Lettera Enciclica
EVANGELIUM VITAE
25 Marzo 1995
INTRODUZIONE
1. Il Vangelo della vita sta al cuore del messaggio
di Gesù. Accolto dalla Chiesa ogni giorno con amore, esso va annunciato con
coraggiosa fedeltà come buona novella agli uomini di ogni epoca e cultura.
All’aurora della salvezza, è la nascita di un
bambino che viene proclamata come lieta notizia: "Vi annunzio una grande
gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un
salvatore, che è il Cristo Signore"
(Lc 2, 10-11). A sprigionare questa "grande gioia" è certamente
la nascita del Salvatore; ma nel Natale è svelato anche il senso pieno di ogni
nascita umana, e la gioia messianica appare così fondamento e compimento della
gioia per ogni bimbo che nasce (cfr. Gv 16, 21).
Presentando il nucleo centrale della sua
missione redentrice, Gesù dice: "Io sono venuto perché abbiano la vita e
l'abbiano in abbondanza" (Gv 10, 10). In verità, Egli si riferisce a
quella vita "nuova" ed "eterna", che consiste nella
comunione con il Padre, a cui ogni uomo è gratuitamente chiamato nel Figlio per
opera dello Spirito Santificatore. Ma proprio in tale "vita"
acquistano pieno significato tutti gli aspetti e i momenti della vita
dell’uomo.
Il valore incomparabile della persona umana
2. L’uomo è chiamato a una pienezza di vita
che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena, poiché consiste
nella partecipazione alla vita stessa di Dio.
L’altezza di questa vocazione soprannaturale
rivela la grandezza e la preziosità della vita umana anche nella sua fase
temporale. La vita nel tempo, infatti, è condizione basilare, momento iniziale
e parte integrante dell’intero e unitario processo dell’esistenza umana. Un
processo che, inaspettatamente e immeritatamente, viene illuminato dalla
promessa e rinnovato dal dono della vita divina, che raggiungerà il suo pieno
compimento nell’eternità (cfr. 1Gv 3, 1-2). Nello stesso tempo, proprio questa
chiamata soprannaturale sottolinea la relatività della vita terrena dell’uomo e
della donna. Essa, in verità, non è realtà "ultima", ma
"penultima"; è comunque realtà sacra che ci viene affidata perché la
custodiamo con senso di responsabilità e la portiamo a perfezione nell’amore e
nel dono di noi stessi a Dio e ai fratelli.
La Chiesa sa che questo Vangelo della vita,
consegnatole dal suo Signore1, ha un’eco profonda e persuasiva nel cuore di
ogni persona, credente e anche non credente, perché esso, mentre ne supera
infinitamente le attese, vi corrisponde in modo sorprendente. Pur tra
difficoltà e incertezze, ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene,
con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può
arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore (cfr. Rm 2,
14-15) il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine, e
ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo
suo bene primario. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l’umana
convivenza e la stessa comunità politica.
Questo diritto devono, in modo particolare,
difendere e promuovere i credenti in Cristo, consapevoli della meravigliosa
verità ricordata dal Concilio Vaticano II: "Con l'incarnazione il Figlio
di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo" 2. In questo evento di
salvezza, infatti, si rivela all’umanità non solo l’amore sconfinato di Dio che
"ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3, 16),
ma anche il valore incomparabile di ogni persona umana.
E la Chiesa, scrutando assiduamente il mistero
della Redenzione, coglie questo valore con sempre rinnovato stupore3 e si sente
chiamata ad annunciare agli uomini di tutti i tempi questo "vangelo",
fonte di speranza invincibile e di gioia vera per ogni epoca della storia. Il
Vangelo dell’amore di Dio per l’uomo, il Vangelo della dignità della persona e
il Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo.
È per questo che l’uomo, l’uomo vivente,
costituisce la prima e fondamentale via della Chiesa4.
Le nuove minacce alla vita umana
3. Ciascun uomo, proprio a motivo del mistero
del Verbo di Dio che si è fatto carne (cfr. Gv 1, 14), è affidato alla
sollecitudine materna della Chiesa. Perciò ogni minaccia alla dignità e alla
vita dell’uomo non può non ripercuotersi nel cuore stesso della Chiesa, non può
non toccarla al centro della propria fede nell’incarnazione redentrice del
Figlio di Dio, non può non coinvolgerla nella sua missione di annunciare il
Vangelo della vita in tutto il mondo e ad ogni creatura (cfr. Mc 16, 15).
Oggi questo annuncio si fa particolarmente
urgente per l’impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla
vita delle persone e dei popoli, soprattutto quando essa è debole e indifesa.
Alle antiche dolorose piaghe della miseria, della fame, delle malattie
endemiche, della violenza e delle guerre, se ne aggiungono altre, dalle
modalità inedite e dalle dimensioni inquietanti.
Già il Concilio Vaticano II, in una pagina di
drammatica attualità, ha deplorato con forza molteplici delitti e attentati
contro la vita umana. A trent’anni di distanza, facendo mie le parole
dell’assise conciliare, ancora una volta e con identica forza li deploro a nome
della Chiesa intera, con la certezza di interpretare il sentimento autentico di
ogni coscienza retta: “Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie
di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio
volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le
mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per
violentare l’intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come
le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni,
la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora
le ignominiose condizioni di lavoro con le quali i lavoratori sono trattati
come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili;
tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre
guastano la civiltà umana, inquinano coloro che così si comportano ancor più
che non quelli che le subiscono; e ledono grandemente l’onore del Creatore”5.
4. Purtroppo, questo inquietante panorama, lungi
dal restringersi, si va piuttosto dilatando: con le nuove prospettive aperte
dal progresso scientifico e tecnologico nascono nuove forme di attentati alla
dignità dell’essere umano, mentre si delinea e consolida una nuova situazione
culturale, che dà ai delitti contro la vita un aspetto inedito e – se possibile
– ancora più iniquo suscitando ulteriori gravi preoccupazioni: larghi strati
dell’opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei
diritti della libertà individuale e, su tale presupposto, ne pretendono non
solo l’impunità, ma persino l’autorizzazione da parte dello Stato, al fine di
praticarli in assoluta libertà ed anzi con l’intervento gratuito delle
strutture sanitarie.
Ora, tutto questo provoca un cambiamento
profondo nel modo di considerare la vita e le relazioni tra gli uomini. Il
fatto che le legislazioni di molti Paesi, magari allontanandosi dagli stessi
principi basilari delle loro Costituzioni, abbiano acconsentito a non punire o
addirittura a riconoscere la piena legittimità di tali pratiche contro la vita
è insieme sintomo preoccupante e causa non marginale di un grave crollo morale:
scelte un tempo unanimemente considerate come delittuose e rifiutate dal comune
senso morale, diventano a poco a poco socialmente rispettabili. La stessa
medicina, che per sua vocazione è ordinata alla difesa e alla cura della vita
umana, in alcuni suoi settori si presta sempre più largamente a realizzare
questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice sé
stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano. In un simile contesto
culturale e legale, anche i gravi problemi demografici, sociali o familiari,
che pesano su numerosi popoli del mondo ed esigono un’attenzione responsabile
ed operosa delle comunità nazionali e di quelle internazionali, si trovano
esposti a soluzioni false e illusorie, in contrasto con la verità e il bene
delle persone e delle Nazioni.
L’esito al quale si perviene è drammatico: se
è quanto mai grave e inquietante il fenomeno dell’eliminazione di tante vite
umane nascenti o sulla via del tramonto, non meno grave e inquietante è il
fatto che la stessa coscienza, quasi ottenebrata da così vasti condizionamenti,
fatica sempre più a percepire la distinzione tra il bene e il male in ciò che
tocca lo stesso fondamentale valore della vita umana.
In comunione con tutti i Vescovi del mondo
5. Al problema delle minacce alla vita umana
nel nostro tempo è stato dedicato il Concistoro straordinario dei Cardinali,
svoltosi a Roma dal 4 al 7 aprile 1991. Dopo un’ampia e approfondita
discussione del problema e delle sfide poste all’intera famiglia umana e, in
particolare, alla comunità cristiana, i Cardinali, con voto unanime, mi hanno
chiesto di riaffermare con l’autorità del Successore di Pietro il valore della
vita umana e la sua inviolabilità, in riferimento alle attuali circostanze ed
agli attentati che oggi la minacciano.
Accogliendo tale richiesta, ho scritto nella
Pentecoste del 1991 una lettera personale a ciascun Confratello perché, nello
spirito della collegialità episcopale, mi offrisse la sua collaborazione in
vista della stesura di uno specifico documento6. Sono profondamente grato a
tutti i Vescovi che hanno risposto, fornendomi preziose informazioni,
suggerimenti e proposte. Essi hanno testimoniato anche così la loro unanime e
convinta partecipazione alla missione dottrinale e pastorale della Chiesa circa
il Vangelo della vita.
Nella medesima lettera, a pochi giorni dalla
celebrazione del centenario dell’Enciclica Rerum novarum, attiravo l’attenzione
di tutti su questa singolare analogia: “Come un secolo fa ad essere oppressa
nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con grande
coraggio ne prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del
lavoratore, così ora, quando un’altra categoria di persone è oppressa nel
diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente di dover dare voce con immutato
coraggio a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei
poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro
diritti umani”7.
Ad essere calpestata nel diritto fondamentale
alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come
sono, in particolare, i bambini non ancora nati. Se alla Chiesa, sul finire del
secolo scorso, non era consentito tacere davanti alle ingiustizie allora
operanti, meno ancora essa può tacere oggi, quando alle ingiustizie sociali del
passato, purtroppo non ancora superate, in tante parti del mondo si aggiungono
ingiustizie ed oppressioni anche più gravi, magari scambiate per elementi di
progresso in vista dell’organizzazione di un nuovo ordine mondiale.
La presente Enciclica, frutto della
collaborazione dell’Episcopato di ogni Paese del mondo, vuole essere dunque una
riaffermazione precisa e ferma del valore della vita umana e della sua
inviolabilità, ed insieme un appassionato appello rivolto a tutti e a ciascuno,
in nome di Dio: rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo
su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità!
Giungano queste parole a tutti i figli e le
figlie della Chiesa! Giungano a tutte le persone di buona volontà, sollecite
del bene di ogni uomo e donna e del destino dell’intera società!
6. In profonda comunione con ogni fratello e
sorella nella fede e animato da sincera amicizia per tutti, voglio rimeditare e
annunciare il Vangelo della vita, splendore di verità che illumina le
coscienze, limpida luce che risana lo sguardo ottenebrato, fonte inesauribile di
costanza e coraggio per affrontare le sempre nuove sfide che incontriamo sul
nostro cammino.
