All’XI
Conferenza del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute
L’UOMO È SEMPRE IMMAGINE DI DIO
30 novembre 1996
"Ad
immagine e somiglianza di Dio: sempre? Il disagio della mente umana":
questo il tema della XI Conferenza internazionale conclusa col discorso del
Santo Padre.
Sono
lieto di questo incontro, che mi consente di portarvi il mio saluto, illustri
partecipanti alla Conferenza internazionale, che il Pontificio Consiglio della
Pastorale per gli Operatori Sanitari ha promosso sul problema del disagio
mentale sotto il significativo titolo "Ad immagine e somiglianza di Dio:
sempre? Il disagio della mente umana" .
Saluto
con affetto il Card. Fiorenzo Angelini, che ringrazio per il cordiale indirizzo
rivoltomi. A lui ed ai suoi collaboratori va una particolare parola di
apprezzamento per l’impegno posto nella preparazione di questo simposio, che raccoglie
specialisti di ogni parte del mondo.
Sono
presenti tra voi, illustri signori e signore, ricercatori, scienziati, esperti
nel campo delle scienze biomediche, teologi, moralisti, giuristi, psicologi,
sociologi, operatori sanitari. Insieme rappresentate un patrimonio di umanità e
di saggezza, di scienza e di esperienza, dal quale possono venire indicazioni
di grande utilità per la comprensione, la cura e l’accompagnamento dei malati
di mente.
A queste
persone, come ad ogni altro essere umano toccato dalla malattia, la Chiesa
guarda con particolare sollecitudine. Istruita dalle parole del Maestro divino,
essa “crede che l’uomo, fatto a immagine del Creatore, redento con il sangue di
Cristo e santificato dalla presenza dello Spirito Santo, ha come fine ultimo
della sua vita l’essere “a lode della gloria” di Dio (cfr. Ef 1, 12), facendo
sì che ognuna delle sue azioni ne rifletta lo splendore” (Lett. enc. Veritatis
splendor, 10).
La Chiesa
è profondamente convinta di questa verità. Lo è anche quando le facoltà
intellettuali dell’uomo – quelle più nobili, perché testimoniano della sua
natura spirituale – appaiono fortemente limitate e persino impedite a causa di
un processo patologico. Essa ricorda pertanto alla comunità politica il dovere
di riconoscere e di celebrare l’immagine divina nell’uomo attraverso opere di
accompagnamento e di servizio a favore di quanti si trovano in situazione di
grave disagio mentale. Si tratta di un impegno che la scienza e la fede, la
medicina e la pastorale, la competenza professionale e il senso della comune
fratellanza devono concorrere a rendere fattivo mediante l’investimento di
adeguate risorse umane, scientifiche e socioeconomiche.
Il titolo
del congresso invita a proseguire nell’approfondimento di questa linea di
riflessione appena abbozzata. Esso, infatti, mentre da una parte ripropone
un’autorevole affermazione della Bibbia, dall’altra solleva un inquietante
interrogativo.
Uno dei
pilastri dell’antropologia cristiana è costituito dalla convinzione che l’uomo
è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. È quanto sta scritto nel primo
capitolo della Genesi (1, 26). La riflessione filosofica e teologica ha
individuato nelle facoltà intellettuali dell’uomo, cioè nella sua ragione e
nella sua volontà, un segno privilegiato di questa affinità con Dio. Tali
facoltà, infatti, rendono l’uomo capace di conoscere il Signore e di stabilire
con Lui un rapporto dialogico. Sono prerogative che fanno dell’essere umano una
persona. Ragionando su ciò san Tommaso rileva: "Persona significa quanto
di più nobile c'è in tutto l'universo, cioè il sussistente di natura
razionale" (Summa theologiae, I, a. 29, a. 3).
Va
precisato, tuttavia, che l’uomo intero, non quindi soltanto la sua anima
spirituale con l’intelligenza e la volontà libera, ma anche col suo corpo
partecipa alla dignità di "immagine di Dio". Infatti, il corpo
dell’uomo "è corpo umano proprio perché è animato dall'anima spirituale,
ed è la persona umana tutta intera ad essere destinata a diventare, nel corpo
di Cristo, il tempio dello Spirito" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.
364). "Non sapete, scrive
l'apostolo, che i vostri corpi sono membra di Cristo? … Non appartenete a voi
stessi … Glorificate dunque Dio nel vostro corpo" (1 Cor 6, 15.19-20). Di
qui l’esigenza di rispetto verso il proprio corpo, e anche verso quello degli
altri, particolarmente quando soffre (cfr. Cat. Chiesa Catt., 1004).
Proprio
per questo suo essere persona l’uomo, fra tutte le creature, è rivestito di una
dignità unica. Ogni singolo uomo è fine per se stesso e non può mai essere
adoperato come semplice mezzo per raggiungere altri traguardi, neanche nel nome
del benessere e del progresso dell’intera comunità. Dio, creando l’uomo a sua
immagine, ha voluto renderlo partecipe della sua signoria e della sua gloria.
Quando gli ha affidato il compito di prendersi cura dell’intera creazione, ha
tenuto conto della sua intelligenza creativa e della sua libertà responsabile.
