Lettera Apostolica ai
Vescovi, ai Sacerdoti, alle famiglie religiose
ed ai fedeli della Chiesa
Cattolica
sul senso cristiano
della sofferenza umana
SALVIFICI DOLORIS
11 Febbraio 1984
Venerati Fratelli nell’episcopato, carissimi
Fratelli e Sorelle in Cristo!
I. INTRODUZIONE
1. "Completo nella mia carne - dice
l'apostolo Paolo spiegando il valore salvifico della sofferenza - quello che
manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa"1.
Queste parole sembrano trovarsi al termine del
lungo cammino che si snoda attraverso la sofferenza inserita nella storia
dell’uomo ed illuminata dalla Parola di Dio. Esse hanno quasi il valore di una
definitiva scoperta, che viene accompagnata dalla gioia; per questo l’Apostolo
scrive: "Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi"2.
La gioia proviene dalla scoperta del senso della sofferenza, ed una tale
scoperta, anche se vi partecipa in modo personalissimo Paolo di Tarso che
scrive queste parole, è al tempo stesso valida per gli altri. L’Apostolo
comunica la propria scoperta e ne gioisce a motivo di tutti coloro che essa può
aiutare – così come aiutò lui – a penetrare il senso salvifico della
sofferenza.
2. Il tema della sofferenza – proprio sotto
l’aspetto di questo senso salvifico – sembra essere profondamente inserito nel
contesto dell’Anno della Redenzione come giubileo straordinario della Chiesa;
ed anche questa circostanza si dimostra direttamente in favore dell’attenzione
da dedicare ad esso proprio durante questo periodo. Indipendentemente da questo
fatto, è un tema universale che accompagna l’uomo ad ogni grado della
longitudine e della latitudine geografica: esso, in un certo senso, coesiste
con lui nel mondo, e perciò esige di essere costantemente ripreso. Anche se
Paolo nella Lettera ai Romani ha scritto che "tutta la creazione geme e
soffre fino ad oggi nelle doglie del parto"3, anche se all’uomo sono note
e vicine le sofferenze proprie del mondo degli animali, tuttavia ciò che
esprimiamo con la parola sofferenza" sembra essere particolarmente
essenziale alla natura dell’uomo. Ciò è tanto profondo quanto l’uomo, appunto
perché manifesta a suo modo quella profondità che è propria dell’uomo, ed a suo
modo la supera. La sofferenza sembra appartenere alla trascendenza dell’uomo:
essa è uno di quei punti, nei quali l’uomo viene in un certo senso
"destinato" a superare se stesso, e viene a ciò chiamato in modo
misterioso.
3. Se il tema della sofferenza esige di essere
affrontato in modo particolare nel contesto dell’Anno della Redenzione, ciò
avviene prima di tutto perché la redenzione si è compiuta mediante la Croce di
Cristo, ossia mediante la sua sofferenza. E al tempo stesso nell’Anno della
Redenzione ripensiamo alla verità espressa nell’Enciclica Redemptor hominis: in
Cristo "ogni uomo diventa la via della Chiesa"4. Si può dire che
l’uomo diventa in modo speciale la via della Chiesa, quando nella sua vita
entra la sofferenza. Ciò avviene – come è noto – in diversi momenti della vita,
si realizza in modi differenti, assume diverse dimensioni; tuttavia, nell’una o
nell’altra forma, la sofferenza sembra essere, ed è, quasi inseparabile
dall’esistenza terrena dell’uomo.
Dato dunque che l’uomo, attraverso la sua vita
terrena, cammina in un modo o nell’altro sulla via della sofferenza, la Chiesa
in ogni tempo – e forse specialmente nell’Anno della Redenzione – dovrebbe
incontrarsi con l’uomo proprio su questa via. La Chiesa, che nasce dal mistero
della redenzione nella Croce di Cristo, è tenuta a cercare l’incontro con
l’uomo in modo particolare sulla via della sua sofferenza. In un tale incontro
l’uomo "diventa la via della Chiesa", ed è, questa, una delle vie più
importanti.
4. Da qui deriva anche la presente
riflessione, proprio nell’Anno della Redenzione: la riflessione sulla
sofferenza. La sofferenza umana desta compassione, desta anche rispetto, ed a
suo modo intimidisce. In essa, infatti, è contenuta la grandezza di uno
specifico mistero. Questo particolare rispetto per ogni umana sofferenza deve
esser posto all’inizio di quanto verrà espresso qui successivamente dal più
profondo bisogno del cuore, ed anche dal profondo imperativo della fede.
Intorno al tema della sofferenza questi due motivi sembrano avvicinarsi
particolarmente tra loro ed unirsi: il bisogno del cuore ci ordina di vincere
il timore, e l’imperativo della fede – formulato, per esempio, nelle parole di
San Paolo, riportate all’inizio – fornisce il contenuto, nel nome e in forza
del quale osiamo toccare ciò che sembra in ogni uomo tanto intangibile: poiché
l’uomo, nella sua sofferenza, rimane un mistero intangibile.
5. Anche se nella sua dimensione soggettiva,
come fatto personale, racchiuso nel concreto e irripetibile interno dell’uomo,
la sofferenza sembra quasi ineffabile ed incomunicabile al tempo stesso, forse
nient’altro quanto essa esige, nella sua "realtà oggettiva", che sia
trattata, meditata, concepita nella forma di un esplicito problema, e che
quindi intorno ad essa si pongano interrogativi di fondo e si cerchino le
risposte. Come si vede, non si tratta qui solo di dare una descrizione della
sofferenza. Vi sono altri criteri, che vanno oltre la sfera della descrizione,
e che dobbiamo introdurre, quando vogliamo penetrare il mondo dell’umana
sofferenza.
Può darsi che la medicina, come scienza ed
insieme come arte del curare, scopra sul vasto terreno delle sofferenze dell’uomo
il settore più conosciuto, quello identificato con maggior precisione e,
relativamente, più controbilanciato dai metodi del "reagire" (cioè
della terapia). Tuttavia, questo è solo un settore. Il terreno della sofferenza
umana è molto più vasto, molto più vario e pluridimensionale. L’uomo soffre in
modi diversi, non sempre contemplati dalla medicina, neanche nelle sue più
avanzate specializzazioni. La sofferenza è qualcosa di ancora più ampio della
malattia, di più complesso ed insieme ancor più profondamente radicato
nell’umanità stessa. Una certa idea di questo problema ci viene dalla
distinzione tra sofferenza fisica e sofferenza morale. Questa distinzione
prende come fondamento la duplice dimensione dell’essere umano, ed indica
l’elemento corporale e spirituale come l’immediato o diretto soggetto della
sofferenza. Per quanto si possano, fino ad un certo grado, usare come sinonimi
le parole "sofferenza" e "dolore", la sofferenza fisica si
verifica quando in qualsiasi modo "duole il corpo", mentre la
sofferenza morale è "dolore dell'anima". Si tratta, infatti, del
dolore di natura spirituale, e non solo della dimensione "psichica"
del dolore che accompagna sia la sofferenza morale, sia quella fisica. La
vastità e la multiformità della sofferenza morale non sono certamente minori di
quella fisica; al tempo stesso, però, essa sembra quasi meno identificata e
meno raggiungibile dalla terapia.
6. La Sacra Scrittura è un grande libro sulla
sofferenza. Riportiamo dai Libri dell’Antico Testamento solo alcuni esempi di
situazioni, che recano i segni della sofferenza e, prima di tutto, di quella
morale: il pericolo di morte5, la morte dei propri figli6 e, specialmente, la
morte del figlio primogenito ed unico7, e poi anche: la mancanza di prole8, la
nostalgia per la patria9, la persecuzione e l’ostilità dell’ambiente10, lo
scherno e la derisione per il sofferente11, la solitudine e l’abbandono12; ed
ancora: i rimorsi di coscienza13, la difficoltà di capire perché i cattivi
prosperano e i giusti soffrono14, l’infedeltà e l’ingratitudine da parte degli
amici e dei vicini15; infine: le sventure della propria nazione16.
L’Antico Testamento, trattando l’uomo come un
"insieme" psicofisico, unisce spesso le sofferenze "morali"
col dolore di determinate parti dell’organismo: delle ossa17, dei reni18, del
fegato19, dei visceri20, del cuore21. Non si può, infatti, negare che le
sofferenze morali abbiano anche una loro componente "fisica", o
somatica, e che spesso si riflettano sullo stato dell’intero organismo.
7. Come si vede dagli esempi riportati, nella
Sacra Scrittura troviamo un vasto elenco di situazioni variamente dolorose per
l’uomo. Questo elenco diversificato certamente non esaurisce tutto ciò che in
tema di sofferenza ha già detto e costantemente ripete il libro della storia
dell’uomo (questo è piuttosto un "libro non scritto"), ed ancor più
il libro della storia dell’umanità, letto attraverso la storia di ogni uomo.
Si può dire che l’uomo soffre, allorquando sperimenta
un qualsiasi male. Nel vocabolario dell’Antico Testamento il rapporto tra
sofferenza e male si pone in evidenza come identità. Quel vocabolario, infatti,
non possedeva una parola specifica per indicare la "sofferenza";
perciò, definiva come "male" tutto ciò che era
"sofferenza"22. Solamente la lingua greca e, insieme con essa, il
Nuovo Testamento (e le versioni greche dall’Antico) si servono del verbo
"pascho" = "sono affetto da …., provo una sensazione, soffro";
e grazie ad esso la sofferenza non è più direttamente identificabile col male
(oggettivo), ma esprime una situazione nella quale l’uomo prova il male e,
provandolo, diventa soggetto di sofferenza. Questa invero ha, ad un tempo,
carattere attivo e passivo (da "patior"). Perfino quando l’uomo si
provoca da solo una sofferenza, quando è l’autore di essa, questa sofferenza
rimane qualcosa di passivo nella sua essenza metafisica.
Ciò, tuttavia, non vuol dire che la sofferenza
in senso psicologico non sia contrassegnata da una specifica "attività".
Questa è, infatti, quella molteplice e soggettivamente differenziata
"attività" di dolore, di tristezza, di delusione, di abbattimento o,
addirittura, di disperazione, a seconda dell’intensità della sofferenza, della
sua profondità e, indirettamente, a seconda di tutta la struttura del soggetto
sofferente e della sua specifica sensibilità. Al centro di ciò che costituisce
la forma psicologica della sofferenza si trova sempre un’esperienza del male, a
causa del quale l’uomo soffre.
Così dunque la realtà della sofferenza provoca
l’interrogativo sull’essenza del male: che cosa è il male?
Questo interrogativo sembra, in un certo
senso, inseparabile dal tema della sofferenza. La risposta cristiana ad esso è
diversa da quella che viene data da alcune tradizioni culturali e religiose, le
quali ritengono che l’esistenza sia un male, dal quale bisogna liberarsi. Il
cristianesimo proclama l’essenziale bene dell’esistenza e il bene di ciò che
esiste, professa la bontà del Creatore e proclama il bene delle creature. L’uomo
soffre a causa del male, che è una certa mancanza, limitazione o distorsione
del bene. Si potrebbe dire che l’uomo soffre a motivo di un bene al quale egli
non partecipa, dal quale viene, in un certo senso, tagliato fuori, o del quale
egli stesso si è privato. Soffre in particolare quando "dovrebbe"
aver parte – nell’ordine normale delle cose – a questo bene, e non l’ha.
Cosi dunque nel concetto cristiano la realtà
della sofferenza si spiega per mezzo del male, che è sempre, in qualche modo,
in riferimento ad un bene.