E mentre ripenso alla ricca esperienza vissuta
durante l’Anno della Famiglia, quasi completando idealmente la Lettera da me
indirizzata "ad ogni famiglia concreta di qualunque regione della
terra" 8, guardo con rinnovata fiducia a tutte le comunità domestiche ed
auspico che rinasca o si rafforzi ad ogni livello l’impegno di tutti a
sostenere la famiglia, perché anche oggi – pur in mezzo a numerose difficoltà e
a pesanti minacce – essa si conservi sempre, secondo il disegno di Dio, come
"santuario della vita" 9.
A tutti i membri della Chiesa, popolo della
vita e per la vita, rivolgo il più pressante invito perché, insieme, possiamo
dare a questo nostro mondo nuovi segni di speranza, operando affinché crescano
giustizia e solidarietà e si affermi una nuova cultura della vita umana, per
l’edificazione di un’autentica civiltà della verità e dell’amore.
CAPITOLO I
Le attuali minacce alla vita umana
"Caino alzò la mano contro il fratello
Abele e lo uccise" (Gn 4, 8): alla radice della violenza contro la vita
7. ”Dio non ha creato la morte e non gode per
la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza... Sì, Dio
ha creato l’uomo per l’incorruttibilità; lo fece a immagine della propria
natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno
esperienza coloro che gli appartengono” (Sap 1, 13-14; 2, 23-24).
Il Vangelo della vita, risuonato al principio
con la creazione dell’uomo a immagine di Dio per un destino di vita piena e
perfetta (cfr. Gn 2, 7; Sap 9, 2-3), viene contraddetto dall’esperienza
lacerante della morte che entra nel mondo e getta l’ombra del non senso
sull’intera esistenza dell’uomo.
La morte vi entra a causa dell’invidia del
diavolo (cfr. Gn 3, 1.4-5) e del peccato dei progenitori (cfr. Gn 2, 17; 3,
17-19). E vi entra in modo violento, attraverso l’uccisione di Abele da parte
del fratello Caino: "Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro
il fratello Abele e lo uccise" (Gn 4, 8).
Questa prima uccisione è presentata con una
singolare eloquenza in una pagina paradigmatica del libro della Genesi: una
pagina ritrascritta ogni giorno, senza sosta e con avvilente ripetizione, nel
libro della storia dei popoli.
Vogliamo rileggere insieme questa pagina
biblica, che, pur nella sua arcaicità ed estrema semplicità, si presenta quanto
mai ricca di insegnamenti.
“Abele era pastore di greggi e Caino
lavoratore del suolo. Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in
sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro
grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua
offerta.
Caino ne fu molto irritato e il suo volto era
abbattuto. Il Signore disse allora a Caino: “Perché sei irritato e perché è
abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se
non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è la sua
bramosia, ma tu dominala”.
Caino disse al fratello Abele: “Andiamo in
campagna!”. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello
Abele e lo uccise.
Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele,
tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse il guardiano di mio
fratello?”. Riprese: “Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a
me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua
mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non
ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra”.
Disse Caino al Signore: “Troppo grande è la
mia colpa per sopportarla! Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi
dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque
mi incontrerà mi potrà uccidere”.
Ma il Signore gli disse: “Però chiunque
ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!”. Il Signore impose a Caino un
segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato. Caino si allontanò
dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden” (Gn 4, 2-16).
8. Caino è "molto irritato" e ha il
volto "abbattuto" perché "il Signore gradì Abele e la sua
offerta" (Gn 4, 4). Il testo biblico non rivela il motivo per cui Dio
preferisce il sacrificio di Abele a quello di Caino; indica però con chiarezza
che, pur preferendo il dono di Abele, non interrompe il suo dialogo con Caino.
Lo ammonisce ricordandogli la sua libertà di fronte al male: l’uomo non è per
nulla un predestinato al male. Certo, come già Adamo, egli è tentato dalla
potenza malefica del peccato che, come bestia feroce, è appostata alla porta
del suo cuore, in attesa di avventarsi sulla preda. Ma Caino rimane libero di
fronte al peccato. Lo può e lo deve dominare:
"Verso di te è la sua bramosia, ma tu dominala!" (Gn 4, 7).
Sull’ammonimento del Signore hanno il
sopravvento la gelosia e l’ira, e così Caino s’avventa sul proprio fratello e
lo uccide. Come leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, “la Scrittura,
nel racconto dell’uccisione di Abele da parte del fratello Caino, rivela, fin
dagli inizi della storia umana, la presenza nell’uomo della collera e della
cupidigia, conseguenze del peccato originale. L’uomo è diventato il nemico del
suo simile”10.
Il fratello uccide il fratello. Come nel primo
fratricidio, in ogni omicidio viene violata la parentela
"spirituale", che accomuna gli uomini in un’unica grande famiglia11,
essendo tutti partecipi dello stesso bene fondamentale: l’uguale dignità
personale. Non poche volte viene violata anche la parentela "della carne e
del sangue", ad esempio quando le minacce alla vita si sviluppano nel
rapporto tra genitori e figli, come avviene con l’aborto o quando, nel più
vasto contesto familiare o parentale, viene favorita o procurata l’eutanasia.
Alla radice di ogni violenza contro il
prossimo c’è un cedimento alla "logica" del maligno, cioè di colui
che "è stato omicida fin da principio" (Gv 8, 44), come ci ricorda
l’apostolo Giovanni: "Poiché questo è il messaggio che avete udito fin da
principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal maligno
e uccise il suo fratello" (1Gv 3, 11-12). Così l’uccisione del fratello,
fin dagli albori della storia, è la triste testimonianza di come il male
progredisca con rapidità impressionante: alla rivolta dell’uomo contro Dio nel
paradiso terrestre si accompagna la lotta mortale dell’uomo contro l’uomo.
Dopo il delitto, Dio interviene a vendicare
l’ucciso. Di fronte a Dio, che lo interroga sulla sorte di Abele, Caino,
anziché mostrarsi impacciato e scusarsi, elude la domanda con arroganza:
"Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?" (Gn 4, 9).
"Non lo so": con la menzogna Caino cerca di coprire il delitto. Così
è spesso avvenuto e avviene quando le più diverse ideologie servono a
giustificare e a mascherare i più atroci delitti verso la persona. "Sono
forse io il guardiano di mio fratello?": Caino non vuole pensare al
fratello e rifiuta di vivere quella responsabilità che ogni uomo ha verso
l’altro. Viene spontaneo pensare alle odierne tendenze di deresponsabilizzazione
dell’uomo verso il suo simile, di cui sono sintomi, tra l’altro, il venir meno
della solidarietà verso i membri più deboli della società – quali gli anziani,
gli ammalati, gli immigrati, i bambini – e l’indifferenza che spesso si registra
nei rapporti tra i popoli anche quando sono in gioco valori fondamentali come
la sussistenza, la libertà e la pace.
9. Ma Dio non può lasciare impunito il
delitto: dal suolo su cui è stato versato, il sangue dell’ucciso esige che Egli
faccia giustizia (cfr. Gn 37, 26; Is 26, 21; Ez 24, 7-8). Da questo testo la
Chiesa ha ricavato la denominazione di "peccati che gridano vendetta al
cospetto di Dio" e vi ha incluso, anzitutto, l’omicidio volontario12. Per
gli ebrei, come per molti popoli dell’antichità, il sangue è la sede della
vita, anzi "il sangue è la vita" (Dt 12, 23) e la vita, specie quella
umana, appartiene solo a Dio: per questo chi attenta alla vita dell’uomo, in
qualche modo attenta a Dio stesso.
Caino è maledetto da Dio e anche dalla terra,
che gli rifiuterà i suoi frutti (cfr. Gn 4, 11-12). Ed è punito: abiterà nella
steppa e nel deserto. La violenza omicida cambia profondamente l’ambiente di
vita dell’uomo. La terra da
"giardino di Eden" (Gn 2, 15), luogo di abbondanza, di serene
relazioni interpersonali e di amicizia con Dio, diventa "paese di
Nod" (Gn 4, 16), luogo della "miseria", della solitudine e della
lontananza da Dio. Caino sarà "ramingo e fuggiasco sulla terra" (Gn
4, 14): incertezza e instabilità lo accompagneranno sempre.
Dio, tuttavia, sempre misericordioso anche
quando punisce, "impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque
l'avesse incontrato" (Gn 4, 15): gli dà, dunque, un contrassegno, che ha
lo scopo non di condannarlo all’esecrazione degli altri uomini, ma di
proteggerlo e difenderlo da quanti vorranno ucciderlo fosse anche per vendicare
la morte di Abele. Neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio
stesso se ne fa garante. Ed è proprio qui che si manifesta il paradossale
mistero della misericordiosa giustizia di Dio, come scrive sant’Ambrogio:
“Poiché era stato commesso un fratricidio, cioè il più grande dei crimini, nel
momento in cui si introdusse il peccato, subito dovette essere estesa la legge
della misericordia divina; perché, se il castigo avesse colpito immediatamente
il colpevole, non accadesse che gli uomini, nel punire, non usassero alcuna
tolleranza né mitezza, ma consegnassero immediatamente al castigo i colpevoli.
(...) Dio respinse Caino dal suo cospetto e, rinnegato dai suoi genitori, lo
relegò come nell’esilio di una abitazione separata, per il fatto che era
passato dall’umana mitezza alla ferocia belluina. Tuttavia Dio non volle punire
l’omicida con un omicidio, poiché vuole il pentimento del peccatore più che la
sua morte”13.
10. Il Signore disse a Caino: "Che hai
fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!" (Gn 4,
10). La voce del sangue versato dagli uomini non cessa di gridare, di
generazione in generazione, assumendo toni e accenti diversi e sempre nuovi.
La domanda del Signore "Che hai
fatto?", alla quale Caino non può sfuggire, è rivolta anche all’uomo
contemporaneo perché prenda coscienza dell’ampiezza e della gravità degli
attentati alla vita da cui continua ad essere segnata la storia dell’umanità;
vada alla ricerca delle molteplici cause che li generano e li alimentano;
rifletta con estrema serietà sulle conseguenze che derivano da questi stessi
attentati per l’esistenza delle persone e dei popoli.
Alcune minacce provengono dalla natura stessa,
ma sono aggravate dall’incuria colpevole e dalla negligenza degli uomini che
non raramente potrebbero porvi rimedio; altre invece sono il frutto di
situazioni di violenza, di odi, di contrapposti interessi, che inducono gli
uomini ad aggredire altri uomini con omicidi, guerre, stragi, genocidi.
