Alla II Conferenza
del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute
UMANIZZARE LA MEDICINA È
DIFENDERE
E PROMUOVERE LA VITA E LA
SUA DIGNITÀ
12 novembre 1987
Nell’Aula del Sinodo in Vaticano, Giovanni Paolo
II si è incontrato con i partecipanti alla Conferenza internazionale promossa
dalla Pontificia Commissione per la Pastorale degli Operatori Sanitari sul tema
"l'umanizzazione della medicina". All’inizio dell’incontro il Santo
Padre ha ascoltato gli indirizzi di saluto rivoltigli dal Pro-presidente della
Pontificia Commissione per la pastorale degli operatori sanitari, Mons.
Fiorenzo Angelini, e dal prof. Edmund Pellegrino, Direttore del "Joseph
and Rose Kennedy Institute of Ethics" presso l’Università Georgetown a
Washington.
1. Con intima gioia porgo il mio deferente
saluto a tutti voi, illustri Signori e gentili Signore, che prendete parte alla
Conferenza Internazionale, promossa dalla Pontificia Commissione per la
Pastorale degli Operatori Sanitari sul tema della umanizzazione della medicina,
tema fondamentale, della cui importanza si va oggi prendendo sempre più viva
coscienza.
2. La vita è dono di Dio. L’uomo non ne è il
Signore, ma l’amministratore responsabile. "E' il Creatore dell'universo
che ha plasmato l'uomo e ha provveduto alla generazione di tutti" (2Mc 7,
23). L’uomo, perciò, in tutte le espressioni della sua vita appartiene a Dio al
quale deve rispondere (non è forse questa la radice etimologica del termine
"responsabile"?) dell’uso da lui fatto del grande dono ricevuto.
Deriva di qui la nobiltà della medicina che,
per definizione, è servizio alla vita umana. Come tale, essa comporta un
essenziale ed irrinunciabile riferimento all’uomo nella sua integrità
spirituale e materiale, nella sua dimensione individuale e sociale: la medicina
è a servizio dell’uomo, di tutto l’uomo, di ogni uomo.
Di questa verità voi siete profondamente
convinti sulla scorta di una lunghissima tradizione, che risale alle stesse
intuizioni ippocratiche. Ma è precisamente da questa convinzione che
scaturiscono le vostre preoccupazioni di studiosi, di scienziati, di
ricercatori per le insidie a cui è esposta la medicina odierna. Infatti
"le nuove frontiere… aperte dai progressi della scienza e dalle sue
possibili applicazioni tecniche e terapeutiche, toccano gli ambiti più delicati
della vita nelle sue stesse sorgenti e nel suo più profondo significato"
(Dolentium hominum, 3).
Mossi anche da queste preoccupazioni voi
siete convenuti a questa conferenza, nel desiderio di offrire il contributo
della vostra competenza alla elaborazione delle strategie che possono rivelarsi
opportune per una più efficace tutela ed una più adeguata promozione del
fondamentale dono della vita.
Saggiamente, l’articolazione degli
argomenti affrontati nel simposio, muovendo dal generale al particolare, si
sofferma innanzitutto sulla vita e sul diritto alla vita; quindi, sull’uomo e
la salute e, infine, sull’uomo e la medicina. Parlare, infatti, dell’uomo e
della salute, e dell’uomo e della medicina, presuppone una chiara concezione
della vita, del diritto ad essa ed alla sua qualità.
3. Non potendo, com’è ovvio, diffondermi sui
singoli argomenti del vostro Simposio, voglio esporre alcune considerazioni sul
tema centrale, intorno a cui ruota ogni altro problema: quello appunto della
umanizzazione della medicina. Con tale tema si va al cuore stesso del
diritto-dovere di difendere e promuovere la vita e la sua dignità. Non può
aversi infatti autentica promozione della vita umana senza una crescente umanizzazione
della medicina, che si colloca oltre il semplice apporto scientifico e tecnico.
Infatti “la scienza e la tecnica, preziose risorse dell’uomo, quando si pongono
al suo servizio e ne promuovono lo sviluppo integrale a beneficio di tutti, non
possono da sole indicare il senso dell’esistenza e del progresso umano. Essendo
ordinate all’uomo da cui traggono origine e incremento, attingono dalla persona
e dai suoi valori morali l’indicazione della loro finalità e la consapevolezza
dei loro limiti” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione sul
rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione, 2).
I vostri lavori prevedono una organica
impostazione dei vari problemi che riguardano la nozione di vita e di diritto
ad essa, gli interrogativi posti dal grande sviluppo della farmacologia, le
istanze suscitate dall’urgenza di salvaguardare l’ambiente, le tensioni
connesse con gli equilibri crescenti tra Paesi industrializzati e Paesi in via
di sviluppo, le prospettive di una strategia politica per la difesa e la
promozione della vita umana sulla terra.
È un ventaglio di questioni vasto e
stimolante, che vi esorto ad approfondire. Rilevo, tuttavia, che mancherebbe il
necessario criterio orientatore, se i diversi argomenti venissero affrontati
prescindendo da una adeguata visione antropologica, capace di guidarne la
discussione verso soluzioni di vero progresso. Vi sono infatti forme di
avanzamento scientifico, che non coincidono con l’autentico bene dell’uomo: il
progresso scientifico si risolve, in tali casi, in un regresso umano che può
preludere anche ad esiti drammatici. È proprio in considerazione di ciò che
occorre ribadire l’assioma in forza del quale non tutto ciò che è tecnicamente
possibile è moralmente ed eticamente accettabile.