8. La sofferenza umana costituisce in se
stessa quasi uno specifico "mondo" che esiste insieme all’uomo, che
appare in lui e passa, e a volte non passa, ma in lui si consolida ed
approfondisce. Questo mondo della sofferenza, diviso in molti, in numerosissimi
soggetti, esiste quasi nella dispersione. Ogni uomo, mediante la sua personale
sofferenza, costituisce non solo una piccola parte di quel "mondo",
ma al tempo stesso quel "mondo" è in lui come un’entità finita e
irripetibile. Di pari passo con ciò va, tuttavia, la dimensione interumana e
sociale. Il mondo della sofferenza possiede quasi una sua propria compattezza.
Gli uomini sofferenti si rendono simili tra loro mediante l’analogia della
situazione, la prova del destino, oppure mediante il bisogno di comprensione e
di premura, e forse soprattutto mediante il persistente interrogativo circa il
senso di essa. Benché dunque il mondo della sofferenza esista nella
dispersione, al tempo stesso contiene in se’ una singolare sfida alla comunione
e alla solidarietà. Cercheremo anche di seguire un tale appello nella presente
riflessione.
Pensando al mondo della sofferenza nel suo
significato personale ed insieme collettivo, non si può, infine, non notare il
fatto che un tal mondo, in alcuni periodi di tempo ed in alcuni spazi
dell’esistenza umana, quasi si addensa in modo particolare. Ciò accade, per
esempio, nei casi di calamità naturali, di epidemie, di catastrofi e di
cataclismi, di diversi flagelli sociali: si pensi, ad esempio, a quello di un
cattivo raccolto e legato ad esso – oppure a diverse altre cause – al flagello
della fame.
Si pensi, infine, alla guerra. Parlo di essa
in modo speciale. Parlo della ultime due guerre mondiali, delle quali la
seconda ha portato con se’ una messe molto più grande di morte ed un cumulo più
pesante di umane sofferenze. A sua volta, la seconda metà del nostro secolo –
quasi in proporzione agli errori ed alle trasgressioni della nostra civiltà
contemporanea – porta in se’ una minaccia così orribile di guerra nucleare, che
non possiamo pensare a questo periodo se non in termini di un accumulo
incomparabile di sofferenze, fino alla possibile auto-distruzione dell’umanità.
In questo modo quel mondo di sofferenza, che in definitiva ha il suo soggetto
in ciascun uomo, sembra trasformarsi nella nostra epoca – forse più che in
qualsiasi altro momento – in una particolare "sofferenza del mondo":
del mondo che come non mai è trasformato dal progresso per opera dell’uomo e,
in pari tempo, come non mai è in pericolo a causa degli errori e delle colpe
dell’uomo.
III. ALLA RICERCA DELLA RISPOSTA
ALL’INTERROGATIVO
SUL SENSO DELLA SOFFERENZA
9. All’interno di ogni singola sofferenza
provata dall’uomo e, parimenti, alla base dell’intero mondo delle sofferenze
appare inevitabilmente l’interrogativo: perché? È un interrogativo circa la
causa, la ragione, ed insieme un interrogativo circa lo scopo (perché?) e, in
definitiva, circa il senso. Esso non solo accompagna l’umana sofferenza, ma
sembra addirittura determinarne il contenuto umano, ciò per cui la sofferenza è
propriamente sofferenza umana.
Ovviamente il dolore, specie quello fisico, è
ampiamente diffuso nel mondo degli animali. Però solo l’uomo, soffrendo, sa di
soffrire e se ne chiede il perché; e soffre in modo umanamente ancor più
profondo, se non trova soddisfacente risposta. Questa è una domanda difficile,
così come lo è un’altra, molto affine, cioè quella intorno al male. Perché il
male? Perché il male nel mondo? Quando poniamo l’interrogativo in questo modo,
facciamo sempre, almeno in una certa misura, una domanda anche sulla
sofferenza.
L’uno e l’altro interrogativo sono difficili,
quando l’uomo li pone all’uomo, gli uomini agli uomini, come anche quando
l’uomo li pone a Dio. L’uomo, infatti, non pone questo interrogativo al mondo,
benché molte volte la sofferenza gli provenga da esso, ma lo pone a Dio come al
Creatore e al Signore del mondo. Ed è ben noto come sul terreno di questo
interrogativo si arrivi non solo a molteplici frustrazioni e conflitti nei
rapporti dell’uomo con Dio, ma capiti anche che si giunga alla negazione stessa
di Dio. Se, infatti, l’esistenza del mondo apre quasi lo sguardo dell’anima
umana all’esistenza di Dio, alla sua sapienza, potenza e magnificenza, allora
il male e la sofferenza sembrano offuscare quest’immagine, a volte in modo
radicale, tanto più nella quotidiana drammaticità di tante sofferenze senza
colpa e di tante colpe senza adeguata pena. Perciò, questa circostanza – forse
ancor più di qualunque altra – indica quanto sia importante l’interrogativo sul
senso della sofferenza, e con quale acutezza occorra trattare sia
l’interrogativo stesso, sia ogni possibile risposta da darvi.
10. L’uomo può rivolgere un tale interrogativo
a Dio con tutta la commozione del suo cuore e con la mente piena di stupore e
di inquietudine; e Dio aspetta la domanda e l’ascolta, come vediamo nella
Rivelazione dell’Antico Testamento. Nel Libro di Giobbe l’interrogativo ha
trovato la sua espressione più viva.
È nota la storia di questo uomo giusto, il
quale senza nessuna colpa da parte sua viene provato da innumerevoli
sofferenze. Egli perde i beni, i figli e le figlie, ed infine viene egli stesso
colpito da una grave malattia. In quest’orribile situazione si presentano nella
sua casa i tre vecchi conoscenti, i quali – ognuno con diverse parole – cercano
di convincerlo che, poiché è stato colpito da una così molteplice e terribile
sofferenza, egli deve aver commesso una qualche colpa grave. La sofferenza –
essi dicono – colpisce infatti sempre l’uomo come pena per un reato; viene
mandata da Dio assolutamente giusto e trova la propria motivazione nell’ordine
della giustizia. Si direbbe che i vecchi amici di Giobbe vogliano non solo
convincerlo della giustezza morale del male, ma in un certo senso tentino di difendere
davanti a sé stessi il senso morale della sofferenza. Questa, ai loro occhi,
può avere esclusivamente un senso come pena per il peccato, esclusivamente
dunque sul terreno della giustizia di Dio, che ripaga col bene il bene e col
male il male.
Il punto di riferimento è in questo caso la
dottrina espressa in altri scritti dell’Antico Testamento, che ci mostrano la
sofferenza come pena inflitta da Dio per i peccati degli uomini. Il Dio della
Rivelazione è Legislatore e Giudice in una tale misura, quale nessuna autorità
temporale può avere. Il Dio della Rivelazione, infatti, è prima di tutto il
Creatore, dal quale, insieme con l’esistenza, proviene il bene essenziale della
creazione. Pertanto, anche la consapevole e libera violazione di questo bene da
parte dell’uomo è non solo una trasgressione della legge, ma al tempo stesso
un’offesa al Creatore, che è il primo Legislatore. Tale trasgressione ha
carattere di peccato, secondo il significato esatto, cioè biblico e teologico,
di questa parola. Al male morale del peccato corrisponde la punizione, che
garantisce l’ordine morale nello stesso senso trascendente, nel quale
quest’ordine è stabilito dalla volontà del Creatore e supremo Legislatore. Di
qui deriva anche una delle fondamentali verità della fede religiosa, basata del
pari sulla Rivelazione: che cioè Dio è giudice giusto, il quale premia il bene
e punisce il male: “Tu, Signore, sei giusto in tutto ciò che hai fatto; tutte
le tue opere sono vere, rette le tue vie e giusti tutti i tuoi giudizi. Giusto
è stato il tuo giudizio per quanto hai fatto ricadere su di noi... Con verità e
giustizia tu ci hai inflitto tutto questo a causa dei nostri peccati”23.
Nell’opinione espressa dagli amici di Giobbe,
si manifesta una convinzione che si trova anche nella coscienza morale
dell’umanità: l’ordine morale oggettivo richiede una pena per la trasgressione,
per il peccato e per il reato. La sofferenza appare, da questo punto di vista,
come un "male giustificato". La convinzione di coloro che spiegano la
sofferenza come punizione del peccato trova il suo sostegno nell’ordine della
giustizia, e ciò corrisponde all’opinione espressa da un amico di Giobbe:
"Per quanto io ho visto, chi coltiva iniquità, chi semina affanni, li
raccoglie"24.
11. Giobbe, tuttavia, contesta la verità del
principio, che identifica la sofferenza con la punizione del peccato. E lo fa
in base alla propria opinione. Infatti, egli è consapevole di non aver meritato
una tale punizione, anzi espone il bene che ha fatto nella sua vita. Alla fine
Dio stesso rimprovera gli amici di Giobbe per le loro accuse e riconosce che
Giobbe non è colpevole. La sua è la sofferenza di un innocente; deve essere
accettata come un mistero, che l’uomo non è in grado di penetrare fino in fondo
con la sua intelligenza.
Il Libro di Giobbe non intacca le basi
dell’ordine morale trascendente, fondato sulla giustizia, quali son proposte
dalla Rivelazione, nell’Antica e nella Nuova Alleanza. Al tempo stesso, però,
il Libro dimostra con tutta fermezza che i principi di quest’ordine non si
possono applicare in modo esclusivo e superficiale. Se è vero che la sofferenza
ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece, che
ogni sofferenza sia conseguenza della colpa ed abbia carattere di punizione. La
figura del giusto Giobbe ne è una prova speciale nell’Antico Testamento. La
Rivelazione, parola di Dio stesso, pone con tutta franchezza il problema della
sofferenza dell’uomo innocente: la sofferenza senza colpa. Giobbe non è stato
punito, non vi erano le basi per infliggergli una pena, anche se è stato
sottoposto ad una durissima prova. Dall’introduzione del Libro risulta che Dio
permise questa prova per provocazione di Satana. Questi, infatti, aveva
contestato davanti al Signore la giustizia di Giobbe: "Forse che Giobbe
teme Dio per nulla? … Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani, e il suo
bestiame abbonda sulla Terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e
vedrai come ti benedirà in faccia" 25. E se il Signore acconsente a
provare Giobbe con la sofferenza, lo fa per dimostrarne la giustizia. La
sofferenza ha carattere di prova.
Il Libro di Giobbe non è l’ultima parola della
Rivelazione su questo tema. In un certo modo esso è un annuncio della passione
di Cristo. Ma, già da solo, è un argomento sufficiente, perché la risposta
all’interrogativo sul senso della sofferenza non sia collegata senza riserve
con l’ordine morale, basato sulla sola giustizia. Se una tale risposta ha una
sua fondamentale e trascendente ragione e validità, al tempo stesso essa si dimostra
non solo insoddisfacente in casi analoghi alla sofferenza del giusto Giobbe, ma
anzi sembra addirittura appiattire ed impoverire il concetto di giustizia, che
incontriamo nella Rivelazione.
12. Il Libro di Giobbe pone in modo acuto il
"perché" della sofferenza, mostra pure che essa colpisce l’innocente,
ma non dà ancora la soluzione al problema.
Già nell’Antico Testamento notiamo un
orientamento che tende a superare il concetto, secondo cui la sofferenza ha
senso unicamente come punizione del peccato, in quanto si sottolinea nello
stesso tempo il valore educativo della pena-sofferenza. Così dunque, nelle
sofferenze inflitte da Dio al popolo eletto è racchiuso un invito della sua
misericordia, la quale corregge per condurre alla conversione: "Questi castighi
non vengono per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo"
26.
Così si afferma la dimensione personale della
pena. Secondo tale dimensione, la pena ha senso non soltanto perché serve a
ripagare lo stesso male oggettivo della trasgressione con un altro male, ma
prima di tutto perché essa crea la possibilità di ricostruire il bene nello
stesso soggetto sofferente.