E come non pensare alla violenza che si fa
alla vita di milioni di esseri umani, specialmente bambini, costretti alla
miseria, alla sottonutrizione e alla fame, a causa di una iniqua distribuzione
delle ricchezze tra i popoli e le classi sociali? o alla violenza insita, prima
ancora che nelle guerre, in uno scandaloso commercio delle armi, che favorisce
la spirale dei tanti conflitti armati che insanguinano il mondo? o alla
seminagione di morte che si opera con l’inconsulto dissesto degli equilibri
ecologici, con la criminale diffusione della droga o col favorire modelli di
esercizio della sessualità che, oltre ad essere moralmente inaccettabili, sono
anche forieri di gravi rischi per la vita? È impossibile registrare in modo
completo la vasta gamma delle minacce alla vita umana, tante sono le forme,
aperte o subdole, che esse rivestono nel nostro tempo!
11. Ma la nostra attenzione intende
concentrarsi, in particolare, su un altro genere di attentati, concernenti la vita
nascente e terminale, che presentano caratteri nuovi rispetto al passato e
sollevano problemi di singolare gravità per il fatto che tendono a perdere,
nella coscienza collettiva, il carattere di "delitto" e ad assumere
paradossalmente quello del "diritto", al punto che se ne pretende un
vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva
esecuzione mediante l’intervento gratuito degli stessi operatori sanitari. Tali
attentati colpiscono la vita umana in situazioni di massima precarietà, quando
è priva di ogni capacità di difesa. Ancora più grave è il fatto che essi, in
larga parte, sono consumati proprio all’interno e ad opera di quella famiglia
che costitutivamente è invece chiamata ad essere "santuario della
vita".
Come s’è potuta determinare una simile
situazione? Occorre prendere in considerazione molteplici fattori. Sullo sfondo
c’è una profonda crisi della cultura, che ingenera scetticismo sui fondamenti
stessi del sapere e dell’etica e rende sempre più difficile cogliere con chiarezza
il senso dell’uomo, dei suoi diritti e dei suoi doveri. A ciò si aggiungono le
più diverse difficoltà esistenziali e relazionali, aggravate dalla realtà di
una società complessa, in cui le persone, le coppie, le famiglie rimangono
spesso sole con i loro problemi. Non mancano situazioni di particolare povertà,
angustia o esasperazione, in cui la fatica della sopravvivenza, il dolore ai
limiti della sopportabilità, le violenze subite, specialmente quelle che
investono le donne, rendono le scelte di difesa e di promozione della vita
esigenti a volte fino all’eroismo.
Tutto ciò spiega, almeno in parte, come il
valore della vita possa oggi subire una specie di "eclissi", per
quanto la coscienza non cessi di additarlo quale valore sacro e intangibile,
come dimostra il fatto stesso che si tende a coprire alcuni delitti contro la
vita nascente o terminale con locuzioni di tipo sanitario, che distolgono lo
sguardo dal fatto che è in gioco il diritto all’esistenza di una concreta
persona umana.
12. In realtà, se molti e gravi aspetti
dell’odierna problematica sociale possono in qualche modo spiegare il clima di
diffusa incertezza morale e talvolta attenuare nei singoli la responsabilità
soggettiva, non è meno vero che siamo di fronte a una realtà più vasta, che si
può considerare come una vera e propria struttura di peccato, caratterizzata
dall’imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si configura in molti casi
come vera "cultura di morte". Essa è attivamente promossa da forti
correnti culturali, economiche e politiche, portatrici di una concezione
efficientistica della società.
Guardando le cose da tale punto di vista, si
può, in certo senso, parlare di una guerra dei potenti contro i deboli: la vita
che richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta inutile, o è
considerata come un peso insopportabile e, quindi, è rifiutata in molte
maniere. Chi, con la sua malattia, con il suo handicap o, molto più
semplicemente, con la stessa sua presenza mette in discussione il benessere o
le abitudini di vita di quanti sono più avvantaggiati, tende ad essere visto
come un nemico da cui difendersi o da eliminare. Si scatena così una specie di
"congiura contro la vita". Essa non coinvolge solo le singole persone
nei loro rapporti individuali, familiari o di gruppo, ma va ben oltre, sino ad
intaccare e stravolgere, a livello mondiale, i rapporti tra i popoli e gli
Stati.
13. Per facilitare la diffusione dell’aborto,
si sono investite e si continuano ad investire somme ingenti destinate alla
messa a punto di preparati farmaceutici, che rendono possibile l’uccisione del
feto nel grembo materno, senza la necessità di ricorrere all’aiuto del medico.
La stessa ricerca scientifica, su questo punto, sembra quasi esclusivamente
preoccupata di ottenere prodotti sempre più semplici ed efficaci contro la vita
e, nello stesso tempo, tali da sottrarre l’aborto ad ogni forma di controllo e
responsabilità sociale.
Si afferma frequentemente che la
contraccezione, resa sicura e accessibile a tutti, è il rimedio più efficace
contro l’aborto. Si accusa poi la Chiesa cattolica di favorire di fatto
l’aborto perché continua ostinatamente a insegnare l’illiceità morale della
contraccezione.
L’obiezione, a ben guardare, si rivela
speciosa. Può essere, infatti, che molti ricorrano ai contraccettivi anche
nell’intento di evitare successivamente la tentazione dell’aborto. Ma i
disvalori insiti nella "mentalità contraccettiva" – ben diversa dall’esercizio responsabile
della paternità e maternità, attuato nel rispetto della piena verità dell’atto
coniugale – sono tali da rendere più forte proprio questa tentazione, di fronte
all’eventuale concepimento di una vita non desiderata. Di fatto la cultura
abortista è particolarmente sviluppata proprio in ambienti che rifiutano
l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione. Certo, contraccezione ed
aborto, dal punto di vista morale, sono mali specificamente diversi: l’una
contraddice all’integra verità dell’atto sessuale come espressione propria
dell’amore coniugale, l’altro distrugge la vita di un essere umano; la prima si
oppone alla virtù della castità matrimoniale, il secondo si oppone alla virtù
della giustizia e viola direttamente il precetto divino "non
uccidere".
Ma pur con questa diversa natura e peso
morale, essi sono molto spesso in intima relazione, come frutti di una medesima
pianta. È vero che non mancano casi in cui alla contraccezione e allo stesso
aborto si giunge sotto la spinta di molteplici difficoltà esistenziali, che
tuttavia non possono mai esonerare dallo sforzo di osservare pienamente la
Legge di Dio. Ma in moltissimi altri casi tali pratiche affondano le radici in
una mentalità edonistica e deresponsabilizzante nei confronti della sessualità
e suppongono un concetto egoistico di libertà che vede nella procreazione un
ostacolo al dispiegarsi della propria personalità. La vita che potrebbe
scaturire dall’incontro sessuale diventa così il nemico da evitare
assolutamente e l’aborto l’unica possibile risposta risolutiva di fronte ad una
contraccezione fallita.
Purtroppo la stretta connessione che, a
livello di mentalità, intercorre tra la pratica della contraccezione e quella
dell’aborto emerge sempre di più e lo dimostra in modo allarmante anche la
messa a punto di preparati chimici, di dispositivi intrauterini e di vaccini
che, distribuiti con la stessa facilità dei contraccettivi, agiscono in realtà
come abortivi nei primissimi stadi di sviluppo della vita del nuovo essere
umano.
14. Anche le varie tecniche di riproduzione
artificiale, che sembrerebbero porsi a servizio della vita e che sono praticate
non poche volte con questa intenzione, in realtà aprono la porta a nuovi
attentati contro la vita. Al di là del fatto che esse sono moralmente
inaccettabili, dal momento che dissociano la procreazione dal contesto
integralmente umano dell’atto coniugale14, queste tecniche registrano alte
percentuali di insuccesso: esso riguarda non tanto la fecondazione, quanto il
successivo sviluppo dell’embrione, esposto al rischio di morte entro tempi in
genere brevissimi. Inoltre, vengono prodotti talvolta embrioni in numero
superiore a quello necessario per l’impianto nel grembo della donna e questi
cosiddetti "embrioni
soprannumerari" vengono poi soppressi o utilizzati per ricerche che, con
il pretesto del progresso scientifico o medico, in realtà riducono la vita
umana a semplice "materiale biologico" di cui poter liberamente
disporre.
Le diagnosi pre-natali, che non presentano
difficoltà morali se fatte per individuare eventuali cure necessarie al bambino
non ancora nato, diventano troppo spesso occasione per proporre e procurare
l’aborto. È l’aborto eugenetico, la cui legittimazione nell’opinione pubblica
nasce da una mentalità – a torto ritenuta coerente con le esigenze della "terapeuticità" – che accoglie la
vita solo a certe condizioni e che rifiuta il limite, l’handicap, l’infermità.
Seguendo questa stessa logica, si è giunti a
negare le cure ordinarie più elementari, e perfino l’alimentazione, a bambini
nati con gravi handicap o malattie. Lo scenario contemporaneo, inoltre, si fa
ancora più sconcertante a motivo delle proposte, avanzate qua e là, di
legittimare, nella stessa linea del diritto all’aborto, persino l’infanticidio,
ritornando così ad uno stadio di barbarie che si sperava di aver superato per
sempre.
15. Minacce non meno gravi incombono pure sui
malati inguaribili e sui morenti, in un contesto sociale e culturale che,
rendendo più difficile affrontare e sopportare la sofferenza, acuisce la
tentazione di risolvere il problema del soffrire eliminandolo alla radice con
l’anticipare la morte al momento ritenuto più opportuno.
In tale scelta confluiscono spesso elementi
di diverso segno, purtroppo convergenti a questo terribile esito. Può essere
decisivo, nel soggetto malato, il senso di angoscia, di esasperazione, persino
di disperazione, provocato da un’esperienza di dolore intenso e prolungato. Ciò
mette a dura prova gli equilibri a volte già instabili della vita personale e
familiare, sicché, da una parte, il malato, nonostante gli aiuti sempre più
efficaci dell’assistenza medica e sociale, rischia di sentirsi schiacciato
dalla propria fragilità; dall’altra, in coloro che gli sono effettivamente
legati, può operare un senso di comprensibile anche se malintesa pietà. Tutto
ciò è aggravato da un’atmosfera culturale che non coglie nella sofferenza alcun
significato o valore, anzi la considera il male per eccellenza, da eliminare ad
ogni costo; il che avviene specialmente quando non si ha una visione religiosa
che aiuti a decifrare positivamente il mistero del dolore.
