Estratti dalla
Esortazione Apostolica
CHRISTIFIDELES
LAICI
30
Dicembre 1988
37. Riscoprire e far riscoprire la dignità
inviolabile di ogni persona umana costituisce un compito essenziale, anzi, in un
certo senso, il compito centrale e unificante del servizio che la Chiesa e, in
essa, i fedeli laici sono chiamati a rendere alla famiglia degli uomini.
Tra tutte le creature terrene, solo l'uomo è
“persona”, soggetto cosciente e libero e, proprio per questo, “centro e
vertice” di tutto quanto esiste sulla terra(135).
La dignità personale è il bene più prezioso
che l'uomo possiede, grazie al quale egli trascende in valore tutto il mondo
materiale. La parola di Gesù: “Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero,
se poi perde la propria anima?” (Mc 8, 36) implica una luminosa e stimolante
affermazione antropologica: l'uomo vale non per quello che “ha” _ possedesse
pure il mondo intero! _ , quanto per quello che “è”. Contano non tanto i beni
del mondo, quanto il bene della persona, il bene che è la persona stessa.
La dignità della persona manifesta tutto il
suo fulgore quando se ne considerano l'origine e la destinazione: creato da Dio
a sua immagine e somiglianza e redento dal sangue preziosissimo di Cristo,
l'uomo è chiamato ad essere “figlio nel Figlio” e tempio vivo dello Spirito, ed
è destinato all'eterna vita di comunione beatificante con Dio. Per questo ogni
violazione della dignità personale dell'essere umano grida vendetta al cospetto
di Dio e si configura come offesa al Creatore dell'uomo.
In forza della sua dignità personale l'essere
umano è sempre un valore in sé e per sé, e come tale esige d'essere considerato
e trattato, mai invece può essere considerato e trattato come un oggetto
utilizzabile, uno strumento, una cosa.
La dignità personale costituisce il fondamento
dell'eguaglianza di tutti gli uomini tra loro. Di qui l'assoluta
inaccettabilità di tutte le più svariate forme di discriminazione che,
purtroppo, continuano a dividere e a umiliare la famiglia umana, da quelle
razziali ed economiche a quelle sociali e culturali, da quelle politiche a
quelle geografiche, ecc. Ogni discriminazione costituisce un'ingiustizia del
tutto intollerabile, non tanto per le tensioni e per i conflitti ch'essa può generare
nel tessuto sociale, quanto per il disonore inferto alla dignità della persona:
non solo alla dignità di chi è vittima dell'ingiustizia, ma ancor più di chi
quell'ingiustizia compie.
Fondamento dell'uguaglianza di tutti gli
uomini tra loro, la dignità personale è anche il fondamento della
partecipazione e della solidarietà degli uomini tra loro: il dialogo e la
comunione si radicano ultimamente su ciò che gli uomini “sono”, prima e più
ancora che su quanto essi “hanno”.
La dignità personale è proprietà
indistruttibile di ogni essere umano. E' fondamentale avvertire tutta la forza
dirompente di questa affermazione, che si basa sull'unicità e
sull'irripetibilità di ogni persona. Ne deriva che l'individuo è assolutamente
irriducibile a tutto ciò che lo vorrebbe schiacciare e annullare nell'anonimato
della collettività, dell'istituzione, della struttura, del sistema. La persona,
nella sua individualità, non è un numero, non è un anello d'una catena, né un
ingranaggio di un sistema. L'affermazione più radicale ed esaltante del valore
di ogni essere umano è stata fatta dal Figlio di Dio nel suo incarnarsi nel
seno d'una donna. Anche di questo continua a parlarci il Natale cristiano(136)
Venerare l'inviolabile diritto alla vita
38. Il riconoscimento effettivo della dignità
personale di ogni essere umano esige il rispetto, la difesa e la promozione dei
diritti della persona umana. Si tratta di diritti naturali, universali e
inviolabili: nessuno, né il singolo, né il gruppo, né l'autorità, né lo Stato,
li può modificare né tanto meno li può eliminare, perché tali diritti
provengono da Dio stesso.
