sua situazione e
soprattutto da adottare un sincero atteggiamento di "sim-patia", nel
senso etimologico del termine, tale da tradurre in pratica le parole
dell’Apostolo Paolo, che riecheggiavano già quelle di un antico sapiente:
"Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che
sono nel pianto" (Rom 12, 15; cfr. Sir 7, 34).
4. In questo senso, come ben si comprende,
l’attività del Medico è più prossima ad una missione che ad una mera
professione. Infatti vi è coinvolta tutta la sua umanità e gli è richiesta una
dedizione totale. Ebbene, cari Fratelli e Sorelle, sento di dovervi
incoraggiare con tutto il cuore nel vostro benemerito lavoro, tanto di ricerca
scientifica quanto di assistenza terapeutica. Certamente molti vi debbono
molto. E, se permettete, mi faccio portavoce di quanti non hanno forse la
possibilità di esprimervelo, presentandovi il ringraziamento di tutti i malati
oncologici, ma non solo di essi, per quanto Voi fate per il bene loro e
dell’uomo in generale in questo settore tanto urgente e drammatico.
Proseguite, pertanto, con tenacia ed
entusiasmo il Vostro encomiabile impegno, secondo le vostre rispettive
specializzazioni. Ad esse auguro che possano essere il più possibile fruttuose,
come merita la serietà dei vostri lavori e la stessa causa dell’uomo che, anche
sul piano fisico, sempre attende di "entrare nella libertà della gloria
dei figli di Dio" (Rom 8, 21).
Da parte mia, Vi assicuro un particolare ricordo nella preghiera, perché il Signore, che per definizione biblica è "amante della vita" (Sap 11, 26); benedica le Vostre occupazioni e assecondi le Vostre fatiche. Di questi voti è pegno la Benedizione Apostolica, che sono lieto di impartirvi, anche come segno della mia alta considerazione, e che amo estendere a quanti Vi sono cari.