Ma nell’orizzonte culturale complessivo non
manca di incidere anche una sorta di atteggiamento prometeico dell’uomo che, in
tal modo, si illude di potersi impadronire della vita e della morte perché
decide di esse, mentre in realtà viene sconfitto e schiacciato da una morte
irrimediabilmente chiusa ad ogni prospettiva di senso e ad ogni speranza.
Riscontriamo una tragica espressione di tutto ciò nella diffusione
dell’eutanasia, mascherata e strisciante o attuata apertamente e persino
legalizzata. Essa, oltre che per una presunta pietà di fronte al dolore del
paziente, viene talora giustificata con una ragione utilitaristica, volta ad
evitare spese improduttive troppo gravose per la società. Si propone così la
soppressione dei neonati malformati, degli handicappati gravi, degli inabili,
degli anziani, soprattutto se non autosufficienti, e dei malati terminali. Né
ci è lecito tacere di fronte ad altre forme più subdole, ma non meno gravi e
reali, di eutanasia. Esse, ad esempio, potrebbero verificarsi quando, per
aumentare la disponibilità di organi da trapiantare, si procedesse all’espianto
degli stessi organi senza rispettare i criteri oggettivi ed adeguati di
accertamento della morte del donatore.
16. Un altro fenomeno attuale, al quale si
accompagnano frequentemente minacce e attentati alla vita, è quello
demografico. esso si presenta in modo differente nelle diverse parti del mondo:
nei paesi ricchi e sviluppati si registra un preoccupante calo o crollo delle
nascite; i paesi poveri, invece, presentano in genere un tasso elevato di
aumento della popolazione, difficilmente sopportabile in un contesto di minore
sviluppo economico e sociale, o addirittura di grave sottosviluppo. Di fronte
alla sovrapopolazione dei paesi poveri mancano, a livello internazionale, interventi
globali – serie politiche familiari e sociali, programmi di crescita culturale
e di giusta produzione e distribuzione delle risorse – mentre si continua a
mettere in atto politiche antinataliste.
Contraccezione, sterilizzazione e aborto vanno
certamente annoverati tra le cause che contribuiscono a determinare le
situazioni di forte denatalità. Può essere facile la tentazione di ricorrere
agli stessi metodi e attentati contro la vita anche nelle situazioni di
"esplosione demografica".
L’antico faraone, sentendo come un incubo la
presenza e il moltiplicarsi dei figli di Israele, li sottopose ad ogni forma di
oppressione e ordinò che venisse fatto morire ogni neonato maschio delle donne
ebree (cfr. Es 1, 7-22). Allo stesso modo si comportano oggi non pochi potenti
della terra.
Essi pure avvertono come un incubo lo
sviluppo demografico in atto e temono che i popoli più prolifici e più poveri
rappresentino una minaccia per il benessere e la tranquillità dei loro paesi.
Di conseguenza, piuttosto che voler affrontare e risolvere questi gravi
problemi nel rispetto della dignità delle persone e delle famiglie e
dell’inviolabile diritto alla vita di ogni uomo, preferiscono promuovere e
imporre con qualsiasi mezzo una massiccia pianificazione delle nascite. Gli
stessi aiuti economici, che sarebbero disposti a dare, vengono ingiustamente
condizionati all’accettazione di una politica antinatalista.
17. L’umanità di oggi ci offre uno
spettacolo davvero allarmante, se pensiamo non solo ai diversi ambiti nei quali
si sviluppano gli attentati alla vita, ma anche alla loro singolare proporzione
numerica, nonché al molteplice e potente sostegno che viene loro dato
dall’ampio consenso sociale, dal frequente riconoscimento legale, dal
coinvolgimento di parte del personale sanitario.
Come ebbi a dire con forza a Denver, in
occasione dell’VIII Giornata Mondiale della Gioventù, “con il tempo, le minacce
contro la vita non vengono meno. Esse, al contrario, assumono dimensioni
enormi. Non si tratta soltanto di minacce provenienti dall’esterno, di forze
della natura o dei “Caino” che assassinano gli “Abele”; no, si tratta di
minacce programmate in maniera scientifica e sistematica. Il ventesimo secolo
verrà considerato un’epoca di attacchi massicci contro la vita, un’interminabile
serie di guerre e un massacro permanente di vite umane innocenti. I falsi
profeti e i falsi maestri hanno conosciuto il maggior successo possibile”15. Al
di là delle intenzioni, che possono essere varie e magari assumere forme
suadenti persino in nome della solidarietà, siamo in realtà di fronte a una
oggettiva "congiura contro la vita" che vede implicate anche
Istituzioni internazionali, impegnate a incoraggiare e programmare vere e
proprie campagne per diffondere la contraccezione, la sterilizzazione e
l’aborto. Non si può, infine, negare che i mass media sono spesso complici di
questa congiura, accreditando nell’opinione pubblica quella cultura che
presenta il ricorso alla contraccezione, alla sterilizzazione, all’aborto e
alla stessa eutanasia come segno di progresso e conquista di libertà, mentre
dipinge come nemiche della libertà e del progresso le posizioni
incondizionatamente a favore della vita.
"Sono forse io il guardiano di mio fratello?" (Gen 4,
9): un’idea perversa di libertà
18. Il panorama descritto chiede di essere
conosciuto non soltanto nei fenomeni di morte che lo caratterizzano, ma anche
nelle molteplici cause che lo determinano. La domanda del Signore "Che hai
fatto?" (Gn 4, 10) sembra essere quasi un invito rivolto a Caino ad andare
oltre la materialità del suo gesto omicida, per coglierne tutta la gravità
nelle motivazioni che ne sono all’origine e nelle conseguenze che ne derivano.
Le scelte contro la vita nascono, talvolta, da
situazioni difficili o addirittura drammatiche di profonda sofferenza, di
solitudine, di totale mancanza di prospettive economiche, di depressione e di
angoscia per il futuro. Tali circostanze possono attenuare anche notevolmente
la responsabilità soggettiva e la conseguente colpevolezza di quanti compiono
queste scelte in sé criminose. Tuttavia oggi il problema va ben al di là del
pur doveroso riconoscimento di queste situazioni personali. Esso si pone anche
sul piano culturale, sociale e politico, dove presenta il suo aspetto più
sovversivo e conturbante nella tendenza, sempre più largamente condivisa, a
interpretare i menzionati delitti contro la vita come legittime espressioni
della libertà individuale, da riconoscere e proteggere come veri e propri
diritti.
In questo modo giunge ad una svolta dalle
tragiche conseguenze un lungo processo storico, che dopo aver scoperto l’idea
dei "diritti umani" – come
diritti inerenti a ogni persona e precedenti ogni Costituzione e legislazione
degli Stati – incorre oggi in una sorprendente contraddizione: proprio in
un’epoca in cui si proclamano solennemente i diritti inviolabili della persona
e si afferma pubblicamente il valore della vita, lo stesso diritto alla vita
viene praticamente negato e conculcato, in particolare nei momenti più
emblematici dell’esistenza, quali sono il nascere e il morire.
Da un lato, le varie dichiarazioni dei diritti
dell’uomo e le molteplici iniziative che ad esse si ispirano dicono
l’affermarsi a livello mondiale di una sensibilità morale più attenta a
riconoscere il valore e la dignità di ogni essere umano in quanto tale, senza
alcuna distinzione di razza, nazionalità, religione, opinione politica, ceto
sociale.
Dall’altro lato, a queste nobili proclamazioni
si contrappone purtroppo, nei fatti, una loro tragica negazione. Questa è
ancora più sconcertante, anzi più scandalosa, proprio perché si realizza in una
società che fa dell’affermazione e della tutela dei diritti umani il suo
obiettivo principale e insieme il suo vanto. Come mettere d’accordo queste
ripetute affermazioni di principio con il continuo moltiplicarsi e la diffusa
legittimazione degli attentati alla vita umana? Come conciliare queste
dichiarazioni col rifiuto del più debole, del più bisognoso, dell’anziano,
dell’appena concepito? Questi attentati vanno in direzione esattamente contraria
al rispetto della vita e rappresentano una minaccia frontale a tutta la cultura
dei diritti dell’uomo. È una minaccia capace, al limite, di mettere a
repentaglio lo stesso significato della convivenza democratica: da società di
"con-viventi", le nostre città rischiano di diventare società di
esclusi, di emarginati, di rimossi e soppressi. Se poi lo sguardo si allarga ad
un orizzonte planetario, come non pensare che la stessa affermazione dei
diritti delle persone e dei popoli, quale avviene in alti consessi
internazionali, si riduce a sterile esercizio retorico, se non si smaschera
l’egoismo dei Paesi ricchi che chiudono l’accesso allo sviluppo dei Paesi
poveri o lo condizionano ad assurdi divieti di procreazione, contrapponendo lo
sviluppo all’uomo? Non occorre forse mettere in discussione gli stessi modelli
economici, adottati sovente dagli Stati anche per spinte e condizionamenti di
carattere internazionale, che generano ed alimentano situazioni di ingiustizia
e violenza nelle quali la vita umana di intere popolazioni viene avvilita e
conculcata?
19. Dove stanno le radici di una
contraddizione tanto paradossale?
Le possiamo riscontrare in complessive
valutazioni di ordine culturale e morale, a iniziare da quella mentalità che,
esasperando e persino deformando il concetto di soggettività, riconosce come
titolare di diritti solo chi si presenta con piena o almeno incipiente
autonomia ed esce da condizioni di totale dipendenza dagli altri. Ma come
conciliare tale impostazione con l’esaltazione dell’uomo quale essere
"indisponibile"? La teoria dei diritti umani si fonda proprio sulla
considerazione del fatto che l’uomo, diversamente dagli animali e dalle cose,
non può essere sottomesso al dominio di nessuno. Si deve pure accennare a
quella logica che tende a identificare la dignità personale con la capacità di
comunicazione verbale ed esplicita e, in ogni caso, sperimentabile. È chiaro
che, con tali presupposti, non c’è spazio nel mondo per chi, come il nascituro
o il morente, è un soggetto strutturalmente debole, sembra totalmente
assoggettato alla mercé di altre persone e da loro radicalmente dipendente e sa
comunicare solo mediante il muto linguaggio di una profonda simbiosi di
affetti. È, quindi, la forza a farsi criterio di scelta e di azione nei rapporti
interpersonali e nella convivenza sociale. Ma questo è l’esatto contrario di
quanto ha voluto storicamente affermare lo Stato di diritto, come comunità
nella quale alle "ragioni della forza" si sostituisce la "forza
della ragione".