Ora l'inviolabilità della persona, riflesso
dell'assoluta inviolabilità di Dio stesso, trova la sua prima e fondamentale
espressione nell'inviolabilità della vita umana. E' del tutto falso e illusorio
il comune discorso, che peraltro giustamente viene fatto, sui diritti umani _
come ad esempio sul diritto alla salute, alla casa, al lavoro, alla famiglia e
alla cultura _ se non si difende con la massima risolutezza il diritto alla
vita, quale diritto primo e fontale, condizione per tutti gli altri diritti
della persona.
La Chiesa non si è mai data per vinta di
fronte a tutte le violazioni che il diritto alla vita, proprio di ogni essere
umano, ha ricevuto e continua a ricevere sia dai singoli sia dalle stesse
autorità. Titolare di tale diritto è l'essere umano in ogni fase del suo
sviluppo, dal concepimento sino alla morte naturale; e in ogni sua condizione,
sia essa di salute o di malattia, di perfezione o di handicap, di ricchezza o
di miseria. Il Concilio Vaticano II proclama apertamente: “Tutto ciò che è
contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l'aborto,
l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l'integrità
della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla
mente, gli sforzi per violentare l'intimo dello spirito; tutto ciò che offende
la dignità umana, come le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni
arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle
donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro con le quali
i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come
persone libere e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono
certamente vergognose e, mentre guastano la civiltà umana, ancor più inquinano
coloro che così si comportano, che non quelli che le subiscono; e ledono
grandemente l'onore del Creatore”(137).
Ora se di tutti sono la missione e la
responsabilità di riconoscere la dignità personale di ogni essere umano e di
difenderne il diritto alla vita, alcuni fedeli laici vi sono chiamati ad un
titolo particolare: tali sono i genitori, gli educatori, gli operatori della
salute, e quanti detengono il potere economico e politico.
Nell'accoglienza amorosa e generosa di ogni
vita umana, soprattutto se debole o malata, la Chiesa vive oggi un momento
fondamentale della sua missione, tanto più necessaria quanto più dominante si è
fatta una “cultura di morte”. Infatti “la Chiesa fermamente crede che la vita
umana, anche se debole e sofferente, è sempre uno splendido dono del Dio della
bontà. Contro il pessimismo e l'egoismo, che oscurano il mondo, la Chiesa sta
dalla parte della vita: e in ciascuna vita umana sa scoprire lo splendore di
quel "Sì", di quell' "Amen", che è Cristo stesso (cf. 2 Cor
1, 19; Ap 3, 14). Al "no" che invade e affligge il mondo, contrappone
questo vivente "Sì", difendendo in tal modo l'uomo e il mondo da quanti
insidiano e mortificano la vita”(138). Tocca ai fedeli laici, che più
direttamente o per vocazione o per professione sono coinvolti nell'accoglienza
della vita, rendere concreto ed efficace il “sì” della Chiesa alla vita umana.
Sulle frontiere della vita umana possibilità e
responsabilità nuove si sono oggi spalancate con l'enorme sviluppo delle
scienze biologiche e mediche, unitamente al sorprendente potere tecnologico:
l'uomo, infatti, è in grado oggi non solo di “osservare”, ma anche di
“manipolare” la vita umana nello stesso suo inizio e nei suoi primi stadi di
sviluppo.
La coscienza morale dell'umanità non può
rimanere estranea o indifferente di fronte ai passi giganteschi compiuti da una
potenza tecnologica che acquista un dominio sempre più vasto e profondo sui
dinamismi che presiedono alla procreazione e alle prime fasi dello sviluppo
della vita umana. Forse non mai come oggi e in questo campo la sapienza si
dimostra l'unica àncora di salvezza, perché l'uomo nella ricerca scientifica e
in quella applicata possa agire sempre con intelligenza e con amore, ossia
rispettando, anzi venerando l'inviolabile dignità personale di ogni essere
umano, sin dal primo istante della sua esistenza. Ciò avviene quando con mezzi
leciti, la scienza e la tecnica si impegnano nella difesa della vita e nella
cura della malattia sin dagli inizi, rifiutando invece _ per la dignità stessa
della ricerca _ interventi che risultano alterativi del patrimonio genetico
dell'individuo e della generazione umana(139).