Questo è un aspetto estremamente importante
della sofferenza. Esso è profondamente radicato nell’intera Rivelazione
dell’Antica e, soprattutto, della Nuova Alleanza. La sofferenza deve servire
alla conversione, cioè alla ricostruzione del bene nel soggetto, che può
riconoscere la misericordia divina in questa chiamata alla penitenza. La
penitenza ha come scopo di superare il male, che sotto diverse forme è latente
nell’uomo, e di consolidare il bene sia in lui stesso, sia nei rapporti con gli
altri e, soprattutto, con Dio.
13. Ma per poter percepire la vera risposta al
"perché" della sofferenza, dobbiamo volgere il nostro sguardo verso
la rivelazione dell’amore divino, fonte ultima del senso di tutto ciò che
esiste. L’amore è anche la fonte più ricca del senso della sofferenza, che
rimane sempre un mistero: siamo consapevoli dell’insufficienza ed inadeguatezza
delle nostre spiegazioni. Cristo ci fa entrare nel mistero e ci fa scoprire il
"perché" della sofferenza, in quanto siamo capaci di comprendere la
sublimità dell’amore divino.
Per ritrovare il senso profondo della
sofferenza, seguendo la Parola rivelata di Dio, bisogna aprirsi largamente
verso il soggetto umano nella sua molteplice potenzialità. Bisogna,
soprattutto, accogliere la luce della Rivelazione non soltanto in quanto essa
esprime l’ordine trascendente della giustizia, ma in quanto illumina questo
ordine con l’amore, quale sorgente definitiva di tutto ciò che esiste. L’Amore
è anche la sorgente più piena della risposta all’interrogativo sul senso della
sofferenza. Questa risposta è stata data da Dio all’uomo nella Croce di Gesù
Cristo.
14. "Dio infatti ha tanto amato il mondo
che ha dato il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma
abbia la vita eterna" 27.
Queste parole, pronunciate da Cristo nel colloquio
con Nicodemo, ci introducono nel centro stesso dell’azione salvifica di Dio.
Esse esprimono anche l’essenza stessa della soteriologia cristiana, cioè della
teologia della salvezza. Salvezza significa liberazione dal male, e per ciò
stesso rimane in stretto rapporto col problema della sofferenza. Secondo le
parole rivolte a Nicodemo, Dio dà il suo Figlio al "mondo" per
liberare l’uomo dal male, che porta in se’ la definitiva ed assoluta
prospettiva della sofferenza. Contemporaneamente, la stessa parola
"dà" ("ha dato")
indica che questa liberazione deve essere compiuta dal Figlio unigenito
mediante la sua propria sofferenza. E in ciò si manifesta l’amore, l’amore
infinito sia di quel Figlio unigenito, sia del Padre, il quale
"dà" per questo il suo Figlio.
Questo è l’amore per l’uomo, l’amore per il "mondo": è l’amore
salvifico.
Ci troviamo qui – occorre rendersene conto
chiaramente nella nostra comune riflessione su questo problema – in una
dimensione completamente nuova del nostro tema. È dimensione diversa da quella
che determinava e, in un certo senso, chiudeva la ricerca del significato della
sofferenza entro i limiti della giustizia. Questa è la dimensione della
Redenzione, alla quale nell’Antico Testamento già sembrano preludere, almeno
secondo il testo della Volgata, le parole del giusto Giobbe: "Io so
infatti che il mio Redentore vive, e che nell'ultimo giorno … vedrò il mio Dio
… " 28. Mentre finora la nostra considerazione si è concentrata prima di
tutto e, in un certo senso, esclusivamente sulla sofferenza nella sua
molteplice forma temporale (come anche le sofferenze del giusto Giobbe), invece
le parole, ora riportate dal colloquio di Gesù con Nicodemo, riguardano la
sofferenza nel suo senso fondamentale e definitivo. Dio dà il suo Figlio unigenito,
affinché l’uomo "non muoia", e il significato di questo "non
muoia" viene precisato accuratamente dalle parole successive: "ma
abbia la vita eterna".
L’uomo "muore", quando perde
"la vita eterna". Il contrario della salvezza non è, quindi, la sola
sofferenza temporale, una qualsiasi sofferenza, ma la sofferenza definitiva: la
perdita della vita eterna, l’essere respinti da Dio, la dannazione. Il Figlio
unigenito è stato dato all’umanità per proteggere l’uomo, prima di tutto,
contro questo male definitivo e contro la sofferenza definitiva. Nella sua
missione salvifica egli deve, dunque, toccare il male alle sue stesse radici
trascendentali, dalle quali esso si sviluppa nella storia dell’uomo. Tali
radici trascendentali del male sono fissate nel peccato e nella morte: esse,
infatti, si trovano alla base della perdita della vita eterna. La missione del
Figlio unigenito consiste nel vincere il peccato e la morte. Egli vince il
peccato con la sua obbedienza fino alla morte, e vince la morte con la sua risurrezione.
15. Quando si dice che Cristo con la sua
missione tocca il male alle sue stesse radici, noi abbiamo in mente non solo il
male e la sofferenza definitiva, escatologica (perché l’uomo "non muoia,
ma abbia la vita eterna"), ma anche – almeno indirettamente – il male e la
sofferenza nella loro dimensione temporale e storica. Il male, infatti, rimane
legato al peccato e alla morte. E anche se con grande cautela si deve giudicare
la sofferenza dell’uomo come conseguenza di peccati concreti (ciò indica
proprio l’esempio del giusto Giobbe), tuttavia essa non può essere distaccata
dal peccato delle origini, da ciò che in san Giovanni è chiamato "il
peccato del mondo"29, dallo sfondo peccaminoso delle azioni personali e
dei processi sociali nella storia dell’uomo. Se non è lecito applicare qui il
criterio ristretto della diretta dipendenza (come facevano i tre amici di
Giobbe), tuttavia non si può neanche rinunciare al criterio che, alla base
delle umane sofferenze, vi è un multiforme coinvolgimento nel peccato.
Similmente avviene quando si tratta della
morte. Molte volte essa è attesa persino come una liberazione dalle sofferenze
di questa vita. Al tempo stesso, non è possibile lasciarsi sfuggire che essa
costituisce quasi una definitiva sintesi della loro opera distruttiva sia
nell’organismo corporeo che nella psiche. Ma, prima di tutto la morte comporta
la dissociazione dell’intera personalità psicofisica dell’uomo. L’anima
sopravvive e sussiste separata dal corpo, mentre il corpo viene sottoposto ad
una graduale decomposizione secondo le parole del Signore Dio, pronunciate dopo
il peccato commesso dall’uomo agli inizi della sua storia terrena: "tu sei
polvere e in polvere ritornerai"30. Anche se dunque la morte non è una
sofferenza nel senso temporale della parola, anche se in un certo modo si trova
al di là di tutte le sofferenze, contemporaneamente il male, che l’essere umano
sperimenta in essa, ha un carattere definitivo e totalizzante. Con la sua opera
salvifica il figlio unigenito libera l’uomo dal peccato e dalla morte. Prima di
tutto egli cancella dalla storia dell’uomo il dominio del peccato, che si è
radicato sotto l’influsso dello spirito maligno, iniziando dal peccato
originale, e dà poi all’uomo la possibilità di vivere nella grazia santificante.
Sulla scia della vittoria sul peccato egli toglie anche il dominio della morte,
dando, con la sua risurrezione, l’avvio alla futura risurrezione dei corpi.
L’una e l’altra sono condizione essenziale della "vita eterna", cioè
della definitiva felicità dell’uomo in unione con dio; ciò vuol dire, per i
salvati, che nella prospettiva escatologica la sofferenza è totalmente
cancellata.
In conseguenza dell’opera salvifica di Cristo
l’uomo esiste sulla terra con la speranza della vita e della santità eterne. E
anche se la vittoria sul peccato e sulla morte, riportata da Cristo con la sua
croce e risurrezione, non abolisce le sofferenze temporali dalla vita umana, né
libera dalla sofferenza l’intera dimensione storica dell’esistenza umana,
tuttavia su tutta questa dimensione e su ogni sofferenza essa getta una luce
nuova, che è la luce della salvezza. È questa la luce del Vangelo, cioè della
Buona Novella. Al centro di questa luce si trova la verità enunciata nel
colloquio con Nicodemo: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il
suo Figlio unigenito"31. Questa verità cambia dalle sue fondamenta il
quadro della storia dell’uomo e della sua situazione terrena: nonostante il
peccato che si è radicato in questa storia e come eredità originale e come
"peccato del mondo" e come somma dei peccati personali, Dio Padre ha
amato il Figlio unigenito, cioè lo ama in modo durevole; nel tempo poi, proprio
per quest’amore che supera tutto, egli "dà" questo Figlio, affinché
tocchi le radici stesse del male umano e così si avvicini in modo salvifico
all’intero mondo della sofferenza, di cui l’uomo è partecipe.
16. Nella sua attività messianica in mezzo a
Israele Cristo si è avvicinato incessantemente al mondo dell’umana sofferenza.
"Passò facendo il bene"32, e questo suo operare riguardava, prima di
tutto, i sofferenti e coloro che attendevano aiuto. Egli guariva gli ammalati,
consolava gli afflitti, nutriva gli affamati, liberava gli uomini dalla
sordità, dalla cecità, dalla lebbra, dal demonio e da diverse minorazioni
fisiche, tre volte restituì ai morti la vita. Era sensibile a ogni umana
sofferenza, sia a quella del corpo che a quella dell’anima. E al tempo stesso
ammaestrava, ponendo al centro del suo insegnamento le otto beatitudini, che
sono indirizzate agli uomini provati da svariate sofferenze nella vita
temporale. Essi sono "i poveri in spirito" e "gli
afflitti", e "quelli che hanno fame e sete della giustizia" e
"i perseguitati per causa della giustizia", quando li insultano, li perseguitano
e mentendo, dicono ogni sorta di male contro di loro per causa di Cristo33...
Così secondo Matteo; Luca menziona esplicitamente coloro "che ora hanno
fame"34.
Ad ogni modo Cristo si è avvicinato
soprattutto al mondo dell’umana sofferenza per il fatto di aver assunto egli
stesso questa sofferenza su di sé. Durante la sua attività pubblica provò non
solo la fatica, la mancanza di una casa, l’incomprensione persino da parte dei
più vicini, ma, più di ogni cosa, venne sempre più ermeticamente circondato da
un cerchio di ostilità e divennero sempre più chiari i preparativi per
toglierlo di mezzo dai viventi. Cristo è consapevole di ciò, e molte volte
parla ai suoi discepoli delle sofferenze e della morte che lo attendono: “Ecco,
noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi
sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani,
lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma
dopo tre giorni risusciterà”35. Cristo va incontro alla sua passione e morte
con tutta la consapevolezza della missione che ha da compiere proprio in questo
modo. Proprio per mezzo di questa sua sofferenza egli deve far sì "che
l'uomo non muoia, ma abbia la vita eterna". Proprio per mezzo della sua
Croce deve toccare le radici del male, piantate nella storia dell’uomo e nelle
anime umane. Proprio per mezzo della sua Croce deve compiere l’opera della
salvezza. Quest’opera, nel disegno dell’eterno Amore, ha un carattere
redentivo.