Ad un altro livello, le radici della
contraddizione che intercorre tra la solenne affermazione dei diritti dell’uomo
e la loro tragica negazione nella pratica risiedono in una concezione della
libertà che esalta in modo assoluto il singolo individuo, e non lo dispone alla
solidarietà, alla piena accoglienza e al servizio dell’altro. Se è vero che
talvolta la soppressione della vita nascente o terminale si colora anche di un
malinteso senso di altruismo e di umana pietà, non si può negare che una tale
cultura di morte, nel suo insieme, tradisce una concezione della libertà del
tutto individualistica che finisce per essere la libertà dei "più
forti" contro i deboli destinati a soccombere.
Proprio in questo senso si può interpretare la
risposta di Caino alla domanda del Signore "Dov'è Abele, tuo
fratello?": "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio
fratello?" (Gn 4, 9). Sì, ogni uomo è "guardiano di suo
fratello", perché Dio affida l’uomo all’uomo. Ed è anche in vista di tale
affidamento che Dio dona a ogni uomo la libertà, che possiede un’essenziale
dimensione relazionale. Essa è grande dono del Creatore, posta com’è al
servizio della persona e della sua realizzazione mediante il dono di sé e
l’accoglienza dell’altro; quando invece viene assolutizzata in chiave
individualistica, la libertà è svuotata del suo contenuto originario ed è
contraddetta nella sua stessa vocazione e dignità.
C’è un aspetto ancora più profondo da
sottolineare: la libertà rinnega sé stessa, si autodistrugge e si dispone
all’eliminazione dell’altro quando non riconosce e non rispetta più il suo
costitutivo legame con la verità. Ogni volta che la libertà, volendo
emanciparsi da qualsiasi tradizione e autorità, si chiude persino alle evidenze
primarie di una verità oggettiva e comune, fondamento della vita personale e
sociale, la persona finisce con l’assumere come unico e indiscutibile
riferimento per le proprie scelte non più la verità sul bene e sul male, ma
solo la sua soggettiva e mutevole opinione o, addirittura, il suo egoistico
interesse e il suo capriccio.
20. In questa concezione della libertà, la
convivenza sociale viene profondamente deformata. Se la promozione del proprio
io è intesa in termini di autonomia assoluta, inevitabilmente si giunge alla
negazione dell’altro, sentito come un nemico da cui difendersi. In questo modo
la società diventa un insieme di individui posti l’uno accanto all’altro, ma
senza legami reciproci: ciascuno vuole affermarsi indipendentemente dall’altro,
anzi vuol far prevalere i suoi interessi. Tuttavia, di fronte ad analoghi
interessi dell’altro, ci si deve arrendere a cercare qualche forma di
compromesso, se si vuole che nella società sia garantito a ciascuno il massimo
di libertà possibile. Viene meno così ogni riferimento a valori comuni e a una
verità assoluta per tutti: la vita sociale si avventura nelle sabbie mobili di
un relativismo totale. Allora tutto è convenzionabile, tutto è negoziabile:
anche il primo dei diritti fondamentali, quello alla vita.
È quanto di fatto accade anche in ambito più
propriamente politico e statale: l’originario e inalienabile diritto alla vita
è messo in discussione o negato sulla base di un voto parlamentare o della
volontà di una parte – sia pure maggioritaria – della popolazione. È l’esito
nefasto di un relativismo che regna incontrastato: il "diritto" cessa
di essere tale, perché non è più solidamente fondato sull’inviolabile dignità
della persona, ma viene assoggettato alla volontà del più forte. In questo modo
la democrazia, ad onta delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale
totalitarismo. Lo Stato non è più la "casa comune" dove tutti possono
vivere secondo principi di uguaglianza sostanziale, ma si trasforma in Stato
tiranno, che presume di poter disporre della vita dei più deboli e indifesi,
dal bambino non ancora nato al vecchio, in nome di una utilità pubblica che non
è altro, in realtà, che l’interesse di alcuni.
Tutto sembra avvenire nel più saldo rispetto
della legalità, almeno quando le leggi che permettono l’aborto o l’eutanasia
vengono votate secondo le cosiddette regole democratiche. In verità, siamo di
fronte solo a una tragica parvenza di legalità e l’ideale democratico, che è
davvero tale quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana, è
tradito nelle sue stesse basi: “Come è possibile parlare ancora di dignità di
ogni persona umana, quando si permette che si uccida la più debole e la più
innocente? In nome di quale giustizia si opera fra le persone la più ingiusta
delle discriminazioni, dichiarandone alcune degne di essere difese, mentre ad
altre questa dignità è negata?”16. Quando si verificano queste condizioni si
sono già innescati quei dinamismi che portano alla dissoluzione di un’autentica
convivenza umana e alla disgregazione della stessa realtà statuale.
Rivendicare il diritto all’aborto, all’infanticidio,
all’eutanasia e riconoscerlo legalmente, equivale ad attribuire alla libertà
umana un significato perverso e iniquo: quello di un potere assoluto sugli
altri e contro gli altri. Ma questa è la morte della vera libertà: "In
verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del
peccato" (Gv 8, 34).
"MI dovrò nascondere lontano da
te" (Gen 4, 14): l’eclissi del
senso di Dio e dell’uomo
21. Nel ricercare le radici più profonde della
lotta tra la "cultura della vita" e la "cultura della
morte", non ci si può fermare all’idea perversa di libertà sopra
ricordata. Occorre giungere al cuore del dramma vissuto dall’uomo
contemporaneo: l’eclissi del senso di Dio e dell’uomo, tipica del contesto
sociale e culturale dominato dal secolarismo, che coi suoi tentacoli pervasivi
non manca talvolta di mettere alla prova le stesse comunità cristiane. Chi si
lascia contagiare da questa atmosfera, entra facilmente nel vortice di un
terribile circolo vizioso: smarrendo il senso di Dio, si tende a smarrire anche
il senso dell’uomo, della sua dignità e della sua vita; a sua volta, la
sistematica violazione della legge morale, specie nella grave materia del
rispetto della vita umana e della sua dignità, produce una sorta di progressivo
oscuramento della capacità di percepire la presenza vivificante e salvante di
Dio.
Ancora una volta possiamo ispirarci al
racconto dell’uccisione di Abele da parte del fratello. Dopo la maledizione
inflittagli da Dio, Caino così si rivolge al Signore: "Troppo grande è la
mia colpa per sopportarla! Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi
dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e
chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere" (Gn 4, 13-14).
Caino ritiene che il suo peccato non potrà ottenere
perdono dal signore e che il suo destino inevitabile sarà di doversi
"nascondere lontano" da lui. Se Caino riesce a confessare che la sua
colpa è "troppo grande", è perché egli sa di trovarsi di fronte a dio
e al suo giusto giudizio. In realtà, solo davanti al signore l’uomo può
riconoscere il suo peccato e percepirne tutta la gravità. È questa l’esperienza
di davide, che dopo "aver fatto male agli occhi del Signore",
rimproverato dal profeta Natan (cfr. 2 sam 11-12), esclama: "riconosco la mia colpa, il mio peccato
mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è
male ai tuoi occhi, io l'ho fatto" (sal 511, 5-6).
22. Per questo, quando viene meno il senso di
Dio, anche il senso dell’uomo viene minacciato e inquinato, come lapidariamente
afferma il Concilio Vaticano II: "La creatura senza il Creatore svanisce …
Anzi, l'oblio di Dio priva di luce la creatura stessa" 17. L’uomo non
riesce più a percepirsi come "misteriosamente altro" rispetto alle
diverse creature terrene; egli si considera come uno dei tanti esseri viventi,
come un organismo che, tutt’al più, ha raggiunto uno stadio molto elevato di
perfezione. Chiuso nel ristretto orizzonte della sua fisicità, si riduce in
qualche modo a "una cosa" e non coglie più il carattere
"trascendente" del suo "esistere come uomo". Non considera
più la vita come uno splendido dono di Dio, una realtà "sacra"
affidata alla sua responsabilità e quindi alla sua amorevole custodia, alla sua
"venerazione". Essa diventa semplicemente "una cosa", che
egli rivendica come sua esclusiva proprietà, totalmente dominabile e
manipolabile.
Così, di fronte alla vita che nasce e alla
vita che muore, non è più capace di lasciarsi interrogare sul senso più
autentico della sua esistenza, assumendo con vera libertà questi momenti
cruciali del proprio "essere". Egli si preoccupa solo del
"fare" e, ricorrendo ad ogni forma di tecnologia, si affanna a
programmare, controllare e dominare la nascita e la morte. Queste, da
esperienze originarie che chiedono di essere "vissute", diventano
cose che si pretende semplicemente di "possedere" o di
"rifiutare".
Del resto, una volta escluso il riferimento a
Dio, non sorprende che il senso di tutte le cose ne esca profondamente
deformato, e la stessa natura, non più "mater", sia ridotta a
"materiale" aperto a tutte le manipolazioni. A ciò sembra condurre
una certa razionalità tecnico-scientifica, dominante nella cultura
contemporanea, che nega l’idea stessa di una verità del creato da riconoscere o
di un disegno di Dio sulla vita da rispettare. E ciò non è meno vero, quando
l’angoscia per gli esiti di tale "libertà senza legge" induce alcuni
all’opposta istanza di una "legge senza libertà", come avviene, ad
esempio, in ideologie che contestano la legittimità di qualunque intervento
sulla natura, quasi in nome di una sua "divinizzazione", che ancora
una volta ne misconosce la dipendenza dal disegno del Creatore. In realtà,
vivendo "come se Dio non esistesse", l’uomo smarrisce non solo il
mistero di Dio, ma anche quello del mondo e il mistero del suo stesso essere.
23. L’eclissi del senso di Dio e dell’uomo
conduce inevitabilmente al materialismo pratico, nel quale proliferano
l’individualismo, l’utilitarismo e l’edonismo. Si manifesta anche qui la
perenne validità di quanto scrive l’Apostolo: "Poiché hanno disprezzato la
conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata,
sicché commettono ciò che è indegno" (Rm 1, 28). Così i valori dell’essere
sono sostituiti da quelli dell’avere.
L’unico fine che conta è il perseguimento del
proprio benessere materiale. La cosiddetta "qualità della vita" è
interpretata in modo prevalente o esclusivo come efficienza economica,
consumismo disordinato, bellezza e godibilità della vita fisica, dimenticando
le dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose –
dell’esistenza.
