Alla VII Conferenza
del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute
I DISABILI HANNO IL
DIRITTO DI ESSERE ACCOLTI
NELLA SOCIETÀ E DI
DIVENTARE
AUTENTICI PROTAGONISTI
DELLA LORO ESISTENZA
21 dicembre 1992
Occorre fare in modo che i disabili
"possano sentirsi a pieno diritto accolti nella comunità civile". Lo
ha detto Giovanni Paolo II rivolgendosi ai partecipanti alla VII Conferenza
internazionale promossa dal Pontificio Consiglio della pastorale per gli
operatori sanitari, ricevuti in udienza nell’Aula Paolo VI.
1. Sono lieto di poter rivolgere anche
quest’anno il mio saluto ai partecipanti alla Conferenza Internazionale, promossa
e preparata dal Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari
sul tema "Le vostre membra sono Corpo di Cristo. I disabili nella
società".
Questo annuale appuntamento di riflessione e
di studio, mentre suscita un crescente interesse nei diversi ambiti sociali,
sempre più si propone come occasione di incontro per un fruttuoso scambio di
esperienze fra persone impegnate nella ricerca di mezzi adeguati per la
soluzione dei problemi più gravi che affliggono tanta parte del genere umano.
Saluto con gratitudine gli illustri ospiti qui
convenuti da diverse nazioni – scienziati, ricercatori, medici, sociologi,
teologi, studiosi e operatori sanitari –, i quali offrono il contributo delle
loro indagini e delle loro esperienze, maturate in anni di dedizione solerte e
responsabile.
Saluto, in particolare, il Signor Cardinale
Fiorenzo Angelini, attivo Presidente del Pontificio Consiglio, ed i suoi
collaboratori, come pure tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito alla
riuscita di quest’importante Congresso Internazionale.
2. Il problema dei disabili è comune a tutti i
Paesi. Le persone portatrici di handicap sul piano fisico o psichico assommano
in effetti a circa cinquecento milioni, ma molti di essi, purtroppo, non
beneficiano ancora dei servizi necessari. Fattori di rischio e gravi disagi di
riadattamento si registrano specialmente nei Paesi in via di sviluppo, dove,
secondo alcuni dati autorevoli, vive l’85% dei disabili, e dove un’alta
percentuale di handicap, come ad esempio la cecità, è causata da malattie
endemiche e da condizioni sanitarie subumane. I frequenti conflitti e le
calamità naturali ne hanno moltiplicato il numero. Penso, in particolare, ai
bambini, alle donne e agli anziani, come pure alle gravi condizioni in cui
versano gruppi considerevoli di profughi e di rifugiati disabili. Anche nei
Paesi industrializzati il numero degli handicap, favoriti dal diffondersi di
modelli di sviluppo che negano o disattendono la dignità della persona umana, è
elevato e in alcune regioni persino in aumento. Basti pensare alle conseguenze
derivanti dagli incidenti stradali, dagli infortuni sul lavoro non protetto,
dall’abbandono dei minori.
Molti portatori di handicap, poi, fragili e
non di rado mortificati dalla consapevolezza della loro minorazione, si sentono
ignorati nelle loro difficoltà e sono spinti a condurre di fatto un’esistenza
emarginata. L’opinione pubblica, che pur consacra spazio e attenzione a temi,
mode e costumi talora effimeri, non dedica tutto l’interesse dovuto ad un così
grave problema.
Non mancano, però, iniziative lodevoli
volte a sensibilizzare la società nei confronti di tali problematiche e a
sostenere i portatori di handicap nel superamento della loro condizione di
emarginazione e nell’inserimento a pieno titolo nella comunità. La legislazione
di molte nazioni ha operato notevoli passi a tale riguardo, promovendo con
scelte attente e coraggiose la cultura dell’accoglienza e favorendo la
progressiva integrazione sociale di queste persone.
3. Anche voi, nelle lezioni e riflessioni,
nello scambio di esperienze e di opinioni di queste giornate, avete studiato il
tema dei disabili, approfondendone gli aspetti antropologici, clinici, morali,
tecnici, sociali, giuridici e religiosi. Avete rilevato che, nel contesto di
una ritrovata coscienza sociale e sanitaria, è possibile, mediante l’ausilio
della scienza e della tecnologia, attuare una più qualificata assistenza
sociale e sanitaria soddisfacendo le varie istanze ed esigenze dei disabili e
spesso anche prevenendo lo stesso insorgere degli handicap fisici o psichici.