I fedeli laici, a vario titolo e a diverso
livello impegnati nella scienza e nella tecnica, come pure nell'ambito medico,
sociale, legislativo ed economico devono coraggiosamente accettare le “sfide”
poste dai nuovi problemi della bioetica. Come hanno detto i Padri sinodali, “i
cristiani debbono esercitare la loro responsabilità come padroni della scienza
e della tecnologia, non come servi di essa (...). Nella prospettiva di quelle
“sfide” morali, che stanno per essere provocate dalla nuova e immensa potenza
tecnologica e che mettono in pericolo non solo i diritti fondamentali degli
uomini, ma la stessa essenza biologica della specie umana, è della massima
importanza che i laici cristiani _ con l'aiuto di tutta la Chiesa _ si prendano
a carico di richiamare la cultura ai principi di un autentico umanesimo,
affinché la promozione e la difesa dei diritti dell'uomo possano trovare
fondamento dinamico e sicuro nella stessa sua essenza, quella essenza che la
predicazione evangelica ha rivelato agli uomini”(140).
Urge oggi, da parte di tutti, la massima
vigilanza di fronte al fenomeno della concentrazione del potere, e in primo
luogo di quello tecnologico. Tale concentrazione, infatti, tende a manipolare
non solo l'essenza biologica ma anche i contenuti della stessa coscienza degli
uomini e i loro modelli di vita, aggravando in tal modo la discriminazione e
l'emarginazione di interi popoli.
39. Il rispetto della dignità personale, che
comporta la difesa e la promozione dei diritti umani, esige il riconoscimento
della dimensione religiosa dell'uomo. Non è, questa, un'esigenza semplicemente
“confessionale”, bensì un'esigenza che trova la sua radice inestirpabile nella
realtà stessa dell'uomo. Il rapporto con Dio, infatti, è elemento costitutivo
dello stesso “essere” ed “esistere” dell'uomo: è in Dio che noi “viviamo, ci
muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28). Se non tutti credono a tale verità, quanti
ne sono convinti hanno il diritto di essere rispettati nella loro fede e nelle
scelte di vita, individuale e comunitaria, che da essa derivano. E' questo il
diritto alla libertà di coscienza e alla libertà religiosa, il cui
riconoscimento effettivo è tra i beni più alti e tra i doveri più gravi di ogni
popolo che voglia veramente assicurare il bene della persona e della società:
“La libertà religiosa, esigenza insopprimibile della dignità di ogni uomo, è
una pietra angolare dell'edificio dei diritti umani e, pertanto, è un fattore
insostituibile del bene delle persone e di tutta la società, così come della
propria realizzazione di ciascuno. Ne consegue che la libertà dei singoli e
delle comunità di professare e di praticare la propria religione è un elemento
essenziale della pacifica convivenza degli uomini (...): Il diritto civile e
sociale alla libertà religiosa, in quanto attinge la sfera più intima dello
spirito, si rivela punto di riferimento e, in certo modo, diviene misura degli
altri diritti fondamentali”(141).
Il Sinodo non ha dimenticato i tanti fratelli
e sorelle che ancora non godono di tale diritto e che devono affrontare disagi,
emarginazioni, sofferenze, persecuzioni, e talvolta la morte a causa della
confessione della fede. Nella maggioranza sono fratelli e sorelle del laicato
cristiano. L'annuncio del Vangelo e la testimonianza cristiana della vita nella
sofferenza e nel martirio costituiscono l'apice dell'apostolato dei discepoli
di Cristo, così come l'amore al Signore Gesù sino al dono della propria vita
costituisce una sorgente di fecondità straordinaria per l'edificazione della
Chiesa. La mistica vite testimonia così la sua rigogliosità, come rilevava
Sant'Agostino: “Ma quella vite, com'era stato preannunciato dai Profeti e dallo
stesso Signore, che diffondeva in tutto il mondo i suoi tralci fruttuosi, tanto
più diveniva rigogliosa quanto più era irrigata dal molto sangue dei
martiri”(142).