In un simile contesto la sofferenza,
inevitabile peso dell’esistenza umana ma anche fattore di possibile crescita
personale, viene "censurata", respinta come inutile, anzi combattuta
come male da evitare sempre e comunque. Quando non la si può superare e la
prospettiva di un benessere almeno futuro svanisce, allora pare che la vita
abbia perso ogni significato e cresce nell’uomo la tentazione di rivendicare il
diritto alla sua soppressione.
Sempre nel medesimo orizzonte culturale, il
corpo non viene più percepito come realtà tipicamente personale, segno e luogo
della relazione con gli altri, con Dio e con il mondo. Esso è ridotto a pura
materialità: è semplice complesso di organi, funzioni ed energie da usare
secondo criteri di mera godibilità ed efficienza. Conseguentemente, anche la
sessualità è depersonalizzata e strumentalizzata: da segno, luogo e linguaggio
dell’amore, ossia del dono di sé e dell’accoglienza dell’altro secondo l’intera
ricchezza della persona, diventa sempre più occasione e strumento di
affermazione del proprio io e di soddisfazione egoistica dei propri desideri e
istinti. Così si deforma e falsifica il contenuto originario della sessualità
umana e i due significati, unitivo e procreativo, insiti nella natura stessa
dell’atto coniugale, vengono artificialmente separati: in questo modo l’unione
è tradita e la fecondità è sottomessa all’arbitrio dell’uomo e della donna. La
procreazione allora diventa il "nemico" da evitare nell’esercizio
della sessualità: se viene accettata, è solo perché esprime il proprio
desiderio, o addirittura la propria volontà, di avere il figlio "ad ogni
costo" e non, invece, perché dice totale accoglienza dell’altro e, quindi,
apertura alla ricchezza di vita di cui il figlio è portatore.
Nella prospettiva materialistica fin qui
descritta, le relazioni interpersonali conoscono un grave impoverimento. I
primi a subirne i danni sono la donna, il bambino, il malato o sofferente,
l’anziano. Il criterio proprio della dignità personale – quello cioè del
rispetto, della gratuità e del servizio – viene sostituito dal criterio
dell’efficienza, della funzionalità e dell’utilità: l’altro è apprezzato non
per quello che "è", ma per quello che "ha, fa e rende". È
la supremazia del più forte sul più debole.
24. E’ nell’intimo della coscienza morale
che l’eclissi del senso di Dio e dell’uomo, con tutte le sue molteplici e
funeste conseguenze sulla vita, si consuma. E’ in questione, anzitutto, la
coscienza di ciascuna persona, che nella sua unicità e irripetibilità si trova
sola di fronte a Dio18. ma è pure in questione, in un certo senso,
la "coscienza morale" della società: essa è in qualche modo
responsabile non solo perché tollera o favorisce comportamenti contrari alla
vita, ma anche perché alimenta la "cultura della morte", giungendo a
creare e a consolidare vere e proprie "strutture di peccato" contro
la vita. la coscienza morale, sia individuale che sociale, è oggi sottoposta,
anche per l’influsso invadente di molti strumenti della comunicazione sociale,
a un pericolo gravissimo e mortale: quello della confusione tra il bene e il
male in riferimento allo stesso fondamentale diritto alla vita. Tanta parte
dell’attuale società si rivela tristemente simile a quell’umanità che Paolo
descrive nella lettera ai romani. E’ fatta
"di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia" (1, 18):
avendo rinnegato Dio e credendo di poter costruire la città terrena senza di Lui,
"hanno vaneggiato nei loro ragionamenti" sicché "si è
ottenebrata la loro mente ottusa"
(1, 21); "mentre si
dichiaravano sapienti sono diventati stolti" (1, 22), sono diventati
autori di opere degne di morte e "non solo continuano a farle, ma anche
approvano chi le fa" (1, 32). quando la coscienza, questo luminoso occhio
dell’anima (cfr. mt 6, 22-23), chiama "bene il male e male il bene"
(is 5, 20), è ormai sulla strada della sua degenerazione più inquietante e
della più tenebrosa cecità morale.
Eppure tutti i condizionamenti e gli sforzi
per imporre il silenzio non riescono a soffocare la voce del Signore che
risuona nella coscienza di ogni uomo: è sempre da questo intimo sacrario della
coscienza che può ripartire un nuovo cammino di amore, di accoglienza e di
servizio alla vita umana.
"Vi siete accostati al sangue dell'aspersione" (cfr. Eb
12, 22-24): segni di speranza e invito all’impegno
25. "La voce del sangue di tuo fratello
grida a me dal suolo!" (Gn 4, 10). Non è solo la voce del sangue di Abele,
il primo innocente ucciso, a gridare verso Dio, sorgente e difensore della
vita. Anche il sangue di ogni altro uomo ucciso dopo Abele è voce che si leva
al Signore. In una forma assolutamente unica, grida a Dio la voce del sangue di
Cristo, di cui Abele nella sua innocenza è figura profetica, come ci ricorda
l’autore della Lettera agli Ebrei: "Voi vi siete accostati al monte Sion e
alla città del Dio vivente … al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue
dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele" (12, 22.24).
È il sangue dell’aspersione. Ne era stato
simbolo e segno anticipatore il sangue dei sacrifici dell’Antica Alleanza, con
i quali Dio esprimeva la volontà di comunicare la sua vita agli uomini,
purificandoli e consacrandoli (cfr. Es 24, 8; Lv 17, 11). Ora, tutto questo in
Cristo si compie e si avvera: il suo è il sangue dell’aspersione che redime,
purifica e salva; è il sangue del Mediatore della Nuova Alleanza "versato
per molti, in remissione dei peccati" (Mt 26, 28). Questo sangue, che
fluisce dal fianco trafitto di Cristo sulla croce (cfr. Gv 19, 34), ha la
"voce più eloquente" del sangue di Abele; esso infatti esprime ed
esige una più profonda "giustizia", ma soprattutto implora
misericordia19, si fa presso il Padre intercessione per i fratelli (cfr. Eb 7,
25), è fonte di redenzione perfetta e dono di vita nuova.
Il sangue di Cristo, mentre rivela la
grandezza dell’amore del Padre, manifesta come l’uomo sia prezioso agli occhi
di Dio e come sia inestimabile il valore della sua vita. Ce lo ricorda
l’apostolo Pietro: "Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come
l'argento e l'oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai
vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza
difetti e senza macchia" (1 Pt 1, 18-19). Proprio contemplando il sangue
prezioso di Cristo, segno della sua donazione d’amore (cfr. Gv 13, 1), il
credente impara a riconoscere e ad apprezzare la dignità quasi divina di ogni
uomo e può esclamare con sempre rinnovato e grato stupore: “Quale valore deve
avere l’uomo davanti agli occhi del Creatore se “ha meritato di avere un tanto
nobile e grande Redentore” (Exultet della Veglia pasquale), se “Dio ha dato il
suo Figlio”, affinché egli, l’uomo, “non muoia, ma abbia la vita eterna” (cfr.
Gv 3, 16)!”20.
Il sangue di Cristo, inoltre, rivela all’uomo
che la sua grandezza, e quindi la sua vocazione, consiste nel dono sincero di
sé. Proprio perché viene versato come dono di vita, il sangue di Gesù non è più
segno di morte, di separazione definitiva dai fratelli, ma strumento di una comunione
che è ricchezza di vita per tutti. Chi nel sacramento dell’Eucaristia beve
questo sangue e dimora in Gesù (cfr. Gv 6, 56) è coinvolto nel suo stesso
dinamismo di amore e di donazione di vita, per portare a pienezza l’originaria
vocazione all’amore che è propria di ogni uomo (cfr. Gn 1, 27; 2, 18-24).
È ancora nel sangue di Cristo che tutti gli
uomini attingono la forza per impegnarsi a favore della vita. Proprio questo
sangue è il motivo più forte di speranza, anzi è il fondamento dell’assoluta certezza
che secondo il disegno di Dio la vittoria sarà della vita. "Non ci sarà
più la morte", esclama la voce potente che esce dal trono di Dio nella
Gerusalemme celeste (Ap 21, 4). E san Paolo ci assicura che la vittoria attuale
sul peccato è segno e anticipazione della vittoria definitiva sulla morte,
quando "si compirà la parola della Scrittura: "La morte è stata
ingoiata per la vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il
tuo pungiglione?" (1Cor 15, 54-55).
26. In realtà, segni anticipatori di questa
vittoria non mancano nelle nostre società e culture, pur così fortemente
segnate dalla "cultura della morte". Si darebbe dunque un’immagine
unilaterale, che potrebbe indurre a uno sterile scoraggiamento, se alla
denuncia delle minacce alla vita non si accompagnasse la presentazione dei
segni positivi operanti nell’attuale situazione dell’umanità.
Purtroppo tali segni positivi faticano spesso
a manifestarsi e ad essere riconosciuti, forse anche perché non trovano
adeguata attenzione nei mezzi della comunicazione sociale. Ma quante iniziative
di aiuto e di sostegno alle persone più deboli e indifese sono sorte e
continuano a sorgere, nella comunità cristiana e nella società civile, a
livello locale, nazionale e internazionale, ad opera di singoli, gruppi,
movimenti ed organizzazioni di vario genere!
Sono ancora molti gli sposi che, con generosa
responsabilità, sanno accogliere i figli come "il preziosissimo dono del
matrimonio" 21. Né mancano famiglie che, al di là del loro quotidiano
servizio alla vita, sanno aprirsi all’accoglienza di bambini abbandonati, di
ragazzi e giovani in difficoltà, di persone portatrici di handicap, di anziani
rimasti soli. Non pochi centri di aiuto alla vita, o istituzioni analoghe, sono
promossi da persone e gruppi che, con ammirevole dedizione e sacrificio,
offrono un sostegno morale e materiale a mamme in difficoltà, tentate di
ricorrere all’aborto. Sorgono pure e si diffondono gruppi di volontari
impegnati a dare ospitalità a chi è senza famiglia, si trova in condizioni di
particolare disagio o ha bisogno di ritrovare un ambiente educativo che lo
aiuti a superare abitudini distruttive e a ricuperare il senso della vita.
La medicina, promossa con grande impegno da
ricercatori e professionisti, prosegue nel suo sforzo per trovare rimedi sempre
più efficaci: risultati un tempo del tutto impensabili e tali da aprire
promettenti prospettive sono oggi ottenuti a favore della vita nascente, delle
persone sofferenti e dei malati in fase acuta o terminale. Enti e organizzazioni
varie si mobilitano per portare, anche nei Paesi più colpiti dalla miseria e da
malattie endemiche, i benefici della medicina più avanzata. Così pure
associazioni nazionali e internazionali di medici si attivano tempestivamente
per recare soccorso alle popolazioni provate da calamità naturali, da epidemie
o da guerre. Anche se una vera giustizia internazionale nella ripartizione
delle risorse mediche è ancora lontana dalla sua piena realizzazione, come non
riconoscere nei passi sinora compiuti il segno di una crescente solidarietà tra
i popoli, di un’apprezzabile sensibilità umana e morale e di un maggiore
rispetto per la vita?