Se in questo campo molto è stato fatto pur tra
difficoltà e ostacoli, molto resta ancora da fare perché siano definitivamente
superate le barriere culturali, sociali e architettoniche che impediscono ai
disabili il soddisfacimento delle loro legittime aspirazioni. Occorre far in
modo che essi possano sentirsi a pieno diritto accolti nella comunità civile,
essendo loro accordata l’effettiva opportunità di svolgere un ruolo attivo
nella famiglia, nella società e nella Chiesa. Non basta quindi un’assistenza
discrezionale affidata alla generosità di alcuni, è necessario che vi sia il
coinvolgimento responsabile, a vari livelli, dei componenti dell’intera
comunità.
4. Ogni persona umana – la legislazione internazionale
lo riconosce chiaramente – è soggetto di diritti fondamentali che sono
inalienabili, inviolabili e indivisibili. Ogni persona: quindi anche il
disabile. Questi, tuttavia, a causa del suo handicap, può incontrare
particolari difficoltà nell’esercizio concreto di tali diritti. Ha perciò
bisogno di non essere lasciato solo. Nessuno meglio del cristiano è in grado di
capire il dovere di un simile intervento altruistico. A lui infatti san Paolo,
parlando della Chiesa, Corpo mistico di Cristo, ricorda che "se un membro
soffre, tutte le membra soffrono con lui" (1 Cor 12, 26). Questa
rivelazione illumina dall’alto anche la società umana e fa capire che,
all’interno delle strutture, la solidarietà dev’essere il vero criterio
regolatore dei rapporti fra individui e gruppi. L’uomo, ogni essere umano, è
degno sempre del massimo rispetto ed ha il diritto di esprimere appieno la
propria dignità di persona. In tale ottica la famiglia, lo Stato, la Chiesa –
ciascuna entità nell’ambito della propria natura e dei propri compiti – sono
chiamate a riscoprire la grandezza dell’uomo ed il valore della sofferenza,
"presente nel mondo per sprigionare amore…per trasformare tutta la civiltà
umana nella civiltà dell'amore" (Salvifici doloris, 30).
Alla famiglia, allo Stato e alla Chiesa –
strutture portanti dell’umana convivenza – è domandato un peculiare contributo,
perché si sviluppi la cultura della solidarietà e perché i portatori di
handicap possano divenire autentici e liberi protagonisti della loro esistenza.
La famiglia, anzitutto, che è il santuario
dell’amore e della comprensione, è chiamata a condividere più di ogni altro la
condizione dei più deboli, a riscoprire il proprio ruolo determinante nella
formazione del disabile, in vista del suo recupero fisico e spirituale e del
suo effettivo inserimento sociale. Essa costituisce il luogo naturale della sua
maturazione e della sua crescita armoniosa verso quell’equilibrio personale ed
affettivo che risulta indispensabile per l’instaurazione di adeguati contatti e
rapporti con gli altri.
Un compito ugualmente importante spetta poi
allo Stato, il quale misura il proprio livello di civiltà sul metro del
rispetto con cui sa circondare i più deboli tra i componenti della società.
Tale rispetto deve esprimersi nell’elaborare e nell’offrire strategie di
prevenzione e di riabilitazione, nel ricercare e nell’attuare tutti i possibili
percorsi di recupero e di crescita umana, nel promuovere l’integrazione
comunitaria nel pieno rispetto della dignità della persona, favorendo nel disabile
– come già ho avuto occasione di ricordare – "la partecipazione alla vita
della società in tutte le sue dimensioni e a tutti i livelli accessibili alle
sue capacità: famiglia, scuola, lavoro, comunità sociale, politica,
religiosa" (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VII/2, 1984, p. 398).
Dovere e diritto di intervenire nella delicata
materia ha anche la Chiesa, che, guidata dall’esempio e dall’insegnamento del
suo Signore, non ha mai cessato di prodigarsi a servizio dei più deboli. Basti
accennare alle non poche benemerite Istituzioni religiose maschili e femminili,
nonché alle Associazioni di fedeli laici sorte nei secoli con lo specifico
carisma della cura dei portatori di handicap. Questa attenzione a chi è nel
bisogno deve sempre più coinvolgere l’intera comunità ecclesiale, così che
ciascuno, ed in particolare il soggetto in difficoltà, possa trovare piena
integrazione nella vita della famiglia dei credenti. Ai disabili rinnovo qui il
messaggio formulato dall’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi nel 1987:
"Contiamo su di voi per insegnare al mondo intero che cos'è l'amore"
(Messaggio al Popolo di Dio, n. 13: in "L'Osservatore Romano, 30.X.1987,
p. 4).