La Chiesa tutta è profondamente grata per
questo esempio e per questo dono: da questi suoi figli essa trae motivo per
rinnovare il suo slancio di vita santa e apostolica. In tal senso i Padri
sinodali hanno ritenuto loro speciale dovere “ringraziare quei laici i quali
vivono come instancabili testimoni della fede, in fedele unione con la Sede
Apostolica, nonostante le restrizioni della libertà e la privazione dei
ministri sacri. Essi si giocano tutto, perfino la vita. I laici in questo modo
danno testimonianza di una proprietà essenziale della Chiesa: la Chiesa di Dio
nasce dalla grazia di Dio e ciò si manifesta nel modo più sublime nel
martirio”(143).
Quanto abbiamo sinora detto sul rispetto della
dignità personale e sul riconoscimento dei diritti umani riguarda senza dubbio
la responsabilità di ciascun cristiano, di ciascun uomo. Ma dobbiamo
immediatamente rilevare come tale problema rivesta oggi una dimensione
mondiale: è, infatti, una questione che investe oramai interi gruppi umani,
anzi interi popoli che sono violentemente vilipesi nei loro fondamentali
diritti. Di qui quelle forme di disuguaglianza dello sviluppo tra i diversi
Mondi che nella recente Enciclica Sollicitudo rei socialis sono state
apertamente denunciate.
Il rispetto della persona umana va oltre la
esigenza di una morale individuale e si pone come criterio basilare, quasi
pilastro fondamentale, per la strutturazione della società stessa, essendo la
società finalizzata interamente alla persona.
Così, intimamente congiunta alla
responsabilità di servire la persona, si pone la responsabilità di servire la
società, quale compito generale di quella animazione cristiana dell'ordine
temporale alla quale i fedeli laici sono chiamati secondo loro proprie e
specifiche modalità.
41. Il servizio alla società si esprime e si
realizza in diversissime modalità: da quelle libere e informali a quelle
istituzionali, dall'aiuto dato ai singoli a quello rivolto a vari gruppi e
comunità di persone.
Tutta la Chiesa come tale è direttamente
chiamata al servizio della carità: “La santa Chiesa, come nelle sue origini
unendo l'agape con la Cena Eucaristica si manifestava tutta unita nel vincolo
della carità attorno a Cristo, così, in ogni tempo, si riconosce da questo
contrassegno della carità e, mentre gode delle iniziative altrui, rivendica le
opere di carità come suo dovere e diritto inalienabile. Perciò la misericordia
verso i poveri e gli infermi come pure le cosiddette opere caritative e di
mutuo aiuto, destinate ad alleviare le necessità umane di ogni genere, sono
tenute dalla Chiesa in particolare onore”(148). La carità verso il prossimo,
nelle forme antiche e sempre nuove delle opere di misericordia corporale e
spirituale, rappresenta il contenuto più immediato, comune e abituale di
quell'animazione cristiana dell'ordine temporale che costituisce l'impegno
specifico dei fedeli laici.
Con la carità verso il prossimo i fedeli laici
vivono e manifestano la loro partecipazione alla regalità di Gesù Cristo, al
potere cioè del Figlio dell'uomo che “non è venuto per essere servito, ma per
servire” (Mc 10, 45): essi vivono e manifestano tale regalità nel modo più
semplice, possibile a tutti e sempre, ed insieme nel modo più esaltante, perché
la carità è il più alto dono che lo Spirito offre per l'edificazione della
Chiesa (cf. 1 Cor 13, 13) e per il bene dell'umanità. La carità, infatti, anima
e sostiene un'operosa solidarietà attenta alla totalità dei bisogni dell'essere
umano.