4. Una prassi veramente umanizzata della
medicina non può restare indifferente di fronte a una ricerca scientifica che
si ponga come fine a se stessa, ignorando le esigenze di un autentico servizio
all’uomo. Anche lo studio della vita deve tradursi in servizio alla vita. Gli
interrogativi sollevati dalla sperimentazione, dal rapporto
popolazione-risorse, dalla malattia irreversibile si sono fatti più incalzanti
da quando il progresso della tecnica ha facilitato il ricorso a soluzioni e
strategie che offendono la dignità della vita e della persona umana.
Per resistere alla suggestione di simili
prospettive è indispensabile disporre di riferimenti antropologici adeguati,
alla cui elaborazione molto potrà contribuire il dialogo interdisciplinare e,
in modo particolare, la riflessione sui dati della Rivelazione cristiana.
La storia di questi due millenni dell’era
nuova è lì a dimostrare quale aiuto possa dare ad una vera umanizzazione della
medicina l’aspirazione cristiana: questa, infatti, facendo vedere in ogni uomo
un fratello, fonda il servizio alla vita sul comandamento universale
dell’amore. Lo aveva ben capito il Dottor Giuseppe Moscati, che ho avuto la
gioia di dichiarare santo il 25 ottobre scorso. Egli diceva: "Non la
scienza, ma la carità ha trasformato il mondo…". Professore universitario,
Primario Ospedaliero e ricercatore, il Dottor Moscati aveva direttamente
sperimentato il primato dell’amore nel servizio alla vita.
Il comandamento dell’amore ha le sue radici
nella legge naturale della solidarietà umana e attinge vitalità dall’Amore
stesso che è Dio. Non solo, ma nell’impegno di promuovere la vita, l’Amore
diventa anche punto di incontro costruttivo con coloro che, per misteriose
vicende esistenziali, non hanno accolto o compreso il messaggio di Gesù. Uno
sguardo anche superficiale alla storia della medicina consente di rilevare una
singolare continuità tra valori umani e cristiani, grazie alla cui interazione
s’è venuto formando quel ricco patrimonio di civiltà e di progresso che
costituisce l’orgoglio della vostra categoria.
5. La medicina, in quanto avvicina l’uomo nel
momento cruciale della sofferenza, quando egli avverte acuto il bisogno di
salvaguardare la propria salute, deve fare di colui che l’esercita a tutti i
livelli, un esperto di grande sensibilità umana. Ciò vale nell’ambito del
rapporto individuale, ove umanizzazione significa tra l’altro, apertura a tutto
ciò che può predisporre di comprendere l’uomo, la sua interiorità, il suo
mondo, la sua psicologia, la sua cultura. Umanizzare questo rapporto comporta
insieme un dare e un ricevere, il creare cioè quella comunione che è totale
partecipazione. Soltanto così il servizio diventa anche testimonianza ed
essendo servizio alla vita si trasforma in incentivo ad amarla, a coglierne il
più vero e profondo significato in ogni sua manifestazione.
Questo, però, ha una sua verità anche sul
piano sociale: qui l’istanza della umanizzazione si traduce nell’impegno
diretto di tutti gli Operatori sanitari a promuovere, ciascuno nel proprio
ambito e secondo la sua competenza, condizioni idonee per la salute, a
migliorare strutture inadeguate, ad eliminare le cause di tante malattie, a
favorire la giusta distribuzione delle risorse sanitarie a far sì che la
politica sanitaria nel mondo abbia per fine soltanto il bene della persona
umana.
6. L’umanizzazione della medicina risponde ad
un dovere di giustizia, il cui assolvimento non può mai essere delegato
interamente ad altri, richiedendo l’impegno di tutti. Il campo operativo è
vastissimo: esso va dall’educazione sanitaria alla promozione di una maggiore
sensibilità nei responsabili della cosa pubblica: dall’impegno diretto nel
proprio ambiente di lavoro a quelle forme di cooperazione – locale, nazionale e
internazionale – che sono rese possibili dall’esistenza di tanti organismi ed
associazioni aventi tra le loro finalità statutarie e il richiamo, diretto o
indiretto, alla necessità di rendere sempre più umana la medicina.
La Chiesa, che considera la sollecitudine per
chi soffre parte integrante della sua missione (Dolentium hominum, 1), e che
guarda all’uomo come a "propria
via" (Salvifici doloris, 3) è vicina – come ha giustamente rilevato e
ribadito il recente Sinodo – ai laici che personalmente o associativamente, si
adoperano per una crescente umanizzazione della medicina. Essa, attraverso
individui e istituzioni, è direttamente impegnata nel mondo della sofferenza e
della salute, con la collaborazione illuminata e generosa di tutti gli
Operatori sanitari. Qui emerge infatti una particolare e decisiva sfida del
nostro tempo: noi non possiamo assistere inerti al permanere di una situazione
in cui intere popolazioni soffrono per mali, che la scienza medica è ormai in
grado di affrontare e di sconfiggere.
Umanizzare la medicina è raccogliere questa sfida
e adoperarsi generosamente per la edificazione di un mondo nel quale ad ogni
essere umano siano assicurati i mezzi necessari per la piena valorizzazione di
quel fondamentale talento della vita, che ha in Dio "amante della
vita" (Sap 11, 26) la sua origine e il suo ultimo destino.
Nell’esortarvi a fare quanto è in vostro
potere per corrispondere a questo nobilissimo compito, invoco su di voi e sul
vostro lavoro la Benedizione illuminante e confortatrice dell’Onnipotente.