Il
vaticano II, scandagliando il mistero dell’uomo, ci ha aperto dinanzi, sulla
scorta delle parole di cristo (cfr. Gv 17, 21-22), orizzonti impervi alla
ragione umana. Nella costituzione gaudium et spes ha accennato esplicitamente
ad "una certa similitudine tra l'unione delle persone divine e l'unione
dei figli di dio nella verità e nella carità" (n. 24). Quando dio rivolge
il suo sguardo sull’uomo, la prima cosa che vede e ama in lui non sono le opere
che riesce a fare, ma l’immagine di se stesso; immagine che conferisce all’uomo
la capacità di conoscere e di amare il proprio creatore, di governare tutte le
creature terrene e di servirsene a gloria di dio (cfr. Ibid., 12). È per questo
che la chiesa riconosce in tutti gli uomini la stessa dignità, lo stesso valore
fondamentale, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione derivante
dalle circostanze. Indipendentemente perciò – ed è della massima importanza –
anche dal fatto che tale capacità non sia attuabile, perché impedita da un
disagio mentale.
Questa
concezione dell’uomo, come immagine e somiglianza di Dio, non solo è confermata
dalla Rivelazione neo-testamentaria, ma ne viene massimamente arricchita.
Afferma san Paolo: "Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo
Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano
sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli" (Gal 4, 4-5).
L’uomo dunque, in virtù della grazia, partecipa realmente di questa filiazione
divina, divenendo figlio di Dio nel Figlio.
Insegna
il Concilio Vaticano II: “Cristo è “l’immagine dell’invisibile Dio” (Col 1,15).
Egli è l’uomo perfetto, che ha restituito ai figli d’Adamo la somiglianza con
Dio. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire
annientata, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità
sublime. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni
uomo” (GS 22).
A questo
punto avvertiamo tutto il peso dell’inquietante interrogativo che compare nel
tema: "sempre?". È una domanda provocatoria, che non si pone tanto
sul piano ontologico – qui fede e ragione s’incontrano nel riconoscere ai
malati di mente piena dignità umana – quanto su quello deontologico: ci si può
chiedere infatti se ci sia piena e adeguata corrispondenza fra ciò che l’uomo,
anche mentalmente malato, è nel progetto di Dio ed il trattamento che gli viene
riservato dai suoi simili nel vissuto quotidiano.
Quell’interrogativo
– "sempre?" – deve spingere sia la coscienza personale che quella
collettiva ad una riflessione sincera sul comportamento verso le persone che
soffrono il disagio mentale. Non è forse vero che queste persone sono spesso
esposte all’indifferenza e all’abbandono, quando non anche allo sfruttamento ed
al sopruso?
Per
grazia di Dio, vi è anche l’altra faccia della medaglia: lo sottolineavo
nell’Enciclica Evangelium vitae, ricordando “tutti quei gesti quotidiani di
accoglienza, di sacrificio, di cura disinteressata che un numero incalcolabile
di persone compie con amore nelle famiglie, negli ospedali, negli orfanotrofi,
nelle case di riposo per anziani e in altri centri o comunità a difesa della
vita” (n. 27).
Ma non
possiamo chiudere gli occhi di fronte a certi comportamenti che sembrano
ignorare la dignità dell’uomo e conculcarne gli inalienabili diritti.
Non lo
possiamo in particolare noi cristiani. Il Vangelo, al riguardo, parla chiaro.
Cristo non solo compatisce i malati e compie su di essi numerose guarigioni,
rendendo la salute sia al corpo che alla mente; la sua compassione lo porta
anche ad identificarsi con essi. Egli dichiara: "Ero malato e mi avete
visitato" (Mt 25, 36). I discepoli del Signore, appunto perché hanno
saputo vedere in tutte le persone segnate dalla malattia l’immagine di Cristo
"sofferente", hanno aperto ad esse il loro cuore prodigandosi nelle
varie forme di assistenza.
Orbene,
Cristo ha assunto su di Sé ogni sofferenza umana, anche il disagio mentale. Sì,
anche questa sofferenza, che appare forse come la più assurda e
incomprensibile, configura il malato a Cristo e lo fa partecipe della sua
passione redentrice.
La
risposta all’interrogativo del tema è dunque chiara: chi soffre un disagio
mentale porta in sé, come ogni uomo, "sempre" l’immagine e la
somiglianza di Dio. Egli, inoltre, ha "sempre" il diritto
inalienabile ad essere non solo considerato come immagine di Dio e perciò come
persona, ma anche a venire trattato come tale.
A
ciascuno il compito di rendere operativa la risposta: occorre dimostrare coi
fatti che la malattia della mente non crea fossati invalicabili né impedisce
rapporti di autentica carità cristiana con chi ne è vittima. Essa anzi deve
suscitare un atteggiamento di particolare attenzione verso queste persone che
appartengono a pieno diritto alla categoria dei poveri a cui spetta il regno
dei cieli (cfr. Mt 5, 3).
Illustri
signori e signore, ho ricordato queste fondamentali e consolanti verità, ben
sapendo di parlare a persone che le capiscono a fondo. Volentieri mi valgo
della circostanza per esprimervi tutto il mio apprezzamento per il vostro
prezioso lavoro e per incoraggiarvi a proseguire in un servizio di così alto
significato umanitario.
Voglia il
Signore benedire i vostri sforzi terapeutici e coronarli con risultati
confortanti per i vostri pazienti, ai quali va il mio ricordo affettuoso
insieme con l’assicurazione di una particolare preghiera.