Una simile carità, attuata non solo dai
singoli ma anche in modo solidale dai gruppi e dalle comunità, è e sarà sempre
necessaria: niente e nessuno la può e la potrà sostituire, neppure le
molteplici istituzioni e iniziative pubbliche, che pure si sforzano di dare
risposta ai bisogni _ spesso oggi così gravi e diffusi _ d'una popolazione.
Paradossalmente tale carità si fa più necessaria quanto più le istituzioni,
diventando complesse nell'organizzazione e pretendendo di gestire ogni spazio
disponibile, finiscono per essere rovinate dal funzionalismo impersonale,
dall'esagerata burocrazia, dagli ingiusti interessi privati, dal disimpegno
facile e generalizzato.
Proprio in questo contesto continuano a
sorgere e a diffondersi, in particolare nelle società organizzate, varie forme
di volontariato che si esprimono in una molteplicità di servizi e di opere. Se
vissuto nella sua verità di servizio disinteressato al bene delle persone,
specialmente le più bisognose e le più dimenticate dagli stessi servizi
sociali, il volontariato deve dirsi una espressione importante di apostolato,
nel quale i fedeli laici, uomini e donne, hanno un ruolo di primo piano.
Gli
anziani e il dono della sapienza
48. Alle persone anziane, spesso ingiustamente
ritenute inutili se non addirittura d'insopportabile peso, ricordo che la
Chiesa chiede e attende che esse abbiano a continuare la loro missione
apostolica e missionaria, non solo possibile e doverosa anche a quest'età, ma
da questa stessa età resa in qualche modo specifica e originale.
La Bibbia ama presentare l'anziano come il
simbolo della persona ricca di sapienza e di timore di Dio (cf. Sir 25, 4-6).
In questo senso il “dono” dell'anziano potrebbe qualificarsi come quello di
essere, nella Chiesa e nella società, il testimone della tradizione di fede
(cf. Sal 44, 2; Es 12, 26-27), il maestro di vita (cf. Sir 6, 34; 8, 11-12),
l'operatore di carità.
Ora l'aumentato numero di persone anziane in
diversi paesi del mondo e la cessazione anticipata dell'attività professionale
e lavorativa aprono uno spazio nuovo al compito apostolico degli anziani: è un
compito da assumersi superando con decisione la tentazione di rifugiarsi
nostalgicamente in un passato che non ritorna più o di rifuggire da un impegno
presente per le difficoltà incontrate in un mondo dalle continue novità; e
prendendo sempre più chiara coscienza che il proprio ruolo nella Chiesa e nella
società non conosce affatto soste dovute all'età, bensì conosce solo modi
nuovi. Come dice il salmista: “Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti
e rigogliosi, per annunziare quanto è retto il Signore” (Sal 92, 15-16). Ripeto
quanto ho detto durante la celebrazione del Giubileo degli Anziani: “L'ingresso
nella terza età è da considerarsi un privilegio: non solo perché non tutti
hanno la fortuna di raggiungere questo traguardo, ma anche e soprattutto perché
questo è il periodo delle possibilità concrete di riconsiderare meglio il
passato, di conoscere e di vivere più profondamente il mistero pasquale, di
divenire esempio nella Chiesa a tutto il Popolo di Dio (...). Nonostante la
complessità dei vostri problemi da risolvere, le forze che progressivamente si
affievoliscono, e malgrado le insufficienze delle organizzazioni sociali, i
ritardi della legislazione ufficiale, le incomprensioni di una società
egoistica, voi non siete né dovete sentirvi ai margini della vita della Chiesa,
elementi passivi di un mondo in eccesso di movimento, ma soggetti attivi di un
periodo umanamente e spiritualmente fecondo dell'esistenza umana. Avete ancora
una missione da compiere, un contributo da dare. Secondo il progetto divino
ogni singolo essere umano è una vita in crescita, dalla prima scintilla
dell'esistenza fino all'ultimo respiro”(175).
