Alle partecipanti ad un
Convegno per infermiere ostetriche dell’ACOS
VOI SIETE LE CUSTODI DELLA VITA
UMANA
26 gennaio 1980
Giovanni Paolo II ha ricevuto in udienza, nella sala del
concistoro, i partecipanti al convegno specializzato per ostetriche, promosso
dall’associazione cattolica operatori sanitari. Il convegno, cui hanno
partecipato oltre duecento ostetriche, era dedicato al tema ”in difesa della
vita e della famiglia” . Il gruppo era guidato dal presidente dell’associazione
cattolica operatori sanitari, Pietro Coppi, dalla vice presidente, Italia de
Camillis, e da Monsignor Vincenzo Gamboro, consulente nazionale
dell’associazione.
1. Ho accolto di buon grado il desiderio, da voi espresso,
di un incontro particolare, nel quale vi fosse concesso di testimoniare la
devozione che vi lega al Papa, e di ricevere da Lui una parola di conforto e di
guida nell’adempimento dei delicati compiti connessi con la vostra professione.
Conosco le alte finalità a cui la vostra Associazione si
ispira e mi sono note, altresì, le coraggiose scelte, che essa ha saputo
operare in questi anni, per restare fedele ai dettami della coscienza
illuminata dalla fede. Sono lieto, pertanto, di potervi manifestare di persona
il mio cordiale apprezzamento e di recarvi, al tempo stesso, la mia paterna
esortazione a perseverare nel proposito di coerente adesione alle norme deontologiche
della vostra professione, non raramente sottoposta a forti pressioni da parte
di chi vorrebbe piegarla verso prestazioni, che sono in diretto contrasto con
gli scopi per cui essa è sorta ed opera.
Il “servizio alla vita ed alla famiglia” è stato ed è
infatti la ragion d’essere essenziale di questa professione, come avete
opportunamente sottolineato nel tema stesso del convegno; ed è precisamente in
tale nobile servizio che va ricercato il segreto della sua grandezza. a voi
spetta di vegliare con sollecitudine sul mirabile e misterioso processo della
generazione, che si compie nel seno materno, allo scopo di seguirne il regolare
svolgimento e di favorirne il felice esito con la venuta alla luce della nuova
creatura. voi siete, dunque, le custodi della vita umana, la quale si rinnova
nel mondo, portando in esso, col fresco sorriso del neonato, la gioia (cfr. gv
16,21) e la speranza di un futuro migliore.
2. È necessario, pertanto, che ognuna di voi coltivi in se
stessa la chiara consapevolezza dell’altissimo valore della vita umana:
nell’ambito dell’intera creazione visibile essa è un valore unico. Il Signore
ha infatti creato tutte le altre cose sulla terra per l’uomo; l’uomo invece –
come il Concilio Vaticano II ha ribadito – è “la sola creatura che Iddio abbia
voluto per se stessa” (Cost. Gaudium
et spes, n. 24).
Questo significa che, per quanto riguarda il suo essere e la
sua essenza, l’uomo non può essere finalizzato ad alcuna creatura, ma a Dio
soltanto. È questo il contenuto profondo del passo biblico ben noto, secondo
cui “Dio creò l’uomo a sua immagine ..maschio e femmina li creò” (Gen 1,27): e
questo è anche ciò che si vuol ricordare quando si afferma che la vita umana è
sacra. L’uomo, come essere fornito di intelligenza, di libera volontà, desume
il diritto alla vita immediatamente da Dio, di cui è immagine, non dai
genitori, né da qualsiasi società od autorità umana. Dio soltanto può, quindi,
“disporre” di tale suo dono singolare: “Io, io solo sono Dio e nessun altro è
Dio come me. Sono io che faccio morire e risuscito, sono io che ferisco e
risano e non c’è chi possa liberare dal mio potere” (Dt 32,39).
L’uomo, dunque, possiede la vita come un dono, del quale non
può però considerarsi padrone; per questo, della vita tanto propria che altrui
non può sentirsi arbitro. L’Antico Testamento formula questa conclusione in un
precetto del Decalogo: “Non uccidere” (Es 20,13), con la precisazione che segue
poco dopo: “Non far morire l’innocente ed il giusto, poiché io non assolverò il
malvagio” (Es 23,7). Cristo, nel Nuovo Testamento, ribadisce tale precetto come
condizione per “entrare nella vita” (cfr. Mt 19,18); ma – significativamente –
lo fa seguire dalla menzione del precetto che riassume in sé ogni aspetto della
norma morale, portandolo a compimento, il precetto cioè dell’amore (cfr. Mt
19,19). Solo chi ama può accogliere fino in fondo le esigenze che scaturiscono
dal rispetto per la vita del prossimo.
A questo proposito, voi ricordate certamente le parole di
Cristo nel “discorso della montagna”: in tale occasione Gesù si rifà quasi
polemicamente al “non uccidere” veterotestamentario, vedendovi un’espressione
della giustizia “insufficiente” degli scribi e dei farisei (cfr. Mt 5,20) ed
invitando a guardare più a fondo in se stessi, per individuare le radici
malvage, da cui scaturisce ogni violenza contro la vita: colpevole non è
soltanto chi uccide, ma anche chi coltiva sentimenti malevoli ed esce in parole
offensive nei confronti del prossimo (cfr. Mt 5,21ss.). Vi è una violenza
verbale che prepara il terreno e favorisce l’insorgere dei presupposti
psicologici per lo scatenarsi della violenza fisica.