5. Apprezzamento e gratitudine meritano, poi,
gli sforzi compiuti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e da altri
Organismi delle Nazioni Unite, gli interventi condotti ormai da molti anni in
questo settore per la ricerca sulle cause degli handicap, per l’informazione e
gli incontri di studio, per le consulenze interregionali, il coordinamento e lo
sviluppo dei servizi, per la promozione del riadattamento, l’educazione e la
formazione professionale del personale sanitario, educativo e
socio-assistenziale.
Vivo plauso va inoltre rivolto
all’Organizzazione delle Nazioni Unite per aver proclamato, il 14 ottobre
scorso, la "Giornata Internazionale delle persone handicappate",
stabilendo che essa sia celebrata ogni anno il 3 dicembre. Provvida iniziativa
che opportunamente s’affianca alla "Giornata Mondiale del Malato",
che la Chiesa cattolica, a partire dal prossimo undici febbraio, celebrerà
annualmente nel giorno dedicato alla Beata Vergine di Lourdes. Suo intendimento
è di suscitare nei credenti e in tutte le persone sensibili una più intima
partecipazione alle sofferenze di ogni essere umano senza distinzione di razza,
cultura, religione, coinvolgendo, per quanto possibile, l’opinione pubblica in
una maggiore attenzione all’uomo sofferente in vista di un più valido servizio
alla vita.
Come non ricordare, poi, l’apporto dato a tale
causa dalle Organizzazioni non governative e di categoria, e il meraviglioso
contributo offerto dal Volontariato, con una presenza che in molti casi si è
rivelata determinante per la soluzione di problemi umani anche complessi?
Vorrei pertanto rendere merito ai tanti volontari che con encomiabile spirito
di servizio offrono gratuitamente le loro risorse, il loro tempo, la loro
disponibilità per venire incontro alle necessità dei disabili. Di gran cuore li
incoraggio a proseguire nella loro azione, che è eloquente testimonianza di
fede ed insieme esperienza singolare di un incontro diretto con Cristo,
presente nelle persone provate dalla malattia (cfr. Mt 25, 40).
6. Né vorrei dimenticare il compito della
scienza e della medicina, chiamate a congiungere i loro sforzi per migliorare
le condizioni fisiche dei disabili ed accrescere in loro la speranza di
ricupero e di attivo inserimento sociale. Scienziati, medici, infermieri,
tecnici sono chiamati a fare il possibile per umanizzare l’assistenza
terapeutica, ben sapendo che, nei portatori di handicap, limitazione fisica e
difficoltà psichica postulano un convergente e responsabile impegno da parte di
tutti.
7. Le parole che accompagnano il tema di
questa Conferenza Internazionale – "Le vostre membra sono Corpo di Cristo"
– non sono un’espressione retorica, ma una precisa verità rivelata (cfr. 1 Cor
6, 15), da cui si evince un chiaro programma di vita. L’handicap, ogni forma di
handicap, non intacca mai la dignità della persona né il suo diritto alla
migliore qualità dell’esistenza. Lo dimostrano, tra l’altro, i risultati
ottenuti nelle stesse discipline sportive: aprendosi giustamente ai disabili,
esse hanno offerto loro motivi di legittima ed esemplare fierezza e sono
divenute così celebrazione di autentici valori di recupero fisico e spirituale.
Le recenti Olimpiadi di Barcellona ne hanno costituito una nuova e splendida
prova.
"Voi siete membra del Corpo di
Cristo": il corpo del Risorto! Ecco il vero fondamento di una
indistruttibile dignità! Una dignità che resiste anche allo scacco della morte.
È detto infatti: "Questo nostro corpo corruttibile si vestirà di
incorruttibilità; questo nostro corpo mortale si vestirà di immortalità"
(cfr. 1 Cor 15, 52).
Illustri Signore e Signori; nella prospettiva
luminosa che la parola di Dio apre davanti agli occhi della fede, rivolgo a
ciascuno un caldo invito a perseverare nella dedizione alla nobile causa della
promozione dei disabili. La Vergine Santissima, Stella del nostro
pellegrinaggio sulla terra, vi accompagni e susciti nell’animo di ogni uomo
sentimenti di fraterna condivisione, così che dall’incontro tra la sofferenza e
l’amore scaturisca e si affermi nel mondo il valore della solidarietà, sorgente
inestinguibile di giustizia e di carità.
Iddio fecondi con la sua grazia gli orientamenti e i propositi maturati nel corso di questi giorni e su tutti voi qui presenti, come pure su quanti hanno preso parte ai lavori della vostra Assemblea, scenda l’Apostolica Benedizione, auspicio di rinnovato impegno al servizio del Vangelo della speranza.