E perciò Cristo rimprovera severamente Pietro,
quando vuole fargli abbandonare i pensieri sulla sofferenza e sulla morte di
Croce36. E quando, durante la cattura nel Getsemani, lo stesso Pietro tenta di
difenderlo con la spada, Cristo gli dice: "Rimetti la spada nel fodero …
Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve
avvenire?"37. Ed inoltre dice: "Non devo forse bere il calice che il
Padre mi ha dato?" 38. Questa risposta – come altre che ritornano in
diversi punti del Vangelo – mostra quanto profondamente Cristo fosse penetrato
dal pensiero che già aveva espresso nel colloquio con Nicodemo: "Dio
infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché
chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" 39. Cristo
s’incammina verso la propria sofferenza, consapevole della sua forza salvifica,
va obbediente al Padre, ma prima di tutto è unito al Padre in quest’amore, col
quale Egli ha amato il mondo e l’uomo nel mondo. E per questo San Paolo
scriverà di Cristo: "Mi ha amato e ha dato se stesso per me" 40.
17. Le Scritture dovevano adempiersi. Erano
molti i testi messianici dell’Antico Testamento che preludevano alle sofferenze
del futuro Unto di Dio. Tra tutti particolarmente toccante è quello che di
solito è chiamato il quarto Carme del Servo di Jahvé, contenuto nel Libro di
Isaia. Il profeta, che giustamente viene chiamato "il quinto
evangelista", presenta in questo Carme l’immagine delle sofferenze del
Servo con un realismo così acuto quasi le vedesse con i propri occhi: con gli
occhi del corpo e dello spirito. La passione di Cristo diventa, alla luce dei
versetti di Isaia, quasi ancora più espressiva e toccante che non nelle
descrizioni degli stessi evangelisti. Ecco, si presenta davanti a noi il vero
Uomo dei dolori:
“Non ha apparenza né bellezza / per attirare i
nostri sguardi... / Disprezzato e reietto dagli uomini, / uomo dei dolori che
ben conosce il patire, / come uno davanti al quale ci si copre la faccia, / era
disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. / Eppure, egli si è caricato delle
nostre sofferenze, / si è addossato i nostri dolori, / e noi lo giudicavamo
castigato, / percosso da Dio e umiliato. / Egli è stato trafitto per i nostri
delitti, / schiacciato per le nostre iniquità. / Il castigo che ci dà salvezza
si è abbattuto su di lui; / per le sue piaghe noi siamo stati guariti. / Noi
tutti eravamo sperduti come un gregge, / ognuno di noi seguiva la sua strada; /
il Signore fece ricadere su di lui / l’iniquità di noi tutti”41.
Il Carme del Servo sofferente contiene una
descrizione nella quale si possono, in un certo senso, identificare i momenti
della passione di Cristo in vari loro particolari: l’arresto, l’umiliazione,
gli schiaffi, gli sputi, il vilipendio della dignità stessa del prigioniero,
l’ingiusto giudizio, e poi la flagellazione, la coronazione di spine e lo
scherno, il cammino con la croce, la crocifissione, l’agonia.
Più ancora di questa descrizione della
passione ci colpisce nelle parole del profeta la profondità del sacrificio di
Cristo. Ecco, egli, benché innocente, si addossa le sofferenze di tutti gli
uomini, perché si addossa i peccati di tutti. "Il Signore fece ricadere su
di lui l'iniquità di tutti": tutto il peccato dell’uomo nella sua
estensione e profondità diventa la vera causa della sofferenza del Redentore.
Se la sofferenza "viene misurata" col male sofferto, allora le parole
del profeta ci permettono di comprendere la misura di questo male e di questa
sofferenza, di cui Cristo si è caricato. Si può dire che questa è sofferenza
"sostitutiva"; soprattutto, però, essa è "redentiva".
L’Uomo dei dolori di quella profezia è veramente quell’"agnello di Dio,
che toglie il peccato del mondo"42. Nella sua sofferenza i peccati vengono
cancellati proprio perché egli solo come Figlio unigenito poté prenderli su di
sé, assumerli con quell’amore verso il Padre che supera il male di ogni
peccato; in un certo senso annienta questo male nello spazio spirituale dei
rapporti tra Dio e l’umanità, e riempie questo spazio col bene.
Tocchiamo qui la dualità di natura di un unico
soggetto personale della sofferenza redentiva. Colui, che con la sua passione e
morte sulla Croce opera la Redenzione, è il Figlio unigenito che Dio "ha
dato". E nello stesso tempo questo Figlio consostanziale al Padre soffre
come uomo. La sua sofferenza ha dimensioni umane, ha anche – uniche nella
storia dell’umanità – una profondità ed intensità che, pur essendo umane,
possono essere anche incomparabili profondità ed intensità di sofferenza, in
quanto l’Uomo che soffre è in persona lo stesso Figlio unigenito: "Dio da
Dio". Dunque, soltanto Lui – il Figlio unigenito – è capace di abbracciare
la misura del male contenuta nel peccato dell’uomo: in ogni peccato e nel
peccato "totale", secondo le dimensioni dell’esistenza storica
dell’umanità sulla terra.
18. Si può dire che le suddette considerazioni
ci conducono ormai direttamente al Getsemani e sul Golgota, dove si è adempiuto
il Carme del Servo sofferente, contenuto nel Libro d’Isaia. Ancora prima di
andarvi, leggiamo i successivi versetti del Carme, che dànno un’anticipazione
profetica della passione del Getsemani e del Golgota. Il Servo sofferente – e
questo a sua volta è essenziale per un’analisi della passione di Cristo – si
addossa quelle sofferenze, di cui si è detto, in modo del tutto volontario:
“Maltrattato, si lasciò umiliare / e non aprì
la sua bocca; / era come agnello condotto al macello, / come pecora muta di
fronte ai suoi tosatori, / e non aprì la sua bocca. / Con oppressione e
ingiusta sentenza / fu tolto di mezzo; / chi si affligge per la sua sorte? /
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, / per l’iniquità del mio popolo fu
percosso a morte. / Gli si diede la sepoltura con gli empi, / con il ricco fu
il suo tumulo, / sebbene non avesse commesso violenza, / né vi fosse inganno
nella sua bocca”43.
Cristo soffre volontariamente e soffre
innocentemente. Accoglie con la sua sofferenza quell’interrogativo, che – posto
molte volte dagli uomini – è stato espresso, in un certo senso, in modo
radicale dal Libro di Giobbe. Cristo, tuttavia, non solo porta con sé la stessa
domanda (e ciò in modo ancor più radicale, poiché egli non è solo un uomo come
Giobbe, ma è l’unigenito Figlio di Dio), ma porta anche il massimo della
possibile risposta a questo interrogativo. La risposta emerge, si può dire,
dalla stessa materia, di cui è costituita la domanda. Cristo dà la risposta
all’interrogativo sulla sofferenza e sul senso della sofferenza non soltanto
col suo insegnamento, cioè con la Buona Novella, ma prima di tutto con la
propria sofferenza, che con un tale insegnamento della Buona Novella è
integrata in modo organico ed indissolubile. E questa è l’ultima, sintetica
parola di questo insegnamento: "la parola della Croce", come dirà un
giorno San Paolo44.
Questa "parola della Croce" riempie
di una realtà definitiva l’immagine dell’antica profezia. Molti luoghi, molti
discorsi durante l’insegnamento pubblico di Cristo testimoniano come egli
accetti sin dall’inizio questa sofferenza, che è la volontà del Padre per la
salvezza del mondo. Tuttavia, un punto definitivo diventa qui la preghiera nel Getsemani.
Le parole: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non
come voglio io, ma come vuoi tu!" 45, e in seguito: "Padre mio, se
questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua
volontà" 46, hanno una multiforme eloquenza. Esse provano la verità di
quell’amore, che il Figlio unigenito dà al Padre nella sua obbedienza. Al tempo
stesso, attestano la verità della sua sofferenza. Le parole della preghiera di
Cristo al Getsemani provano la verità dell’amore mediante la verità della
sofferenza. Le parole di Cristo confermano con tutta semplicità questa umana
verità della sofferenza, fino in fondo: la sofferenza è un subire il male,
davanti al quale l’uomo rabbrividisce. Egli dice: "passi da me",
proprio così, come dice Cristo nel Getsemani.
Le sue parole attestano insieme quest’unica ed
incomparabile profondità ed intensità della sofferenza, che poté sperimentare
solamente l’Uomo che è il Figlio unigenito. Esse attestano quella profondità ed
intensità, che le parole profetiche sopra riportate aiutano, a loro modo, a
capire: non certo fino in fondo (per questo si dovrebbe penetrare il mistero
divino-umano del Soggetto), ma almeno a percepire quella differenza (e
somiglianza insieme) che si verifica tra ogni possibile sofferenza dell’uomo e
quella del Dio-Uomo. Il Getsemani è il luogo, nel quale appunto questa
sofferenza, in tutta la verità espressa dal profeta circa il male in essa
provato, si è rivelata quasi definitivamente davanti agli occhi dell’anima di
Cristo.
Dopo le parole nel Getsemani vengono le parole
pronunciate sul Golgota, che testimoniano questa profondità – unica nella
storia del mondo – del male della sofferenza che si prova. Quando Cristo dice:
"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", le sue parole non
sono solo espressione di quell’abbandono che più volte si faceva sentire
nell’Antico Testamento, specialmente nei Salmi e, in particolare, in quel Salmo
22 [21], dal quale provengono le parole citate47. Si può dire che queste parole
sull’abbandono nascono sul piano dell’inseparabile unione del Figlio col Padre,
e nascono perché il Padre "fece ricadere su di lui l'iniquità di noi
tutti" 48; è sulla traccia di ciò che dirà San Paolo: "Colui che non
aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore" 49.
Insieme con questo orribile peso, misurando "l'intero" male di
voltare le spalle a Dio, contenuto nel peccato, Cristo, mediante la divina
profondità dell’unione filiale col Padre, percepisce in modo umanamente
inesprimibile questa sofferenza che è il distacco, la ripulsa del Padre, la
rottura con Dio. Ma proprio mediante tale sofferenza egli compie la Redenzione,
e può dire spirando: "Tutto è compiuto" 50.
Si può anche dire che si è adempiuta la
Scrittura, che sono state definitivamente attuate nella realtà le parole di
detto Carme del Servo sofferente: "Al Signore è piaciuto prostrarlo con
dolori" 51. L’umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine nella passione
di Cristo. E contemporaneamente essa è entrata in una dimensione completamente
nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all’amore, a quell’amore del quale
Cristo parlava a Nicodemo, a quell’amore che crea il bene ricavandolo anche dal
male, ricavandolo per mezzo della sofferenza, così come il bene supremo della
redenzione del mondo è stato tratto dalla Croce di Cristo, e costantemente
prende da essa il suo avvio. La Croce di Cristo è diventata una sorgente, dalla
quale sgorgano fiumi d’acqua viva52. In essa dobbiamo anche riproporre
l’interrogativo sul senso della sofferenza, e leggervi sino alla fine la
risposta a questo interrogativo.
19. Il medesimo Carme del Servo sofferente nel
Libro di Isaia ci conduce, attraverso i versetti successivi, proprio nella direzione
di questo interrogativo e di questa risposta:
“Quando offrirà se stesso in espiazione, /
vedrà una discendenza, vivrà a lungo, / si compirà per mezzo suo la volontà del
Signore. / Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce / e si sazierà della sua
conoscenza, / il giusto mio servo giustificherà molti, / egli si addosserà la
loro iniquità. / Perciò io gli darò in premio le moltitudini, / dei potenti
egli farà bottino, / perché ha consegnato se stesso alla morte / ed è stato
annoverato fra gli empi, / mentre egli portava il peccato di molti / e
intercedeva per i peccatori”53.