53. L'uomo è chiamato alla gioia ma fa quotidiana
esperienza di tantissime forme di sofferenza e di dolore. Agli uomini e alle
donne colpiti dalle più varie forme di sofferenza e di dolore i Padri sinodali
si sono rivolti nel loro finale Messaggio con queste parole: “Voi abbandonati
ed emarginati dalla nostra società consumistica; voi malati, handicappati,
poveri, affamati, emigranti, profughi, prigionieri, disoccupati, anziani,
bambini abbandonati e persone sole; voi, vittime della guerra e di ogni
violenza emananti dalla nostra società permissiva. La Chiesa partecipa alla
vostra sofferenza conducente al Signore, che vi associa alla sua Passione
redentrice e vi fa vivere alla luce della sua Redenzione. Contiamo su di voi
per insegnare al mondo intero che cosa è l'amore. Faremo tutto il possibile
perché troviate il posto di cui avete diritto nella società e nella
Chiesa”(198).
Nel contesto di un mondo sconfinato come
quello della sofferenza umana, rivolgiamo ora l'attenzione a quanti sono
colpiti dalla malattia nelle sue diverse forme: i malati, infatti, sono
l'espressione più frequente e più comune del soffrire umano.
A tutti e a ciascuno è rivolto l'appello del
Signore: anche i malati sono mandati come operai nella sua vigna. Il peso, che
affatica le membra del corpo e scuote la serenità dell'anima, lungi dal
distoglierli dal lavorare nella vigna, li chiama a vivere la loro vocazione
umana e cristiana ed a partecipare alla crescita del Regno di Dio in modalità
nuove, anche più preziose. Le parole dell'apostolo Paolo devono divenire il
loro programma e, prima ancora, sono luce che fa splendere ai loro occhi il
significato di grazia della loro stessa situazione: “Completo quello che manca
ai patimenti di Cristo nella mia carne, in favore del suo corpo, che è la
Chiesa” (Col 1, 24). Proprio facendo questa scoperta, l'apostolo è approdato
alla gioia: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi” (Col 1,
24). Similmente molti malati possono diventare portatori della “gioia dello
Spirito Santo in molte tribolazioni” (1 Tess 1, 6) ed essere testimoni della
Risurrezione di Gesù. Come ha espresso un handicappato nel suo intervento in
aula sinodale, “è di grande importanza porre in luce il fatto che i cristiani
che vivono in situazioni di malattia, di dolore e di vecchiaia, non sono
invitati da Dio soltanto ad unire il proprio dolore con la Passione di Cristo,
ma anche ad accogliere già ora in se stessi e a trasmettere agli altri la forza
del rinnovamento e la gioia di Cristo risuscitato (cf. 2 Cor 4, 10-11; 1 Pt 4,
13; Rm 8, 18 ss.)”(199). Da parte sua _ come si legge nella Lettera Apostolica
Salvifici doloris _ “la Chiesa, che nasce dal mistero della redenzione nella
Croce di Cristo, è tenuta a cercare l'incontro con l'uomo in modo particolare
sulla via della sofferenza. In un tale incontro l'uomo "diventa la via
della Chiesa", ed è, questa, una delle vie più importanti”(200). Ora
l'uomo sofferente è via della Chiesa perché egli è, anzitutto, via di Cristo
stesso, il buon Samaritano che “non passa oltre”, ma “ne ha compassione, si fa
vicino (...) gli fascia le ferite (...) si prende cura di lui” (Lc 10, 32-34).
La comunità cristiana ha ritrascritto, di
secolo in secolo nell'immensa moltitudine delle persone malate e sofferenti, la
parabola evangelica del buon Samaritano, rivelando e comunicando l'amore di
guarigione e di consolazione di Gesù Cristo. Ciò è avvenuto mediante la
testimonianza della vita religiosa consacrata al servizio degli ammalati e
mediante l'infaticabile impegno di tutti gli operatori sanitari. Oggi, anche
negli stessi ospedali e case di cura cattolici si fa sempre più numerosa, e
talvolta anche totale ed esclusiva, la presenza dei fedeli laici, uomini e
donne: proprio loro, medici, infermieri, altri operatori della salute,
volontari, sono chiamati ad essere l'immagine viva di Cristo e della sua Chiesa
nell'amore verso i malati e i sofferenti.