Chi vuol rispettare la vita e porsi, anzi, generosamente al
servizio di essa, deve coltivare in se stesso sentimenti di comprensione verso
l’altro, di partecipazione alla sua vicenda, di umana solidarietà, in una
parola sentimenti di amore sincero. Il credente è in ciò facilitato, perché
egli sa riconoscere in ogni uomo un fratello (cfr. Mt 23,8), nel quale Cristo
si identifica al punto da ritenere fatto a sé quello che a lui viene fatto
(cfr. Mt 25,40.45).
3. Uomo è, per altro, anche il bambino non ancora nato; ed
anzi, se titolo privilegiato di identificazione con Cristo è l’essere tra “i
più piccoli” (cfr. Mt 25,40), come non vedere una presenza particolare di
Cristo nell’essere umano in gestazione che, tra gli altri esseri umani, è
davvero il più piccolo ed inerme, privo com’è di ogni mezzo di difesa, persino
della voce per reclamare contro i colpi inferti ai suoi più elementari diritti?
È vostro compito testimoniare, di fronte a tutti, la stima
ed il rispetto, che nutrite nel cuore per la vita umana; di prenderne
all’occorrenza arditamente la difesa; di rifiutarvi di cooperare alla sua
diretta soppressione. Non v’è disposizione umana che possa legittimare una
azione intrinsecamente iniqua, né tanto meno obbligare chicchessia a
consentirvi. La legge, infatti, ripete il suo valore vincolante dalla funzione
che essa – in fedeltà alla Legge divina – svolge a servizio del bene comune; e
questo, a sua volta, è tale nella misura in cui promuove il benessere della
persona. Di fronte, pertanto, ad una legge che si ponga in diretto contrasto
col bene della persona, che rinneghi anzi la persona in se stessa,
sopprimendone il diritto a vivere, il cristiano, memore delle parole
dell’Apostolo Pietro al cospetto del sinedrio: “Bisogna obbedire a Dio
piuttosto che agli uomini” (At 5,29), non può che opporre il suo civile ma
fermo rifiuto.
Il vostro impegno, tuttavia, non si limita a questa
funzione, per così dire, negativa. Esso si spinge a tutto un insieme di compiti
positivi di grande importanza. A voi spetta di confermare nell’animo dei
genitori il desiderio e la gioia per la nuova vita, sbocciata dal loro amore; a
voi di suggerirne la visione cristiana, mostrando col vostro atteggiamento di
riconoscere nel bimbo, formato nel seno materno, un dono ed una benedizione di
Dio (cfr. Sal 126,3; 127,3ss.); a voi, ancora, di essere accanto alla madre per
ravvivare in lei la coscienza della nobiltà della sua missione e per rafforzarne
la resistenza di fronte alle eventuali suggestioni dell’umana pusillanimità; a
voi, infine, di prodigarvi con ogni cura per assicurare al bambino una nascita
sana e felice. E come non ricordare anche, in una visione più ampia del vostro
servizio alla vita, l’importante contributo di consiglio e di pratico
orientamento che voi potete offrire alle singole coppie di sposi, desiderose di
attuare una procreazione responsabile, nel rispetto dell’ordine stabilito da
Dio? Anche a voi sono rivolte le parole del mio predecessore Paolo VI, con cui
ha esortato i membri del personale sanitario a perseverare “nel promuovere in
ogni occasione le soluzioni ispirate alla fede ed alla retta ragione” ed a
sforzarsi di “suscitarne la convinzione ed il rispetto nel loro ambiente”
(Encicl. Humanae Vitae, n. 27).
È ovvio che, per adempiere in modo conveniente a tutti
questi complessi e delicati compiti, è necessario che vi studiate di acquisire
una competenza professionale ineccepibile, continuamente aggiornata alla luce
dei più recenti progressi della scienza. Sarà tale comprovata competenza che,
oltre a consentirvi interventi tempestivi ed adeguati a livello strettamente
professionale, vi assicurerà presso coloro che ricorrono a voi la
considerazione ed il credito capaci di disporne l’animo ad accogliere i vostri
consigli nelle questioni morali, connesse col vostro ufficio.
4. Ecco tracciate alcune linee direttrici, secondo le quali
siete esortate ad orientare il vostro impegno civico e cristiano. È un impegno che
suppone vivo senso del dovere e generosa adesione ai valori morali, umana
comprensione e pazienza instancabile, fermezza coraggiosa e tenerezza materna.
Doti non facili, come l’esperienza v’insegna. Doti, comunque, richieste da una
professione che si situa per natura sua al livello della missione. Doti, per
altro, normalmente ripagate dalle testimonianze di stima e di affettuosa
riconoscenza, che vi giungono da coloro che hanno beneficiato della vostra
assistenza.
Nella luce di Maria invoco su di voi e sulla vostra attività
i copiosi doni della divina bontà, mentre, in pegno di speciale benevolenza, a
tutte concedo la propiziatrice Benedizione Apostolica.