Si può dire che insieme con la passione di
Cristo ogni sofferenza umana si è trovata in una nuova situazione. Ed è come se
Giobbe l’avesse presentita, quando diceva: "Io so infatti che il mio
Redentore vive …"54, e come se avesse indirizzato verso di essa la propria
sofferenza, la quale senza la redenzione non avrebbe potuto rivelargli la
pienezza del suo significato. Nella Croce di Cristo non solo si è compiuta la
redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza umana è stata
redenta. Cristo – senza nessuna colpa propria – si è addossato "il male
totale del peccato". L’esperienza di questo male determinò l’incomparabile
misura della sofferenza di Cristo, che diventò il prezzo della redenzione. Di
questo parla il Carme del Servo sofferente in Isaia. A loro tempo, di questo
parleranno i testimoni della Nuova Alleanza, stipulata nel sangue di Cristo.
Ecco le parole dell’apostolo Pietro dalla sua prima Lettera: "Voi sapete
che non a prezzo di cose corruttibili, come l'argento e l'oro, foste liberati
dalla vostra condotta ereditata dai vostri padri, ma col sangue prezioso di
Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia" 55. E l’apostolo
Paolo nella Lettera ai Galati dirà: "Ha dato se stesso per i nostri
peccati, per strapparci da questo mondo perverso" 56, e nella prima
Lettera ai Corinzi: "Infatti siete stati comprati a caro prezzo.
Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!" 57.
Con queste ed altre simili parole i testimoni
della Nuova Alleanza parlano della grandezza della redenzione, che si è
compiuta mediante la sofferenza di Cristo. Il Redentore ha sofferto al posto
dell’uomo e per l’uomo. Ogni uomo ha una sua partecipazione alla redenzione.
Ognuno è anche chiamato a partecipare a quella sofferenza, mediante la quale si
è compiuta la redenzione. È chiamato a partecipare a quella sofferenza, per
mezzo della quale ogni umana sofferenza è stata anche redenta. Operando la
redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la sofferenza
umana a livello di redenzione. Quindi anche ogni uomo, nella sua sofferenza,
può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo.
20. I testi del Nuovo Testamento esprimono in
molti punti questo concetto. Nella seconda Lettera ai Corinzi l’Apostolo
scrive: “Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo
sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non
uccisi, portando sempre e dappertutto nel nostro corpo la morte di Gesù, perché
anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre, infatti, noi che
siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di
Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale..., convinti che colui che ha
risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù”58.
San Paolo parla delle diverse sofferenze e,
in particolare, di quelle di cui diventavano partecipi i primi cristiani
"a causa di Gesù". Queste sofferenze permettono ai destinatari di
quella lettera di partecipare all’opera della redenzione, compiuta mediante le
sofferenze e la morte del redentore. L’eloquenza della croce e della morte
viene tuttavia completata con l’eloquenza della risurrezione. L’uomo trova
nella risurrezione una luce completamente nuova, che lo aiuta a farsi strada
attraverso il fitto buio delle umiliazioni, dei dubbi, della disperazione e
della persecuzione. Perciò, l’Apostolo scriverà anche nella seconda lettera ai
corinzi: "infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così,
per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione" 59.
Altrove egli si rivolge ai suoi destinatari
con parole d’incoraggiamento: "Il Signore diriga i vostri cuori nell'amore
di Dio e nella pazienza di Cristo"60. E nella Lettera ai Romani scrive:
"Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i
vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro
culto spirituale" 61.
La partecipazione stessa alla sofferenza di
Cristo trova, in queste espressioni apostoliche, quasi una duplice dimensione.
Se un uomo diventa partecipe delle sofferenze di Cristo, ciò avviene perché
Cristo ha aperto la sua sofferenza all’uomo, perché egli stesso nella sua
sofferenza redentiva è divenuto, in un certo senso, partecipe di tutte le
sofferenze umane. L’uomo, scoprendo mediante la fede la sofferenza redentrice
di Cristo, insieme scopre in essa le proprie sofferenze, le ritrova, mediante
la fede, arricchite di un nuovo contenuto e di un nuovo significato.
Questa scoperta dettò a San Paolo parole
particolarmente forti nella Lettera ai Galati: "Sono stato crocifisso con
Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita, che vivo
nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato
se stesso per me" 62. La fede permette all’autore di queste parole di
conoscere quell’amore, che condusse Cristo sulla Croce. E se amò così,
soffrendo e morendo, allora con questa sua sofferenza e morte egli vive in
colui che amò così, egli vive nell’uomo: in Paolo. E vivendo in lui – man mano
che Paolo, consapevole di ciò mediante la fede, risponde con l’amore al suo
amore – Cristo diventa anche in modo particolare unito all’uomo, a Paolo,
mediante la Croce. Quest’unione ha dettato a Paolo, nella stessa Lettera ai
Galati, ancora altre parole, non meno forti: "Quanto a me invece, non ci
si altro vanto che nella Croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della
quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo" 63.
21. La Croce di Cristo getta in modo tanto
penetrante la luce salvifica sulla vita dell’uomo e, in particolare, sulla sua
sofferenza, perché mediante la fede lo raggiunge insieme con la risurrezione:
il mistero della passione è racchiuso nel mistero pasquale. I testimoni della
passione di Cristo sono contemporaneamente testimoni della sua risurrezione.
Scrive Paolo: "Perché io possa conoscere lui (Cristo), la potenza della
sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme
nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti" 64.
Veramente, l’Apostolo prima sperimentò "la potenza della
risurrezione" di Cristo sulla via di Damasco, e solo in seguito, in questa
luce pasquale, giunse a quella "partecipazione alle sue sofferenze",
della quale parla, ad esempio, nella Lettera ai Galati. La via di Paolo è
chiaramente pasquale: la partecipazione alla Croce di Cristo avviene attraverso
l’esperienza del Risorto, dunque mediante una speciale partecipazione alla
risurrezione. Perciò, anche nelle espressioni dell’Apostolo sul tema della
sofferenza appare così spesso il motivo della gloria, alla quale la Croce di
Cristo dà inizio.
I testimoni della croce e della
risurrezione erano convinti che "è necessario attraversare molte
tribolazioni per entrare nel regno di dio" 65. E Paolo, scrivendo ai
tessalonicesi, dice così: "possiamo gloriarci di voi … per la vostra
fermezza e per la vostra fede in tutte le persecuzioni e tribolazioni che
sopportate. Questo è un segno del giusto giudizio di Dio, che vi proclamerà degni
di quel regno di Dio, per il quale ora soffrite" 66. Così dunque la
partecipazione alle sofferenze di Cristo è, al tempo stesso, sofferenza per il
regno di Dio. Agli occhi del Dio giusto, di fronte al suo giudizio, quanti
partecipano alle sofferenze di Cristo diventano degni di questo regno. Mediante
le loro sofferenze essi, in un certo senso, restituiscono l’infinito prezzo
della passione e della morte di Cristo, che divenne il prezzo della nostra
redenzione: a questo prezzo il regno di Dio è stato nuovamente consolidato
nella storia dell’uomo, divenendo la prospettiva definitiva della sua esistenza
terrena. Cristo ci ha introdotti in questo regno mediante la sua sofferenza. E
anche mediante la sofferenza maturano per esso gli uomini avvolti dal mistero
della redenzione di Cristo.
22. Alla prospettiva del Regno di Dio è unita
la speranza di quella gloria, il cui inizio si trova nella Croce di Cristo. La
risurrezione ha rivelato questa gloria – la gloria escatologica – che nella
Croce di Cristo era completamente offuscata dall’immensità della sofferenza.
Coloro che sono partecipi delle sofferenze di Cristo sono anche chiamati,
mediante le loro proprie sofferenze, a prender parte alla gloria. Paolo esprime
questo in diversi punti. Scrive ai Romani: "Siamo … coeredi di Cristo, se
veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua
gloria. Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono
paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi" 67. Nella
seconda Lettera ai Corinzi leggiamo: "Infatti, il momentaneo, leggero peso
della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di
gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle
invisibili" 68. L’apostolo Pietro esprimerà questa verità nelle seguenti
parole della sua prima Lettera: "Nella misura in cui partecipate alle
sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua
gloria possiate rallegrarvi ed esultare" 69.
Il motivo della sofferenza e della gloria ha
la sua caratteristica strettamente evangelica, che si chiarisce mediante il
riferimento alla Croce ed alla risurrezione. La risurrezione è diventata prima
di tutto la manifestazione della gloria, che corrisponde all’elevazione di
Cristo per mezzo della Croce. Se, infatti, la Croce è stata agli occhi degli
uomini lo spogliamento di Cristo, nello stesso tempo essa è stata agli occhi di
Dio la sua elevazione. Sulla Croce Cristo ha raggiunto e realizzato in tutta
pienezza la sua missione: compiendo la volontà del Padre, realizzò insieme se
stesso. Nella debolezza manifestò la sua potenza, e nell’umiliazione tutta la
sua grandezza messianica. Non sono forse una prova di questa grandezza tutte le
parole pronunciate durante l’agonia sul Golgota e, specialmente, quelle
riguardanti gli autori della crocifissione: "Padre, perdonali, perché non
sanno quello che fanno"?70 A coloro che sono partecipi delle sofferenze di
Cristo queste parole si impongono con la forza di un supremo esempio. La
sofferenza è anche una chiamata a manifestare la grandezza morale dell’uomo, la
sua maturità spirituale. Di ciò hanno dato la prova, nelle diverse generazioni,
i martiri ed i confessori di Cristo, fedeli alle parole: "E non abbiate
paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere
l'anima" 71.
La risurrezione di Cristo ha rivelato "la
gloria del secolo futuro" e, contemporaneamente, ha confermato "il
vanto della Croce": quella gloria che è contenuta nella sofferenza stessa
di Cristo, e quale molte volte si è rispecchiata e si rispecchia nella
sofferenza dell’uomo, come espressione della sua spirituale grandezza. Bisogna
dare testimonianza di questa gloria non solo ai martiri della fede, ma anche a
numerosi altri uomini, che a volte, pur senza la fede in Cristo, soffrono e
danno la vita per la verità e per una giusta causa. Nelle sofferenze di tutti
costoro viene confermata in modo particolare la grande dignità dell’uomo.
23. La sofferenza, infatti, è sempre una prova
– a volte una prova alquanto dura –, alla quale viene sottoposta l’umanità.
Dalle pagine delle Lettere di San Paolo più volte parla a noi quel paradosso
evangelico della debolezza e della forza, sperimentato in modo particolare
dall’Apostolo stesso e che insieme con lui provano tutti coloro che partecipano
alle sofferenze di Cristo. Egli scrive nella seconda Lettera ai Corinzi:
"Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me
la potenza di Cristo" 72. Nella seconda Lettera a Timoteo leggiamo:
"E' questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti
a chi ho creduto" 73. E nella Lettera ai Filippesi dirà addirittura:
"Tutto posso in colui che mi dà la forza" 74.
Coloro che sono partecipi delle sofferenze di
Cristo hanno davanti agli occhi il mistero pasquale della Croce e della
risurrezione, nel quale Cristo discende, in una prima fase, sino agli ultimi
confini della debolezza e dell’impotenza umana: egli, infatti, muore inchiodato
sulla Croce. Ma se al tempo stesso in questa debolezza si compie la sua
elevazione, confermata con la forza della risurrezione, ciò significa che le
debolezze di tutte le sofferenze umane possono essere permeate dalla stessa
potenza di Dio, quale si è manifestata nella Croce di Cristo. In questa
concezione soffrire significa diventare particolarmente suscettibili,
particolarmente aperti all’opera delle forze salvifiche di Dio, offerte
all’umanità in Cristo. In lui Dio ha confermato di voler agire specialmente per
mezzo della sofferenza, che è la debolezza e lo spogliamento dell’uomo, e di
voler proprio in questa debolezza e in questo spogliamento manifestare la sua
potenza. Con ciò si può anche spiegare la raccomandazione della prima Lettera
di Pietro: "Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi
anzi Dio per questo nome" 75.