54. E' necessario che questa preziosissima
eredità, che la Chiesa ha ricevuto da Gesù Cristo “medico di carne e di
spirito”(201), non solo non venga mai meno, ma sia sempre più valorizzata e
arricchita attraverso una ripresa e un rilancio deciso di un'azione pastorale
per e con i malati e i sofferenti. Dev'essere un'azione capace di sostenere e
di promuovere attenzione, vicinanza, presenza, ascolto, dialogo, condivisione e
aiuto concreto verso l'uomo nei momenti nei quali, a causa della malattia e
della sofferenza, sono messe a dura prova non solo la sua fiducia nella vita ma
anche la sua stessa fede in Dio e nel suo amore di Padre. Questo rilancio
pastorale ha la sua espressione più significativa nella celebrazione
sacramentale con e per gli ammalati, come fortezza nel dolore e nella
debolezza, come speranza nella disperazione, come luogo d'incontro e di festa.
Uno dei fondamentali obiettivi di questa
rinnovata e intensificata azione pastorale, che non può non coinvolgere e in
modo coordinato tutte le componenti della comunità ecclesiale, è di considerare
il malato, il portatore di handicap, il sofferente non semplicemente come
termine dell'amore e del servizio della Chiesa, bensì come soggetto attivo e
responsabile dell'opera di evangelizzazione e di salvezza. In questa
prospettiva la Chiesa ha una buona novella da far risuonare all'interno di
società e di culture che, avendo smarrito il senso del soffrire umano, “censurano”
ogni discorso su tale dura realtà della vita. E la buona novella sta
nell'annuncio che il soffrire può avere anche un significato positivo per
l'uomo e per la stessa società, chiamato com'è a divenire una forma di
partecipazione alla sofferenza salvifica di Cristo e alla sua gioia di risorto,
e pertanto una forza di santificazione e di edificazione della Chiesa.
L'annuncio di questa buona novella diventa
credibile allorquando non risuona semplicemente sulle labbra, ma passa
attraverso la testimonianza della vita, sia di tutti coloro che curano con
amore i malati, gli handicappati e i sofferenti, sia di questi stessi, resi
sempre più coscienti e responsabili del loro posto e del loro compito nella
Chiesa e per la Chiesa.
Di grande utilità perché “la civiltà dell'amore” possa fiorire e fruttificare nell'immenso mondo del dolore umano, potrà essere la rinnovata meditazione della Lettera Apostolica Salvifici doloris, di cui ricordiamo ora le righe conclusive: “Occorre pertanto, che sotto la Croce del Calvario idealmente convengano tutti i sofferenti che credono in Cristo e, particolarmente, coloro che soffrono a causa della loro fede in lui Crocifisso e Risorto, affinché l'offerta delle loro sofferenze affretti il compimento della preghiera dello stesso Salvatore per l'unità di tutti (cf. Gv 17, 11. 21-22). Là pure convengano gli uomini di buona volontà, perché sulla Croce sta il "Redentore dell'uomo", l'Uomo dei dolori, che in sé ha assunto le sofferenze fisiche e morali degli uomini di tutti i tempi, affinché nell'amore possano trovare il senso salvifico del loro dolore e risposte valide a tutti i loro interrogativi. Insieme con Maria, Madre di Cristo, che stava sotto la Croce (cf. Gv 19, 25), ci fermiamo accanto a tutte le croci dell'uomo d'oggi (...). E chiediamo a tutti voi, che soffrite, di sostenerci. Proprio a voi, che siete deboli, chiediamo che diventiate una sorgente di forza per la Chiesa e per l'umanità. Nel terribile combattimento tra le forze del bene e del male, di cui ci offre spettacolo il nostro mondo contemporaneo, vinca la vostra sofferenza in unione con la Croce di Cristo!”(202).