27. Di fronte a legislazioni che hanno
permesso l’aborto e a tentativi, qua e là riusciti, di legalizzare l’eutanasia,
sono sorti in tutto il mondo movimenti e iniziative di sensibilizzazione
sociale in favore della vita. Quando, in conformità alla loro ispirazione
autentica, agiscono con determinata fermezza ma senza ricorrere alla violenza,
tali movimenti favoriscono una più diffusa presa di coscienza del valore della
vita e sollecitano e realizzano un più deciso impegno per la sua difesa.
Come non ricordare, inoltre, tutti quei gesti
quotidiani di accoglienza, di sacrificio, di cura disinteressata che un numero
incalcolabile di persone compie con amore nelle famiglie, negli ospedali, negli
orfanotrofi, nelle case di riposo per anziani e in altri centri o comunità a
difesa della vita? Lasciandosi guidare dall’esempio di Gesù "buon
samaritano" (cfr. Lc 10, 29-37) e sostenuta dalla sua forza, la Chiesa è
sempre stata in prima linea su queste frontiere della carità: tanti suoi figli
e figlie, specialmente religiose e religiosi, in forme antiche e sempre nuove,
hanno consacrato e continuano a consacrare la loro vita a Dio donandola per amore
del prossimo più debole e bisognoso.
Questi gesti costruiscono nel profondo quella
"civiltà dell'amore e della vita", senza la quale l’esistenza delle
persone e della società smarrisce il suo significato più autenticamente umano.
Anche se nessuno li notasse e rimanessero nascosti ai più, la fede assicura che
il Padre, "che vede nel segreto" (Mt 6, 4), non solo saprà
ricompensarli, ma già fin d’ora li rende fecondi di frutti duraturi per tutti.
Tra i segni di speranza va pure annoverata la crescita,
in molti strati dell’opinione pubblica, di una nuova sensibilità sempre più
contraria alla guerra come strumento di soluzione dei conflitti tra i popoli e
sempre più orientata alla ricerca di strumenti efficaci ma "non
violenti" per bloccare l’aggressore armato. Nel medesimo orizzonte si pone
altresì la sempre più diffusa avversione dell’opinione pubblica alla pena di
morte anche solo come strumento di "legittima difesa" sociale, in
considerazione delle possibilità di cui dispone una moderna società di
reprimere efficacemente il crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo
colui che l’ha commesso, non gli tolgono definitivamente la possibilità di
redimersi.
È da salutare con favore anche l’accresciuta
attenzione alla qualità della vita e all’ecologia, che si registra soprattutto
nelle società a sviluppo avanzato, nelle quali le attese delle persone non sono
più concentrate tanto sui problemi della sopravvivenza quanto piuttosto sulla
ricerca di un miglioramento globale delle condizioni di vita. Particolarmente
significativo è il risveglio di una riflessione etica attorno alla vita: con la
nascita e lo sviluppo sempre più diffuso della bioetica vengono favoriti la
riflessione e il dialogo – tra credenti e non credenti, come pure tra credenti
di diverse religioni – su problemi etici, anche fondamentali, che interessano
la vita dell’uomo.
28. Questo orizzonte di luci ed ombre deve
renderci tutti pienamente consapevoli che ci troviamo di fronte ad uno scontro
immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la "cultura
della morte" e la "cultura della vita". Ci troviamo non solo
"di fronte", ma necessariamente "in mezzo" a tale
conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l’ineludibile responsabilità
di scegliere incondizionatamente a favore della vita.
Anche per noi risuona chiaro e forte l’invito
di Mosè: "Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e
il male … ; io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la
maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza"
(Dt 30, 15.19). È un invito che ben si addice anche a noi, chiamati ogni giorno
a dover decidere tra la "cultura della vita" e la "cultura della
morte". Ma l’appello del Deuteronomio è ancora più profondo, perché ci
sollecita ad una scelta propriamente religiosa e morale. Si tratta di dare alla
propria esistenza un orientamento fondamentale e di vivere in fedeltà e
coerenza con la legge del Signore: “Io oggi ti comando di amare il Signore tuo
Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e
le sue norme...; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza,
amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui,
poiché è lui la tua vita e la tua longevità” (Dt 30, 16.19-20).
La scelta incondizionata a favore della
vita raggiunge in pienezza il suo significato religioso e morale quando
scaturisce, viene plasmata ed è alimentata dalla fede in Cristo. Nulla aiuta ad
affrontare positivamente il conflitto tra la morte e la vita, nel quale siamo
immersi, come la fede nel figlio di Dio che si è fatto uomo ed è venuto tra gli
uomini "perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (gv 10,
10): è la fede nel risorto, che ha vinto la morte; è la fede nel sangue di cristo
"dalla voce più eloquente di quello di Abele" (eb 12, 24).
Con la luce e la forza di tale fede, quindi,
di fronte alle sfide dell’attuale situazione, la Chiesa prende più viva
coscienza della grazia e della responsabilità che le vengono dal suo Signore
per annunciare, celebrare e servire il Vangelo della vita.
CAPITOLO II
Il messaggio cristiano sulla vita
"La vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta" (1
Gv 1, 2): lo sguardo rivolto a Cristo, "il Verbo della vita"
29. Di fronte alle innumerevoli e gravi
minacce alla vita presenti nel mondo contemporaneo, si potrebbe rimanere come
sopraffatti dal senso di un’impotenza insuperabile: il bene non potrà mai avere
la forza di vincere il male!
È questo il momento nel quale il Popolo di
Dio, e in esso ciascun credente, è chiamato a professare, con umiltà e
coraggio, la propria fede in Gesù Cristo "il Verbo della vita" (1Gv
1, 1). Il Vangelo della vita non è una semplice riflessione, anche se originale
e profonda, sulla vita umana; neppure è soltanto un comandamento destinato a
sensibilizzare la coscienza e a provocare significativi cambiamenti nella
società; tanto meno è un’illusoria promessa di un futuro migliore. Il Vangelo
della vita è una realtà concreta e personale, perché consiste nell’annuncio
della persona stessa di Gesù. All’apostolo Tommaso, e in lui a ogni uomo, Gesù
si presenta con queste parole: "Io sono la via, la verità e la vita"
(Gv 14, 6). È la stessa identità indicata a Marta, la sorella di Lazzaro:
"Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore,
vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno" (Gv 11, 25-26).
Gesù è il Figlio che dall’eternità riceve la vita dal Padre (cfr. Gv 5, 26) ed
è venuto tra gli uomini per farli partecipi di questo dono: "Io sono
venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10, 10).
È allora dalla parola, dall’azione, dalla
persona stessa di Gesù che all’uomo è data la possibilità di
"conoscere" la verità intera circa il valore della vita umana; è da
quella "fonte" che gli viene, in particolare, la capacità di "fare" perfettamente tale verità
(cfr. Gv 3, 21), ossia di assumere e realizzare in pienezza la responsabilità
di amare e servire, di difendere e promuovere la vita umana.
In Cristo, infatti, è annunciato
definitivamente ed è pienamente donato quel Vangelo della vita che, offerto già
nella Rivelazione dell’Antico Testamento, ed anzi scritto in qualche modo nel
cuore stesso di ogni uomo e donna, risuona in ogni coscienza "dal principio",
ossia dalla creazione stessa, così che, nonostante i condizionamenti negativi
del peccato, può essere conosciuto nei suoi tratti essenziali anche dalla
ragione umana. Come scrive il Concilio Vaticano II, Cristo “con tutta la sua
presenza e con la manifestazione di sé, con le parole e con le opere, con i
segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la gloriosa
risurrezione di tra i morti,
e infine con l’invio dello Spirito di verità,
compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina,
che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e
risuscitarci per la vita eterna”22.
30. È dunque con lo sguardo fisso al Signore
Gesù che intendiamo riascoltare da lui "le parole di Dio" (Gv 3, 34)
e rimeditare il Vangelo della vita. Il senso più profondo e originale di questa
meditazione sul messaggio rivelato circa la vita umana è stato colto
dall’apostolo Giovanni, quando scrive, all’inizio della sua Prima Lettera: “Ciò
che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto
con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani
hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile,
noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita
eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo
veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in
comunione con noi” (1, 1-3).
In Gesù, "Verbo della vita", viene quindi
annunciata e comunicata la vita divina ed eterna. Grazie a tale annuncio e a
tale dono, la vita fisica e spirituale dell’uomo, anche nella sua fase terrena,
acquista pienezza di valore e di significato: la vita divina ed eterna,
infatti, è il fine a cui l’uomo che vive in questo mondo è orientato e
chiamato. Il Vangelo della vita racchiude così quanto la stessa esperienza e
ragione umana dicono circa il valore della vita, lo accoglie, lo eleva e lo
porta a compimento.
"Mia forza e mio canto è il Signore, egli mi ha salvato"
(Es 15, 2): la vita è sempre un bene
31.In verità, la pienezza evangelica
dell’annuncio sulla vita è preparata già nell’antico testamento. è soprattutto
nella vicenda dell’esodo, fulcro dell’esperienza di fede dell’antico testamento,
che Israele scopre quanto la sua vita sia preziosa agli occhi di Dio. Quando
sembra ormai votato allo sterminio, perché su tutti i suoi neonati maschi
incombe la minaccia di morte (cfr. es 1, 15-22), il Signore gli si rivela come
salvatore, capace di assicurare un futuro a chi è senza speranza. Nasce così in
Israele una precisa consapevolezza: la sua vita non si trova alla mercé di un
faraone che può usarne con dispotico arbitrio; al contrario, essa è l’oggetto
di un tenero e forte amore da parte di Dio.
La liberazione dalla schiavitù è il dono di
una identità, il riconoscimento di una dignità indelebile e l’inizio di una
storia nuova, in cui la scoperta di Dio e la scoperta di sé vanno di pari
passo. È una esperienza, quella dell’Esodo, fondante ed esemplare. Israele vi
apprende che, ogni volta in cui è minacciato nella sua esistenza, non ha che da
ricorrere a Dio con rinnovata fiducia per trovare in lui efficace assistenza:
"Io ti ho formato, mio servo sei tu; Israele, non sarai dimenticato da me"
(Is 44, 21).