Nella Lettera ai Romani l’apostolo Paolo si
pronuncia ancora più ampiamente sul tema di questo "nascere della forza
nella debolezza", di questo ritemprarsi spirituale dell’uomo in mezzo alle
prove e alle tribolazioni, che è la speciale vocazione di coloro che sono
partecipi delle sofferenze di Cristo: “Noi ci vantiamo anche nelle
tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una
virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché
l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito
Santo, che ci è stato dato”76. Nella sofferenza è come contenuta una
particolare chiamata alla virtù, che l’uomo deve esercitare da parte sua. E
questa è la virtù della perseveranza nel sopportare ciò che disturba e fa male.
L’uomo, così facendo, sprigiona la speranza, che mantiene in lui la convinzione
che la sofferenza non prevarrà sopra di lui, non lo priverà della dignità
propria dell’uomo unita alla consapevolezza del senso della vita. Ed ecco,
questo senso si manifesta insieme con l’opera dell’amore di Dio, che è il dono
supremo dello Spirito Santo. Man mano che partecipa a questo amore, l’uomo si
ritrova fino in fondo nella sofferenza: ritrova "l'anima", che gli sembrava
di aver "perduto" 77 a causa della sofferenza.
24. Tuttavia, le esperienze dell’Apostolo,
partecipe delle sofferenze di Cristo, vanno ancora oltre. Nella Lettera ai
Colossesi leggiamo le parole, che costituiscono quasi l’ultima tappa
dell’itinerario spirituale in relazione alla sofferenza. San Paolo scrive:
"Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella
mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che
è la Chiesa" 78. Ed egli in un’altra Lettera interroga i suoi destinatari:
"Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?" 79.
Nel mistero pasquale Cristo ha dato inizio
all’unione con l’uomo nella comunità della Chiesa. Il mistero della Chiesa si
esprime in questo: che già all’atto del Battesimo, che configura a Cristo, e
poi mediante il suo Sacrificio – sacramentalmente mediante l’Eucaristia – la
Chiesa di continuo si edifica spiritualmente come corpo di Cristo. In questo
corpo Cristo vuole essere unito con tutti gli uomini, ed in modo particolare egli
è unito con coloro che soffrono. Le citate parole della Lettera ai Colossesi
attestano l’eccezionale carattere di questa unione. Ecco, infatti, colui che
soffre in unione con Cristo – come in unione con Cristo sopporta le sue
"tribolazioni" l’apostolo Paolo – non solo attinge da Cristo quella
forza, della quale si è parlato precedentemente, ma anche "completa"
con la sua sofferenza "quello che manca ai patimenti di Cristo". In
questo quadro evangelico è messa in risalto, in modo particolare, la verità sul
carattere creativo della sofferenza. La sofferenza di Cristo ha creato il bene
della redenzione del mondo. Questo bene in se stesso è inesauribile ed
infinito. Nessun uomo può aggiungervi qualcosa. Allo stesso tempo, però, nel
mistero della Chiesa come suo corpo, Cristo in un certo senso ha aperto la
propria sofferenza redentiva ad ogni sofferenza dell’uomo. In quanto l’uomo
diventa partecipe delle sofferenze di Cristo – in qualsiasi luogo del mondo e
tempo della storia –, in tanto egli completa a suo modo quella sofferenza,
mediante la quale Cristo ha operato la redenzione del mondo.
Questo vuol dire, forse, che la redenzione
compiuta da Cristo non è completa? No. Questo significa solo che la redenzione,
operata in forza dell’amore soddisfattorio, rimane costantemente aperta ad ogni
amore che si esprime nell’umana sofferenza. In questa dimensione – nella
dimensione dell’amore – la redenzione già compiuta fino in fondo, si compie, in
un certo senso, costantemente. Cristo ha operato la redenzione completamente e
sino alla fine; al tempo stesso, però, non l’ha chiusa: in questa sofferenza
redentiva, mediante la quale si è operata la redenzione del mondo, Cristo si è
aperto sin dall’inizio, e costantemente si apre, ad ogni umana sofferenza. Sì,
sembra far parte dell’essenza stessa della sofferenza redentiva di Cristo il
fatto che essa richieda di essere incessantemente completata.
In questo modo, con una tale apertura ad ogni
umana sofferenza, Cristo ha operato con la propria sofferenza la redenzione del
mondo. Infatti, al tempo stesso, questa redenzione, anche se compiuta in tutta
la pienezza con la sofferenza di Cristo, vive e si sviluppa a suo modo nella
storia dell’uomo. Vive e si sviluppa come corpo di Cristo, che è la Chiesa, ed
in questa dimensione ogni umana sofferenza, in forza dell’unione nell’amore con
Cristo, completa la sofferenza di Cristo. La completa così come la Chiesa
completa l’opera redentrice di Cristo. Il mistero della Chiesa – di quel corpo
che completa in sé anche il corpo crocifisso e risorto di Cristo – indica
contemporaneamente quello spazio, nel quale le sofferenze umane completano le
sofferenze di Cristo. Solo in questo raggio e in questa dimensione della
Chiesa-corpo di Cristo, che continuamente si sviluppa nello spazio e nel tempo,
si può pensare e parlare di "ciò che manca" ai patimenti di Cristo.
L’Apostolo, del resto, lo mette chiaramente in rilievo, quando scrive del
completamento di "quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del
suo corpo che è la Chiesa".
Proprio la Chiesa, che attinge incessantemente
alle infinite risorse della redenzione, introducendola nella vita dell’umanità,
è la dimensione, nella quale la sofferenza redentrice di Cristo può essere
costantemente completata dalla sofferenza dell’uomo. In ciò vien messa in
risalto anche la natura divino-umana della Chiesa. La sofferenza sembra
partecipare in un qualche modo alle caratteristiche di questa natura. E perciò
essa ha pure un valore speciale davanti alla Chiesa. Essa è un bene, dinanzi al
quale la Chiesa si inchina con venerazione, in tutta la profondità della sua
fede nella redenzione. Si inchina, insieme, in tutta la profondità di quella
fede, con la quale essa abbraccia in se stessa l’inesprimibile mistero del
corpo di Cristo.
25. I testimoni della Croce e della
risurrezione di Cristo hanno trasmesso alla Chiesa e all’umanità uno specifico
Vangelo della sofferenza. Il Redentore stesso ha scritto questo Vangelo dapprima
con la propria sofferenza assunta per amore, affinché l’uomo "non muoia,
ma abbia la vita eterna" 80. Questa sofferenza, insieme con la viva parola
del suo insegnamento, è diventata una fonte abbondante per tutti coloro che
hanno preso parte alle sofferenze di Gesù nella prima generazione dei suoi
discepoli e confessori, e poi in quelle che si sono succedute nel corso dei
secoli.
È, innanzitutto, consolante – come è
evangelicamente e storicamente esatto – notare che a fianco di Cristo, in
primissima e ben rilevata posizione accanto a lui, c’è sempre la sua Madre
santissima per la testimonianza esemplare, che con l’intera sua vita rende a
questo particolare Vangelo della sofferenza. In lei le numerose ed intense
sofferenze si assommarono in una tale connessione e concatenazione, che se
furono prova della sua fede incrollabile, furono altresì un contributo alla
redenzione di tutti. In realtà, fin dall’arcano colloquio avuto con l’angelo,
Ella intravide nella sua missione di madre la "destinazione" a condividere
in maniera unica ed irripetibile la missione stessa del Figlio. E la conferma
in proposito le venne assai presto sia dagli eventi che accompagnarono la
nascita di Gesù a Betlemme, sia dall’annuncio formale del vecchio Simeone che
parlò di una spada tanto acuta da trapassarle l’anima, sia dalle ansie e
ristrettezze della fuga precipitosa in Egitto, provocata dalla crudele
decisione di Erode.
Ed ancora, dopo le vicende della vita nascosta
e pubblica del suo Figlio, da lei indubbiamente condivise con acuta
sensibilità, fu sul Calvario che la sofferenza di Maria Santissima, accanto a
quella di Gesù, raggiunse un vertice già difficilmente immaginabile nella sua
altezza dal punto di vista umano, ma certo misterioso e soprannaturalmente
fecondo ai fini dell’universale salvezza. Quel suo ascendere al Calvario, quel
suo "stare" ai piedi della Croce insieme col discepolo prediletto
furono una partecipazione del tutto speciale alla morte redentrice del Figlio,
come del resto le parole, che poté raccogliere dal suo labbro, furono quasi la
solenne consegna di questo tipico Vangelo da annunciare all’intera comunità dei
credenti.
Testimone della passione del figlio con la
sua presenza, e di essa partecipe con la sua compassione, Maria santissima
offrì un singolare apporto al vangelo della sofferenza, avverando in anticipo
l’espressione paolina, riportata all’inizio. In effetti, Ella ha titoli
specialissimi per poter asserire di "completare nella sua carne - come già
nel suo cuore - quello che manca ai patimenti di Cristo".
Nella luce dell’inarrivabile esempio di
Cristo, riflesso con singolare evidenza nella vita della Madre sua, il Vangelo
della sofferenza, mediante l’esperienza e la parola degli Apostoli, diventa
fonte inesauribile per le generazioni sempre nuove che si avvicendano nella
storia della Chiesa. Il Vangelo della sofferenza significa non solo la presenza
della sofferenza nel Vangelo, come uno dei temi della Buona Novella, ma la
rivelazione, altresì, della forza salvifica e del significato salvifico della sofferenza
nella missione messianica di Cristo e, in seguito, nella missione e nella
vocazione della Chiesa.
Cristo non nascondeva ai propri ascoltatori la
necessità della sofferenza. Molto chiaramente diceva: "Se qucuno vuol
venire dietro a me … prenda la sua croce ogni giorno" 81, ed ai suoi
discepoli poneva esigenze di natura morale, la cui realizzazione è possibile
solo a condizione di "rinnegare se stessi" 82. La via che porta al
Regno dei cieli è "stretta ed angusta", e Cristo la contrappone alla
via "larga e spaziosa", che peraltro "conduce alla
perdizione" 83. Diverse volte Cristo diceva anche che i suoi discepoli e
confessori avrebbero incontrato molteplici persecuzioni, ciò che – come si sa –
è avvenuto non solo nei primi secoli della vita della Chiesa sotto l’impero
romano, ma si è avverato e si avvera in diversi periodi della storia e in
differenti luoghi della terra, anche ai nostri tempi.
Ecco alcune frasi di Cristo su questo tema:
“Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle
sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa
del mio nome. Questo vi darà occasione di rendere testimonianza. Mettetevi bene
in mente di non preparare prima la vostra difesa: io vi darò lingua e sapienza,
a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete
traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e
metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio
nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza
salverete le vostre anime”84.
Il Vangelo della sofferenza parla prima in
diversi punti della sofferenza "per Cristo", "a causa di
Cristo", e ciò fa con le parole stesse di Gesù, oppure con le parole dei
suoi Apostoli. Il Maestro non nasconde ai suoi discepoli e seguaci la
prospettiva di una tale sofferenza, anzi la rivela con tutta franchezza,
indicando contemporaneamente le forze soprannaturali, che li accompagneranno in
mezzo alle persecuzioni e tribolazioni "per il suo nome". Queste
saranno insieme quasi una speciale verifica della somiglianza a Cristo e
dell’unione con lui. “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato
me...; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo
il mondo vi odia... Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno
perseguitato me, perseguiteranno anche voi... Ma tutto questo vi faranno a
causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”85. "Vi
ho detto queste cose, perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel
mondo, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo!" 86.
Questo primo capitolo del Vangelo della
sofferenza, che parla delle persecuzioni, cioè delle tribolazioni a motivo di
Cristo, contiene in sé una speciale chiamata al coraggio ed alla fortezza,
sostenuta dall’eloquenza della risurrezione. Cristo ha vinto il mondo
definitivamente con la sua risurrezione; tuttavia, grazie al rapporto di essa
con la passione e la morte, ha vinto al tempo stesso questo mondo con la sua sofferenza.
Si, la sofferenza è stata in modo singolare inserita in quella vittoria sul
mondo, che si è manifestata nella risurrezione. Cristo conserva nel suo corpo
risorto i segni delle ferite della Croce sulle sue mani, sui piedi e nel
costato. Mediante la risurrezione egli manifesta la forza vittoriosa della
sofferenza, e vuole infondere la convinzione di questa forza nel cuore di
coloro che ha scelto come suoi Apostoli e di coloro che continuamente sceglie
ed invia. L’apostolo Paolo dirà: "Tutti quelli che vogliono vivere
piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati" 87.
26. Se il primo grande capitolo del Vangelo
della sofferenza viene scritto, lungo le generazioni, da coloro che soffrono
persecuzioni per Cristo, di pari passo si svolge lungo la storia un altro
grande capitolo di questo Vangelo. Lo scrivono tutti coloro che soffrono
insieme con Cristo, unendo le proprie sofferenze umane alla sua sofferenza
salvifica. In essi si compie ciò che i primi testimoni della passione e della
risurrezione hanno detto ed hanno scritto circa la partecipazione alle
sofferenze di Cristo. In essi quindi si compie il Vangelo della sofferenza e,
al tempo stesso, ognuno di essi continua in un certo modo a scriverlo: lo
scrive e lo proclama al mondo, lo annuncia al proprio ambiente ed agli uomini
contemporanei.
Attraverso i secoli e le generazioni è stato
constatato che nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina
interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia. Ad essa debbono la loro
profonda conversione molti Santi, come ad esempio San Francesco d’Assisi,
Sant’Ignazio di Loyola, ecc. Frutto di una tale conversione non è solo il fatto
che l’uomo scopre il senso salvifico della sofferenza, ma soprattutto che nella
sofferenza diventa un uomo completamente nuovo. Egli trova quasi una nuova
misura di tutta la propria vita e della propria vocazione. Questa scoperta è
una particolare conferma della grandezza spirituale che nell’uomo supera il
corpo in modo del tutto incomparabile. Allorché questo corpo è profondamente
malato, totalmente inabile e l’uomo è quasi incapace di vivere e di agire,
tanto più si mettono in evidenza l’interiore maturità e grandezza spirituale,
costituendo una commovente lezione per gli uomini sani e normali.
Questa interiore maturità e grandezza
spirituale nella sofferenza certamente sono frutto di una particolare
conversione e cooperazione con la Grazia del redentore crocifisso. È Lui stesso
ad agire nel vivo delle umane sofferenze per mezzo del suo spirito di verità,
per mezzo dello spirito consolatore. È Lui a trasformare, in un certo senso, la
sostanza stessa della vita spirituale, indicando all’uomo sofferente un posto
vicino a sé. È Lui – come maestro e guida interiore – ad insegnare al fratello
e alla sorella sofferenti questo mirabile scambio, posto nel cuore stesso del
mistero della redenzione. La sofferenza è, in se stessa, un provare il male. Ma
Cristo ne ha fatto la più solida base del bene definitivo, cioè del bene della
salvezza eterna. Con la sua sofferenza sulla croce Cristo ha raggiunto le
radici stesse del male: del peccato e della morte. Egli ha vinto l’artefice del
male, che è Satana, e la sua permanente ribellione contro il creatore. Davanti
al fratello o alla sorella sofferenti Cristo dischiude e dispiega gradualmente
gli orizzonti del regno di dio: di un mondo convertito al creatore, di un mondo
liberato dal peccato, che si sta edificando sulla potenza salvifica dell’amore.
E, lentamente ma efficacemente, Cristo introduce in questo mondo, in questo
regno del padre l’uomo sofferente, in un certo senso attraverso il cuore stesso
della sua sofferenza. La sofferenza, infatti, non può essere trasformata e
mutata con una grazia dall’esterno, ma dall’interno. E Cristo mediante la sua
propria sofferenza salvifica si trova quanto mai dentro ad ogni sofferenza
umana, e può agire dall’interno di essa con la potenza del suo spirito di
verità, del suo spirito consolatore.
Non basta: il divin Redentore vuole penetrare
nell’animo di ogni sofferente attraverso il cuore della sua Madre santissima,
primizia e vertice di tutti i redenti. Quasi a continuazione di quella
maternità, che per opera dello Spirito Santo gli aveva dato la vita, Cristo
morente conferì alla sempre Vergine Maria una maternità nuova – spirituale e
universale – verso tutti gli uomini, affinché ognuno, nella peregrinazione
della fede, gli rimanesse insieme con lei strettamente unito fino alla Croce e,
con la forza di questa Croce, ogni sofferenza rigenerata diventasse, da
debolezza dell’uomo, potenza di Dio.
Non sempre, però, un tale processo interiore
si svolge in modo uguale. Spesso inizia e si instaura con difficoltà. Già il
punto stesso di partenza è diverso: diversa è la disposizione, che l’uomo porta
nella sua sofferenza. Si può, tuttavia, premettere che quasi sempre ciascuno
entra nella sofferenza con una protesta tipicamente umana e con la domanda del
suo "perché". Ciascuno si chiede il senso della sofferenza e cerca
una risposta a questa domanda al suo livello umano. Certamente pone più volte
questa domanda anche a Dio, come la pone a Cristo. Inoltre, egli non può non
notare che colui, al quale pone la sua domanda, soffre lui stesso e vuole
rispondergli dalla Croce, dal centro della sua propria sofferenza. Tuttavia, a
volte c’è bisogno di tempo, persino di un lungo tempo, perché questa risposta
cominci ad essere internamente percepibile. Cristo, infatti, non risponde
direttamente e non risponde in astratto a questo interrogativo umano circa il
senso della sofferenza. L’uomo ode la sua risposta salvifica man mano che egli
stesso diventa partecipe delle sofferenze di Cristo.
La risposta che giunge mediante tale
partecipazione, lungo la strada dell’incontro interiore col Maestro, è a sua
volta qualcosa di più della sola risposta astratta all’interrogativo sul senso
della sofferenza. Questa è, infatti, soprattutto una chiamata. È una vocazione.
Cristo non spiega in astratto le ragioni della sofferenza, ma prima di tutto
dice: "Seguimi!". Vieni! prendi parte con la tua sofferenza a
quest’opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia
sofferenza! Per mezzo della mia Croce. Man mano che l’uomo prende la sua croce,
unendosi spiritualmente alla Croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso
salvifico della sofferenza. L’uomo non scopre questo senso al suo livello
umano, ma al livello della sofferenza di Cristo. Al tempo stesso, però, da
questo livello di Cristo, quel senso salvifico della sofferenza scende a
livello dell’uomo e diventa, in qualche modo, la sua risposta personale. E
allora l’uomo trova nella sua sofferenza la pace interiore e perfino la gioia
spirituale.
27. Di tale gioia parla l’Apostolo nella
Lettera ai Colossesi: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per
voi" 88. Fonte di gioia diventa il superamento del senso d’inutilità della
sofferenza, sensazione che a volte è radicata molto fortemente nell’umana
sofferenza. Questa non solo consuma l’uomo dentro se stesso, ma sembra renderlo
un peso per gli altri. L’uomo si sente condannato a ricevere aiuto ed
assistenza dagli altri e, in pari tempo, sembra a se stesso inutile. La
scoperta del senso salvifico della sofferenza in unione con Cristo trasforma
questa sensazione deprimente. La fede nella partecipazione alle sofferenze di
Cristo porta in sé la certezza interiore che l’uomo sofferente "completa
quello che manca ai patimenti di Cristo"; che nella dimensione spirituale
dell’opera della redenzione serve, come Cristo, alla salvezza dei suoi fratelli
e sorelle. Non solo quindi è utile agli altri, ma per di più adempie un
servizio insostituibile. Nel corpo di Cristo, che incessantemente cresce dalla
Croce del Redentore, proprio la sofferenza, permeata dallo spirito del
sacrificio di Cristo, è l’insostituibile mediatrice ed autrice dei beni,
indispensabili per la salvezza del mondo. È essa, più di ogni altra cosa, a
fare strada alla Grazia che trasforma le anime umane. Essa, più di ogni altra
cosa, rende presenti nella storia dell’umanità le forze della redenzione. In
quella lotta "cosmica" tra le forze spirituali del bene e del male, della
quale parla la Lettera agli Efesini89, le sofferenze umane, unite con la
sofferenza redentrice di Cristo, costituiscono un particolare sostegno per le
forze del bene, aprendo la strada alla vittoria di queste forze salvifiche.
E perciò la Chiesa vede in tutti i fratelli e
sorelle di Cristo sofferenti quasi un soggetto molteplice della sua forza
soprannaturale.
Quanto spesso proprio ad essi ricorrono i
pastori della Chiesa, e proprio presso di essi cercano aiuto ed appoggio! Il
Vangelo della sofferenza viene scritto incessantemente, ed incessantemente
parla con le parole di questo strano paradosso: le sorgenti della forza divina
sgorgano proprio in mezzo all’umana debolezza. Coloro che partecipano alle
sofferenze di Cristo conservano nelle proprie sofferenze una specialissima
particella dell’infinito tesoro della redenzione del mondo, e possono
condividere questo tesoro con gli altri. Quanto più l’uomo è minacciato dal
peccato, quanto più pesanti sono le strutture del peccato che porta in sé il
mondo d’oggi, tanto più grande è l’eloquenza che la sofferenza umana in sé
possiede. E tanto più la Chiesa sente il bisogno di ricorrere al valore delle
sofferenze umane per la salvezza del mondo.
28. Al Vangelo della sofferenza appartiene
anche – ed in modo organico – la parabola del buon Samaritano. Mediante questa
parabola Cristo volle dare risposta alla domanda: "chi è il mio
prossimo?" 90. Infatti, fra i tre passanti lungo la via da Gerusalemme a
Gerico, dove giaceva per terra mezzo morto un uomo rapinato e ferito dai
briganti, proprio il Samaritano dimostrò di essere davvero il
"prossimo" per quell’infelice: "prossimo" significa anche
colui che adempì il comandamento dell’amore del prossimo. Altri due uomini
percorrevano la stessa strada: uno era sacerdote, e l’altro levita, ma ciascuno
"lo vide e passò oltre". Invece, il Samaritano "lo vide e n'ebbe
compassione. Gli si fece vicino, … gli fasciò le ferite", poi "lo
portò a una locanda e si prese cura di lui" 91. Ed all’atto di partire,
affidò sollecitamente la cura dell’uomo sofferente all’albergatore,
impegnandosi a sostenere le spese occorrenti.
La parabola del buon Samaritano appartiene al
Vangelo della sofferenza. Essa indica, infatti, quale debba essere il rapporto
di ciascuno di noi verso il prossimo sofferente. Non ci è lecito "passare
oltre" con indifferenza, ma dobbiamo "fermarci" accanto a lui.
Buon Samaritano è ogni uomo, che si ferma accanto alla sofferenza di un altro
uomo, qualunque essa sia. Quel fermarsi non significa curiosità, ma disponibilità.
Questa è come l’aprirsi di una certa interiore disposizione del cuore, che ha
anche la sua espressione emotiva. Buon Samaritano è ogni uomo sensibile alla
sofferenza altrui, l’uomo che "si commuove" per la disgrazia del
prossimo. Se Cristo, conoscitore dell’interno dell’uomo, sottolinea questa
commozione, vuol dire che essa è importante per tutto il nostro atteggiamento
di fronte alla sofferenza altrui. Bisogna, dunque, coltivare in sé questa
sensibilità del cuore, che testimonia la compassione verso un sofferente. A
volte questa compassione rimane l’unica o principale espressione del nostro
amore e della nostra solidarietà con l’uomo sofferente.