Così, mentre riconosce il valore della propria
esistenza come popolo, Israele progredisce anche nella percezione del senso e
del valore della vita in quanto tale. È una riflessione che si sviluppa in modo
particolare nei libri sapienziali, muovendo dalla quotidiana esperienza della
precarietà della vita e dalla consapevolezza delle minacce che la insidiano. Di
fronte alle contraddizioni dell’esistenza, la fede è provocata ad offrire una
risposta.
È soprattutto il problema del dolore ad
incalzare la fede e a metterla alla prova. Come non cogliere il gemito
universale dell’uomo nella meditazione del libro di Giobbe? L’innocente
schiacciato dalla sofferenza è, comprensibilmente, portato a chiedersi:
"Perché dare la luce ad un infelice e la vita a chi ha l'amarezza nel
cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un
tesoro?" (3, 20-21). Ma anche nella più fitta oscurità la fede orienta al
riconoscimento fiducioso e adorante del "mistero": "Comprendo
che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te" (Gb 42, 2).
Progressivamente la Rivelazione fa cogliere
con sempre maggiore chiarezza il germe di vita immortale posto dal Creatore nel
cuore degli uomini: "Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha
messo la nozione dell'eternità nel loro cuore" (Qo 3, 11). Questo germe di
totalità e di pienezza attende di manifestarsi nell’amore e di compiersi, per
dono gratuito di Dio, nella partecipazione alla sua vita eterna.
"Il nome di Gesù ha dato vigore a questo
uomo" (At 3, 16): nella precarietà dell’esistenza umana Gesù porta a
compimento il senso della vita
32. L’esperienza del popolo dell’alleanza
si rinnova in quella di tutti i "poveri" che incontrano Gesù di
Nazaret. come già il Dio "amante della vita" (sap 11, 26) aveva
rassicurato israele in mezzo ai pericoli, così ora il figlio di Dio, a quanti
si sentono minacciati e impediti nella loro esistenza, annuncia che anche la
loro vita è un bene, al quale l’amore del padre dà senso e valore.
"I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i
lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è
annunziata la buona novella" (Lc 7, 22). Con queste parole del profeta
Isaia (35, 5-6; 61, 1), Gesù presenta il significato della propria missione:
così quanti soffrono per un’esistenza in qualche modo "diminuita",
ascoltano da lui la buona novella dell’interesse di Dio nei loro confronti ed
hanno la conferma che anche la loro vita è un dono gelosamente custodito nelle
mani del Padre (cfr. Mt 6, 25-34).
Sono i "poveri" ad essere
interpellati particolarmente dalla predicazione e dall’azione di Gesù. Le folle
di malati e di emarginati, che lo seguono e lo cercano (cfr. Mt 4, 23-25),
trovano nella sua parola e nei suoi gesti la rivelazione di quale grande valore
abbia la loro vita e di come siano fondate le loro attese di salvezza.
Non diversamente accade nella missione della
Chiesa, fin dalle sue origini. Essa, che annuncia Gesù come colui che
"passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del
diavolo, perché Dio era con lui" (At 10, 38), sa di essere portatrice di
un messaggio di salvezza che risuona in tutta la sua novità proprio nelle
situazioni di miseria e di povertà della vita dell’uomo. Così fa Pietro con la
guarigione dello storpio, posto ogni giorno presso la porta "Bella"
del tempio di Gerusalemme a chiedere l’elemosina: "Non possiedo né argento
né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno,
cammina!" (At 3, 6). Nella fede in Gesù, "autore della vita" (At
3, 15), la vita che giace abbandonata e implorante ritrova consapevolezza di sé
e dignità piena.
La parola e i gesti di Gesù e della sua Chiesa
non riguardano solo chi è nella malattia, nella sofferenza o nelle varie forme
di emarginazione sociale. Più profondamente toccano il senso stesso della vita
di ogni uomo nelle sue dimensioni morali e spirituali. Solo chi riconosce che
la propria vita è segnata dalla malattia del peccato, nell’incontro con Gesù
Salvatore può ritrovare la verità e l’autenticità della propria esistenza,
secondo le sue stesse parole: "Non sono i sani che hanno bisogno del
medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a
convertirsi" (Lc 5, 31-32).
Chi, invece, come il ricco agricoltore
della parabola evangelica, pensa di poter assicurare la propria vita mediante
il possesso dei soli beni materiali, in realtà si illude: essa gli sta
sfuggendo, ed egli ne resterà ben presto privo, senza essere arrivato a
percepirne il vero significato: "stolto, questa notte stessa ti sarà
richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?" (lc 12,
20).
33. È nella vita stessa di Gesù, dall’inizio
alla fine, che si ritrova questa singolare "dialettica" tra
l’esperienza della precarietà della vita umana e l’affermazione del suo valore.
Infatti, la precarietà segna la vita di Gesù fin dalla sua nascita. Egli trova
certamente l’accoglienza dei giusti, che si uniscono al pronto e gioioso di Maria (cfr. Lc 1, 38).
Ma c’è anche, da subito, il rifiuto di un mondo che si fa ostile e cerca il
bambino "per ucciderlo" (Mt 2, 13), oppure resta indifferente e
disattento al compiersi del mistero di questa vita che entra nel mondo:
"non c'era posto per loro nell'albergo" (Lc 2, 7). Proprio dal
contrasto tra le minacce e le insicurezze da una parte e la potenza del dono di
Dio dall’altra, risplende con maggior forza la gloria che si sprigiona dalla
casa di Nazaret e dalla mangiatoia di Betlemme: questa vita che nasce è
salvezza per l’intera umanità (cfr. Lc 2, 11).
Contraddizioni e rischi della vita vengono
assunti pienamente da Gesù: "da ricco che era, si è fatto povero per voi,
perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2Cor 8, 9). La
povertà, di cui parla Paolo, non è solo spogliamento dei privilegi divini, ma
anche condivisione delle condizioni più umili e precarie della vita umana (cfr.
Fil 2, 6-7). Gesù vive questa povertà lungo tutto il corso della sua vita, fino
al momento culminante della Croce: "umiliò se stesso facendosi obbediente
fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha
dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome" (Fil 2, 8-9). È proprio nella sua morte che
Gesù rivela tutta la grandezza e il valore della vita, in quanto il suo donarsi
in croce diventa fonte di vita nuova per tutti gli uomini (cfr. Gv 12, 32). In
questo peregrinare nelle contraddizioni e nella stessa perdita della vita, Gesù
è guidato dalla certezza che essa è nelle mani del Padre. Per questo sulla
Croce può dirgli: "Padre nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc
23, 46), cioè la mia vita. Davvero grande è il valore della vita umana se il
Figlio di Dio l’ha assunta e l’ha resa luogo nel quale la salvezza si attua per
l’intera umanità!
"Chiamati … ad essere conformi all'immagine del Figlio …
suo" (Rom 8, 28-29): la gloria di Dio risplende sul volto dell’uomo
34. La vita è sempre un bene. È, questa, una
intuizione o addirittura un dato di esperienza, di cui l’uomo è chiamato a
cogliere la ragione profonda.
Perché la vita è un bene? L’interrogativo attraversa
tutta la Bibbia e fin dalle sue prime pagine trova una risposta efficace e
mirabile. La vita che Dio dona all’uomo è diversa e originale di fronte a
quella di ogni altra creatura vivente, in quanto egli, pur imparentato con la
polvere della terra (cfr. Gn 2, 7; 3, 19; Gb 34, 15; Sal 103[102], 14;
104[103], 29), è nel mondo manifestazione di Dio, segno della sua presenza,
orma della sua gloria (cfr. Gn 1, 26-27; Sal 8, 6). È quanto ha voluto
sottolineare anche sant’Ireneo di Lione con la sua celebre definizione:
"l'uomo che vive è la gloria di Dio"23. All’uomo è donata
un’altissima dignità, che ha le sue radici nell’intimo legame che lo unisce al
suo Creatore: nell’uomo risplende un riflesso della stessa realtà di Dio.
Lo afferma il libro della Genesi nel primo
racconto delle origini, ponendo l’uomo al vertice dell’attività creatrice di
Dio, come suo coronamento, al termine di un processo che dall’indistinto caos
porta alla creatura più perfetta. Tutto nel creato è ordinato all’uomo e tutto
è a lui sottomesso: "Riempite la
terra; soggiogatela e dominate … su ogni essere vivente" (1, 28), comanda
Dio all’uomo e alla donna. Un messaggio simile viene anche dall’altro racconto
delle origini: "Il Signore Dio prese l'uomo e la pose nel giardino de
Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gn 2, 15). Si riafferma così
il primato dell’uomo sulle cose: esse sono finalizzate a lui e affidate alla
sua responsabilità, mentre per nessuna ragione egli può essere asservito ai
suoi simili e quasi ridotto al rango di cosa.
Nella narrazione biblica la distinzione
dell’uomo dalle altre creature è evidenziata soprattutto dal fatto che solo la
sua creazione è presentata come frutto di una speciale decisione da parte di
Dio, di una deliberazione che consiste nello stabilire un legame particolare e
specifico con il Creatore: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra
somiglianza" (Gn 1, 26). La vita che Dio offre all’uomo è un dono con cui
Dio partecipa qualcosa di sé alla sua creatura.
Israele si interrogherà a lungo sul senso di
questo legame particolare e specifico dell’uomo con Dio. Anche il libro del
Siracide riconosce che Dio nel creare gli uomini " secondo la sua natura
li rivestì di forza, e a sua immagine li formò" (17, 3). A ciò l’autore
sacro riconduce non solo il loro dominio sul mondo, ma anche le facoltà
spirituali più proprie dell’uomo, come la ragione, il discernimento del bene e
del male, la volontà libera: "Li riempì di dottrina e d'intelligenza, e
indicò loro anche il bene e il male" (Sir 17, 6). La capacità di attingere
la verità e la libertà sono prerogative dell’uomo in quanto creato ad immagine
del suo Creatore, il Dio vero e giusto (cfr. Dt 32, 4). Soltanto l’uomo, fra
tutte le creature visibili, è "capace di conoscere e di amare il proprio
Creatore" 24. La vita che Dio dona all’uomo è ben più di un esistere nel
tempo. È tensione verso una pienezza di vita; è germe di una esistenza che va
oltre i limiti stessi del tempo:
"Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità; lo fece a
immagine della propria natura" (Sap 2, 23).
35. Anche il racconto jahvista delle origini esprime la stessa convinzione. L’antica narrazione, infatti, parla di un soffio divino che viene inalato nell’uomo perché questi entri nella vita: "Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente" (Gn 2, 7).