Tuttavia, il buon Samaritano della parabola di
Cristo non si ferma alla sola commozione e compassione. Queste diventano per
lui uno stimolo alle azioni che mirano a portare aiuto all’uomo ferito. Buon
Samaritano è, dunque, in definitiva colui che porta aiuto nella sofferenza, di
qualunque natura essa sia. Aiuto, in quanto possibile, efficace. In esso egli mette
il suo cuore, ma non risparmia neanche i mezzi materiali. Si può dire che dà se
stesso, il suo proprio "io", aprendo quest’ "io" all’altro.
Tocchiamo qui uno dei punti-chiave di tutta l’antropologia cristiana. L’uomo
non può "ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di
sé" 92. Buon Samaritano è l’uomo capace appunto di tale dono di sé.
29. Seguendo la parabola evangelica, si
potrebbe dire che la sofferenza, presente sotto tante forme diverse nel nostro
mondo umano, vi sia presente anche per sprigionare nell’uomo l’amore, proprio
quel dono disinteressato del proprio "io" in favore degli altri
uomini, degli uomini sofferenti. Il mondo dell’umana sofferenza invoca, per
così dire, senza sosta un altro mondo: quello dell’amore umano; e quell’amore
disinteressato, che si desta nel suo cuore e nelle sue opere, l’uomo lo deve in
un certo senso alla sofferenza. Non può l’uomo
passare con indifferenza davanti alla sofferenza altrui in nome della
fondamentale solidarietà umana, né tanto meno in nome dell’amore del prossimo.
Egli deve "fermarsi", "commuoversi" , agendo così come il
samaritano della parabola evangelica. la parabola in sé esprime una verità
profondamente cristiana, ma insieme quanto mai universalmente umana. Non senza
ragione anche nel linguaggio comune viene chiamata opera "da buon
samaritano" ogni attività in favore degli uomini sofferenti e bisognosi di
aiuto.
Quest’attività assume, nel corso dei secoli,
forme istituzionali organizzate e costituisce un campo di lavoro nelle rispettive
professioni. Quanto è "da buon samaritano" la professione del medico,
o dell’infermiera, o altre simili! In ragione del contenuto
"evangelico", racchiuso in essa, siamo inclini a pensare qui
piuttosto ad una vocazione, che non semplicemente ad una professione. E le
istituzioni che, nell’arco delle generazioni, hanno compiuto un servizio
"da samaritano", ai nostri tempi si sono ancora maggiormente
sviluppate e specializzate. Ciò prova indubbiamente che l’uomo di oggi si ferma
con sempre maggiore attenzione e perspicacia accanto alle sofferenze del
prossimo, cerca di comprenderle e di prevenirle sempre più esattamente. Egli
possiede anche una sempre maggiore capacità e specializzazione in questo
settore. Guardando a tutto questo, possiamo dire che la parabola del Samaritano
del Vangelo è diventata una delle componenti essenziali della cultura morale e
della civiltà universalmente umana. E pensando a tutti quegli uomini, che con
la loro scienza e la loro capacità rendono molteplici servizi al prossimo sofferente,
non possiamo esimerci dal rivolgere al loro indirizzo parole di riconoscimento
e di gratitudine.
Queste si estendono a tutti coloro, che
svolgono il proprio servizio verso il prossimo sofferente in maniera
disinteressata, impegnandosi volontariamente nell’aiuto "da buon
samaritano", e destinando a tale causa tutto il tempo e le forze che
rimangono a loro disposizione al di fuori del lavoro professionale. Una tale
spontanea attività "da buon samaritano" o caritativa può essere chiamata
attività sociale, può anche essere definita come apostolato, tutte le volte che
viene intrapresa per motivi schiettamente evangelici, specialmente se ciò
avviene in collegamento con la Chiesa o con un’altra Comunità cristiana. La
volontaria attività "da buon samaritano" si realizza attraverso
ambienti adeguati oppure attraverso organizzazioni create a questo scopo.
L’operare in questa forma ha una grande importanza, specialmente se si tratta
di assumere compiti più grandi, che esigono la cooperazione e l’uso dei mezzi
tecnici. Non meno preziosa è anche l’attività individuale, specialmente da
parte delle persone, che sono ad essa meglio predisposte riguardo alle varie
specie di umana sofferenza, verso le quali l’aiuto non può essere portato che
individualmente e personalmente. L’aiuto familiare poi significa sia gli atti
d’amore del prossimo, resi alle persone appartenenti alla stessa famiglia, sia
l’aiuto reciproco tra le famiglie.
È difficile elencare qui tutti i tipi ed i
diversi àmbiti dell’attività "da samaritano" che esistono nella
Chiesa e nella società. Bisogna riconoscere che essi sono molto numerosi, ed
anche esprimere la gioia perché grazie ad essi i fondamentali valori morali,
quali il valore dell’umana solidarietà, il valore dell’amore cristiano del
prossimo, formano il quadro della vita sociale e dei rapporti interumani,
combattendo su questo fronte le diverse forme dell’odio, della violenza, della
crudeltà, del disprezzo per l’uomo, oppure della semplice
"insensibilità", cioè dell’indifferenza verso il prossimo e le sue
sofferenze.
Enorme è qui il significato degli
atteggiamenti opportuni da usare nell’educazione. La famiglia, la scuola, le
altre istituzioni educative, anche solo per motivi umanitari, devono lavorare con
perseveranza per il risveglio e l’affinamento di quella sensibilità verso il
prossimo e la sua sofferenza, di cui è diventata simbolo la figura del
Samaritano evangelico. La Chiesa ovviamente deve far lo stesso, addentrandosi
ancora più profondamente – in quanto possibile – nelle motivazioni che Cristo
ha racchiuso nella sua parabola ed in tutto il Vangelo. L’eloquenza della
parabola del buon Samaritano, come anche di tutto il Vangelo, è in particolare
questa: l’uomo deve sentirsi come chiamato in prima persona a testimoniare
l’amore nella sofferenza. Le istituzioni sono molto importanti ed
indispensabili; tuttavia, nessuna istituzione può da sola sostituire il cuore
umano, la compassione umana, l’amore umano, l’iniziativa umana, quando si
tratti di farsi incontro alla sofferenza dell’altro. Questo si riferisce alle
sofferenze fisiche, ma vale ancora di più se si tratta delle molteplici
sofferenze morali, e quando, prima di tutto, a soffrire è l’anima.
30. La parabola del buon Samaritano, che –
come si è detto – appartiene al Vangelo della sofferenza, cammina insieme con
esso lungo la storia della Chiesa e del cristianesimo, lungo la storia
dell’uomo e dell’umanità. Essa testimonia che la rivelazione da parte di Cristo
del senso salvifico della sofferenza non si identifica in alcun modo con un
atteggiamento di passività. È tutto il contrario. Il Vangelo è la negazione
della passività di fronte alla sofferenza. Cristo stesso in questo campo è
soprattutto attivo. In questo modo, egli realizza il programma messianico della
sua missione, secondo le parole del profeta: “Lo Spirito del Signore è sopra di
me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai
poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi
la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia
del Signore”93. Cristo compie in modo sovrabbondante questo programma
messianico della sua missione: egli passa "beneficando", ed il bene
delle sue opere ha assunto rilievo soprattutto di fronte all'umana sofferenza.
Le parabola del buon Samaritano è in profonda armonia col comportamento di
Cristo stesso.
Questa parabola entrerà, infine, per il suo
contenuto essenziale, in quelle sconvolgenti parole sul giudizio finale, che Matteo
ha annotato nel suo Vangelo: “Venite, benedetti del Padre mio; ricevete in
eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho
avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere;
ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete
visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”95. Ai giusti che chiedono quando
mai abbiano fatto proprio a lui tutto questo, il Figlio dell’Uomo risponderà:
"In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di
questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" 96. La sentenza
opposta toccherà a coloro che si sono comportati diversamente: "Ogni volta
che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non
l'avete fatto a me" 97.
Si potrebbe certamente allungare l’elenco
delle sofferenze che hanno incontrato la sensibilità umana, la compassione,
l’aiuto, oppure che non le hanno incontrate. La prima e la seconda parte della
dichiarazione di Cristo sul giudizio finale indicano senza ambiguità come siano
essenziali, nella prospettiva della vita eterna di ogni uomo, il
"fermarsi", come fece il buon Samaritano, accanto alla sofferenza del
suo prossimo, l’aver "compassione" di essa, ed infine il dare aiuto.
Nel programma messianico di Cristo, che è insieme il programma del Regno di
Dio, la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, per far nascere
opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella
"civiltà dell'amore". In questo amore il significato salvifico della
sofferenza si realizza fino in fondo e raggiunge la sua dimensione definitiva.
Le parole di Cristo sul giudizio finale permettono di comprendere ciò in tutta
la semplicità e perspicacia del Vangelo.
Queste parole sull’amore, sugli atti di amore,
collegati con l’umana sofferenza, ci permettono ancora una volta di scoprire,
alla base di tutte le sofferenze umane, la stessa sofferenza redentrice di
Cristo. Cristo dice: "L'avete fatto a me". Egli stesso è colui che in
ognuno sperimenta l’amore; egli stesso è colui che riceve aiuto, quando questo
viene reso ad ogni sofferente senza eccezione. Egli stesso è presente in questo
sofferente, poiché la sua sofferenza salvifica è stata aperta una volta per
sempre ad ogni sofferenza umana. E tutti coloro che soffrono sono stati
chiamati una volta per sempre a diventare partecipi "delle sofferenze di
Cristo" 98. Così come tutti sono stati chiamati a "completare"
con la propria sofferenza "quello che manca ai patimenti di Cristo"
99. Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la
sofferenza ed a far del bene a chi soffre. In questo duplice aspetto egli ha
svelato fino in fondo il senso della sofferenza.
31. Questo è il senso veramente soprannaturale
ed insieme umano della sofferenza. È soprannaturale, perché si radica nel
mistero divino della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano,
perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria
dignità, la propria missione.
La sofferenza certamente appartiene al mistero
dell’uomo. Forse essa non è avvolta quanto lui da questo mistero, che è
particolarmente impenetrabile. Il Concilio Vaticano II ha espresso questa
verità che “in realtà, solamente nel mistero del Verbo Incarnato trova vera
luce il mistero dell’uomo. Infatti..., Cristo che è il nuovo Adamo, proprio
rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo
all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione”100. Se queste parole si riferiscono
a tutto ciò che riguarda il mistero dell’uomo, allora certamente si riferiscono
in modo particolarissimo all’umana sofferenza. Proprio in questo punto lo
"svelare l'uomo all'uomo e fargli nota la sua altissima vocazione" è
particolarmente indispensabile. Succede anche – come prova l’esperienza – che
ciò sia particolarmente drammatico. Quando però si compie fino in fondo e
diventa luce della vita umana, ciò è anche particolarmente beato. "Per
Cristo e in Cristo si illumina l'enigma del dolore e della morte" 101.
Chiudiamo le presenti considerazioni sulla
sofferenza nell’anno nel quale la Chiesa vive il giubileo straordinario,
collegato all’anniversario della redenzione.
Il mistero della redenzione del mondo è in
modo sorprendente radicato nella sofferenza, e questa, a sua volta, trova in
esso il suo supremo e più sicuro punto di riferimento.
Desideriamo vivere quest’Anno della Redenzione in speciale unione con tutti coloro che soffrono. Occorre, pertanto, che sotto la Croce del Calvario idealmente convengano tutti i sofferenti che credono in Cristo e, particolarmente, coloro che soffrono a causa della loro fede in lui Crocifisso e Risorto, affi